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Tumori. Scoperta la molecola che li rinforza. Verso nuovi marcatori per le neoplasie più aggressive

I ricercatori del Regina Elena di Roma ci sono arrivati studiando casi di tumore testa-collo. Si tratta della proteina p53, risultata mutata nel 50% di tutte le neoplasie. Si lega con un fattore inibitorio e blocca la ricucitura da parte di altre due proteine del Dna danneggiato. Il risultato, su Oncotarget, permette di definire nuovi bersagli molecolari per colpire le forme più aggressive    

18 FEB - Nuovo passo in avanti della ricerca per la lotta contro i tumori: studiando casi di pazienti con  tumore testa-collo, i ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena hanno identificato uno specifico meccanismo molecolare con cui alcune neoplasie si rinforzano, diventando più aggressive. Mediante il risultato odierno, pubblicato* su Oncotarget, “è possibile sviluppare specifici marcatori diagnostici e predittivi, oltre che definire nuovi e accurati bersagli molecolari terapeutici”, ha affermato Ruggero De Maria, direttore scientifico del Regina Elena. 
 
Ma di quale meccanismo si tratta? Tutto sta nelle modalità con cui la proteina p53 mutata  blocca la riparazione del Dna danneggiato: vediamo come.
Intanto, è noto che la proteina p53 svolge un’azione oncosoppressoria, controllando la corretta duplicazione delle cellule, per mantenere integra l’informazione genica. Insomma, essa è una sorta di sentinella contro il tumore, dato che nel caso di danni al Dna, dovuti a stress ambientali e cellulari di vario tipo, è in grado di bloccare la divisione cellulare ed attivare dei complessi proteici deputati al riparo del danno, oppure programmare l'eliminazione della cellula, detta apoptosi, se il danno è giudicato irreparabile.

È anche noto che proprio questa proteina risulta mutata nel 50% di tutte le neoplasie umane, con mutazioni che possono disattivare un’importante barriera protettiva a livello genico. In molti tumori, infatti, essa è responsabile dell'invasività, del grado di aggressività, dell'alta instabilità genomica del tumore e del tipo di  prognosi del paziente.
 
Oggi, gli scienziati hanno individuato il meccanismo molecolare attraverso il quale la proteina p53 mutata blocca l’attività di ‘rammendo’ del Dna danneggiato: essa si lega con un fattore inibitorio (E2F4), costituendo un complesso oncogenico che ostacola l’azione riparatoria esercitata da altre due proteine (RAD17 e BRCA1).
“Questo meccanismo è stato confermato in una casistica di pazienti del nostro istituto con tumori testa-collo (faringe, laringe e cavità orale)”, spiega Silvia Di Agostino, autrice dello studio. “Campioni di tumore che presentavano il gene p53 mutato correlavano con una bassa espressione di RAD17 e BRCA1. I pazienti con il gene p53 mutato e bassa espressione di RAD17 e BRCA1 avevano caratteristiche cliniche associate ad un tumore di tipo aggressivo e seguendo il loro follow-up sono risultati avere una bassa sopravvivenza”.
 
Oltre all’opportunità di sviluppare nuovi marcatori e studiare bersagli molecolari, “protocolli terapeutici sull'attività della proteina p53 mutata potrebbero avere una vasta applicazione in campo oncologico”, conclude Ruggero De Maria, “in particolare sui tumori più aggressivi”.
 
Viola Rita
 
* Gain of function mutant p53 proteins cooperate with E2F4 to transcriptionally downregulate RAD17 and BRCA1 gene expression. Valenti, Ganci, Fontemaggi, Sacconi, Strano, Blandino, Di Agostino. Oncotarget. 2015 Feb 05.

18 febbraio 2015
© Riproduzione riservata


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