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Epatite B. Screening dell’infezione per i pazienti oncologici

È quanto prevede l’American Society of Clinical Oncology (ASCO). Gli esperti suggeriscono anche l’inizio della terapia antivirale per la prevenzione della riattivazione dell’Hbv nei pazienti che devono ricevere trattamenti immunosoppressivi, senza ritardare la terapia antitumorale, proseguendo poi la terapia antivirale per 6-12 mesi dopo aver completato quella oncologica.

18 MAG - (Reuters Health) - I pazienti oncologici portatori di fattori di rischio per infezione da Hbv - o che prevedono di intraprendere una terapia che potrebbe riattivare il virus - dovrebbero sottoporsi a screening dell’infezione prima di iniziare la terapia antitumorale.

È quanto prevede l’American Society of Clinical Oncology (ASCO). “Finché non saranno disponibili evidenze a supporto di una strategia in particolare – ha detto Jessica Hwang, portavoce della società scientifica statunitense - la ASCO raccomanda almeno di sottoporre a screening i pazienti che sono a rischio di infezione da epatite B o che stanno per ricevere terapie antitumorali a rischio, come quella con anticorpi monoclonali anti-CD20 o trapianti di cellule staminali. I fattori di rischio di infezione sono rappresentati da nascita in una zona con una prevalenza dell’Hbv almeno pari al 2%, contatti domestici o sessuali con soggetti infetti, comportamenti ad alto rischio come l’assunzione di droghe endovenose o infezione da Hiv”.

Gli esperti suggeriscono anche l’inizio della terapia antivirale per la prevenzione della riattivazione dell’Hbv nei pazienti che devono ricevere trattamenti immunosoppressivi, senza ritardare la terapia antitumorale, proseguendo poi la terapia antivirale per 6-12 mesi dopo aver completato quella oncologica. Sono comunque necessarie ulteriori ricerche per investigare ed identificare il rischio di riattivazione dell’Hbv per quanto riguarda i singoli agenti antitumorali e nei pazienti con tumori solidi, come anche per identificare parametri significativi e misurabili per gli esiti per la salute dei pazienti con tumori ed infezione da Hbv, in modo da minimizzare i danni di uso ed abuso di screening e trattamento.


Il più grande ostacolo all’implementazione delle raccomandazioni sullo screening consiste probabilmente nel fatto che molti oncologi non prendono in considerazione l’Hbv: dato che la prevalenza dell’epatite B è bassa nella popolazione generale, e che la riattivazione del virus non avviene universalmente anche nei soggetti infetti. Secondo gli esperti, la riattivazione dell’epatite B è una complicazione della chemioterapia che può essere grave o fatale, ma anche interamente prevenibile, e lo screening si rende necessario in quanto molti pazienti sono asintomatici o anche ignari dell’infezione stessa. In questo senso, lo screening universale costituirebbe una strategia ancora più efficace, risultando conveniente grazie ai costi molto bassi dei test.

FONTE: J Clinic Oncol 2015

Will Boggs
(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) 

18 maggio 2015
© Riproduzione riservata


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