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28 AGOSTO 2016
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Farmacoeconomia. In Italia non è mai decollata. Ma forse adesso…

Forse sta arrivando finalmente anche da noi il tempo della farmacoeconomia.Soprattutto per fronteggiare lo tsunami di nuovi farmaci in arrivo. Così da usarla per prezzi, rimborsabilità, prontuari, linee guida, PDTA, prescrizioni.“No responsibility without accountability”, su ciò che porta il massimo beneficio, all’efficacia che offre, alle utilità che determina

20 GEN - Per curare quella patologia si spende nel complesso di più col farmaco A o col B? E si riducono maggiormente con l’uno o con l’altro ricoveri e diagnostica? E il conteggio delle giornate di lavoro perse? O invece conviene la chirurgia? E se aggiungiamo al calcolo la variazione della qualità della vita?
 
Sono domande cruciali per decidere come allocare nel modo più efficiente le “scarse” risorse per i farmaci, data l’ondata dei nuovi e costosi in arrivo. Risponde la farmacoeconomia, disciplina che dei farmaci e del loro uso confronta e rapporta i rispettivi costi e benefici.
Nasce una trentina di anni fa o poco più. Natali anglosassoni, dal matrimonio d’interesse tra farmacologia ed economia, nella famiglia dell’”health economics”, schiatta nobile dell’economia politica. Gattona subito i primi passi istituzionali in democrazie lontane, in tutti i sensi, Canada e Australia.
 
Non da noi. È quella l’Italia dinamica e da bere, dalla spesa pubblica ultra munifica (a debito), prontuario dalle vacche grasse (anabolizzate), tutto rimborsato e a prezzi luxury, anche il citrato e le caramelle alle vitamine. Non occorredimostrare il valore economico di un farmaco. Anzi…

Una decina di anni dopo il vento gira e sgonfia quella manica larga. L’”affaire” Poggiolini conduce all’estremo opposto, sul prontuario cade pesante la mannaia. Comanda la contabilità, niente farmacoeconomia, basta una calcolatrice col pulsante del “meno” bello grosso.
Così negli anni a venire, “miracolo italiano” poi “sconfiggeremo il cancro in tre anni” infine “ce lo chiede l’Europa”. Il filo delle lame passa al “macro”, i tagli sono di sistema: decreti, DD e DPC, tetti (finti) e payback (veri). I generici, i pochi nuovi farmaci e una buona Aifa lo tengono a galla fino ai giorni nostri.
 
La farmacoeconomia resta all’angolo. Non una sorpresa nel Paese dove valore e merito, le sue cifre costitutive, in genere non sono strumenti di scelta e selezione di cose e persone, anzi spesso ostacoli.
Ormai ultratrentenne e fascinosa, al contrario che all’estero, qui resta ad oggi irrealizzata e nubile, dall’istituzione mai amata razionalmente, tantomeno posseduta con passione. Poco successo anche nella sua versione glamour & glitter, quando ingioiellata si fa chiamare HTA nel bel mondo dei dispositivi medici dai prezzi liberi.
 
Resta, almeno in Italia, una bellezza solo da raccontare più che da possedere, da aula didattica più che da comitato di prezzi e rimborsabilità o prontuari. Ogni tanto si fa sedurre da qualche infido bottegaio che la usa per proprio mero uso promozionale (“il mio apposito studio dimostra che il mio farmaco è più costo-efficace del tuo”), scappando però subito dopo averla usata lasciandola ancora più sola e incompresa.
 
Ma forse finalmente sta arrivando il suo momento anche qui. Un po’ per qualche spinta normativa ma soprattutto per fronteggiare lo tsunami di nuovi farmaci in arrivo, viste le risorse SSN già limitate e drammaticamente insufficienti. Così da usarla per prezzi, rimborsabilità, prontuari, linee guida, PDTA, prescrizioni.I suoi numeri e cifre per far scegliere al meglio, “no responsibility without accountability”, su ciò che porta il massimo beneficio, all’efficacia che offre, alle utilità che determina.
 
“Value for money” dicono oltremanica, dove infatti da qualche lustro hanno istituito un apposito organismo istituzionale di valutazione farmacoeconomica senza la cui luce verde il NHS non rimborsa, chiamandolo con humor tutto british “NICE”, simpatico (National Institute of Clinica Excellence). Analogamente a quanto avviene nella maggior parte dei Paesi del centro-nord Europa.
 
Con valutazioni di sistema (budget impact, burden of illness), di confronto (costo-efficacia, costo-utilità, costo-beneficio), nelle acuzie (albero decisionale), nelle cronicità (modelli Markoviani), includendo le valutazioni della qualità della vita del paziente (“HrQoL”), con ricerche e studi prospettici, ad hoc o di “piggy back”, retrospettivi o di coorte.
 
La farmacoeconomia, insomma, come abbecedario di chi deve deciderne a livello nazionale, regionale, locale o di chi prescrive e dispensa o li usa. E se il nuovo farmaco è più efficace ma anche più costoso è essenziale calcolare i suoi costi aggiuntivi necessari per quella migliore efficacia (costo-efficacia incrementale), perché sottratti ad altre prestazioni (costo-opportunità). Specularmente è per tutte quelle figure nell’industria farmaceutica per dimostrare ed evidenziare il “value for money” del proprio farmaco come strumento principe di competitività.
 
Insomma, forse sta arrivando finalmente anche da noi il tempo della farmacoeconomia. La bimba di allora cresciuta in silenzio. E, come i “vieux amants” di Brel, diventata adulta senza essere invecchiata.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

20 gennaio 2016
© Riproduzione riservata


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