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Hiv-1. La vitamina D potrebbe attenuare la replicazione del virus 

Lo afferma uno studio condotto su 100 individui sani, abitanti di Città del Capo, in Sudafrica, i cui campioni di sangue sono stati esposti al virus HIV-1. Dopo una supplementazione con vitamina D (per i partecipanti con carenza di tale componente) per sei settimane, nei campioni di sangue esposti al virus i livelli dell'infezione misurati in inverno, quando la vitamina D era carente, sono stati abbassati e riportati a quelli misurati in estate. Lo studio su Pnas

17 GIU - La vitamina D assunta come supplemento potrebbe rappresentare un supporto efficace per aiutare il sistema immunitario nella lotta contro l’infezione da Hiv-1 (virus dell’immunodeficienza umana del ceppo 1). È quanto afferma uno studio di un gruppo di ricerca internazionale guidato dall'Università della Pennsylvania, Penn State, negli Stati Uniti. I risultati sono pubblicati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas).

“La vitamina D potrebbe essere un intervento semplice e cost-effective, soprattutto in condizioni di risorse limitate, per ridurre il rischio di HIV-1 e della progressione della malattia”, hanno dichiarato i ricercatori nello studio su Pnas.
In generale, diversi gruppi di ricerca al mondo stanno studiando il ruolo della vitamina D rispetto alla prevenzione o al trattamento di varie patologie.
È noto che questo componente è importante per il nostro sistema immunitario e, in particolare, che una sua carenza è associata con la progressione dell’Hiv-Aids: oggi, il gruppo di ricerca della Penn State illustra come una supplementazione con vitamina D ad alti dosaggi possa ripristinare un corretto livello di vitamina D ed attenuare il virus HIV-1, migliorando la risposta immunitaria.

 
Come è avvenuto lo studio
Lo studio ha messo in relazione l’esposizione alla radiazione ultravioletta B (UVB), la supplementazione e la naturale assunzione della vitamina D tramite l’alimentazione e l’infezione da HIV-1.
L'esposizione al sole favorisce la produzione di questa vitamina, che si trova anche, in quantità ridotte, in alcuni alimenti, tra cui, ad esempio, pesce, uova e latte.
L’attenzione, dunque, è puntata sui raggi UVB, dato che essi sono costituiti da una luce con la lunghezza d’onda necessaria per produrre un precursore della vitamina D3. Tali raggi diminuiscono durante l’inverno in tutte le aree che si trovano circa al di sotto dei 30 gradi di latitudine; in inverno, per questo e per altri fattori (tra cui ad esempio la minore esposizione della pelle alla luce), può accadere che non vengano raggiunti i livelli ottimali di vitamina D.
Le popolazioni prese in considerazione appartengono a due gruppi etnici a Città del Capo, in Sudafrica. Situata nell’emisfero meridionale a poco più di 30 gradi di latitudine, tale città “presenta una radiazione ultravioletta B con andamento stagionale ed è una delle città con il maggior tasso di infezioni da Hiv-1 al mondo, con la massima incidenza tra I giovani adulti, elementi che la rendono una appropriate sito per uno studio longitudinale come questo”, ha dichiarato Nina Jablonski, Evan Pugh Professor di Antropologia alla Penn State, che ha guidato la ricerca.
 
Lo studio ha coinvolto circa 100 partecipanti sani, appartenenti a due diverse etnie, chiamate ‘Xhosa’ e ‘Cape Mixed’. La prima è composta da una popolazione i cui antenati migrarono dall’Equatore verso Sud per raggiungere Città del Capo. Tale discendenza presenta una pigmentazione più scura rispetto a quella ‘Cape Mixed’, composta da diversi gruppi tra cui popolazioni ‘Xhosa’, ‘Khoisan’, Europee, Sud-asiatiche e Indonesiane. In particolare, l’etnia ‘Khoisan’ rappresenta il gruppo che originariamente abitava Città del Capo e che si è adattato prima alla variazione della luce al cambiare delle stagioni: tale gruppo è quello che presenta la pelle più chiara all'interno dell’etnia ‘Cape Mixed’, la cui popolazione mostra una pigmentazione della pelle che varia dalla più scura tipica del gruppo ‘Xhosa’ a quella più chiara del gruppo ‘Khoisan’.
 
Per effettuare lo studio, i ricercatori hanno esposto al virus campioni di sangue di partecipanti scelti e a caso tra quelli appartenenti a 'Xhosa' e a 'Cape Mixed'. Il prelievo è avvenuto durante l’estate e poi durante l’inverno, le stagioni in cui i soggetti mostravano livelli di vitamina D sufficienti oppure carenti.
Entrambi i gruppi selezionati tra le due etnie presentavano una carenza di vitamina D nella stagione invernale e questo dato risultava più marcato nelle donne. In base ai risultati, dopo 9 giorni i campioni di sangue prelevati in inverno presentavano livelli maggiori di infezione da Hiv-1 rispetto a quelli prelevati in estate.
 Dato che la vitamina D ha un impatto sul sistema immunitario, in seguito i ricercatori hanno fornito per sei settimane una supplementazione con tale sostanza a 30 partecipanti dell’etnia Xhosa: con questa supplementazione circa il 77% dei partecipanti ha raggiunto livelli ottimali di vitamina D. All’interno dell’etnia Xhosa, dopo questo periodo di sei settimane, nei campioni prelevati in inverno non si osservava nessuna variazione, a livello dell’infezione, rispetto a quelli prelevati in estate.
 
La supplementazione con vitamina D3 ad un dosaggio orale elevato ha attenuato la replicazione del virus HIV-1, ha aumentato la circolazione di globuli bianchi ed annullato l’anemia tipica dell’inverno”, proseguono i ricercatori. “La vitamina D3 offre una supplementazione a basso costo per migliorare l’immunità associata all’HIV”.
Inoltre, essi sottolineano che la dieta, i fattori genetici e altre variabili hanno un’influenza piuttosto bassa nella variazione dei livelli della vitamina D, mentre alcune variazioni genetiche possono influire sull’esito della supplementazione. Gli esperti spiegano inoltre che l’utilizzo di un filtro solare, non rappresenta un fattore da considerare. In ogni caso, quanto più la pigmentazione è scura tanto più risulterà elevata la soglia di radiazione UVB tale da attivare la produzione del precursore della vitamina D3.
 
Viola Rita

17 giugno 2015
© Riproduzione riservata


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