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Un farmaco antipertensivo efficace contro l’Alzheimer? Potrebbe rallentare la malattia

Uno studio condotto negli USA suggerisce che il candesartan, un antipertensivo, potrebbe avere un effetto neuroprotettivo specifico su meccanismi di danno molecolare tipici delle prime fasi dell’Alzheimer. L’ipotesi dei ricercatori americani, che auspicano un pronto avvio di trial clinici controllati con il candesartan nelle fasi iniziali dell’Alzheimer, è di riuscire così a rallentare la progressione della malattia.

02 FEB - Un gruppo di ricercatori americani ha dimostrato che un farmaco comunemente utilizzato come antipertensivo è in grado di ridurre il danno cellulare associato al morbo di Alzheimer. Lo studio, condotto dai ricercatori del Georgetown University Medical Center (GUMC), in collaborazione con i National Institutes of Health è stato effettuato su colture di neuroni, cimentate con elevate concentrazioni di glutammato.
 
La scoperta, pubblicata sull’ultimo numero di Alzheimer’s Research and Therapy, suggerisce dunque che il candesartan, ma forse in generale l’intera classe dei sartani, potrebbero presto trovare posto nell’armamentario terapeutico delle prime fasi dell’Alzheimer.
 
“Il risultato del nostro studio – afferma Juan M. Saavedra, Dipartimento di Farmacologia e Fisiologia del GUMC – ha una sua logica precisa: l’ipertensione riduce il flusso di sangue a livello di tutto il corpo e del cervello ed è un noto fattore di rischio per Alzheimer. Studi epidemiologici condotti in passato avevano evidenziato che la progressione dell’Alzheimer risulta rallentata nei soggetti in trattamento con sartani”.

 
Gli studiosi americani hanno indagato in colture neuronali l’azione del candesartan sugli effetti neurotossici indotti da esposizione a glutammato, un noto fattore di danno negli stadi precoci dell’Alzheimer. In questo studio i ricercatori hanno evidenziato che il candesartan è in grado di prevenire la morte neuronale indotta da glutammato.
Più in particolare il candesartan è risultato in grado di prevenire l’infiammazione neuronale e vari altri processi patologici associati all’Alzheimer, quali le alterazioni del metabolismo dell’amiloide.
 
In una seconda parte dello studio, è stato effettuato un confronto dell’espressione genica delle colture neuronali, con quella delle banche dati di campioni autoptici del cervello di pazienti con Alzheimer. “Le correlazioni che abbiamo trovato – afferma Abdel G. Elkahloun, Comparative Genomics and Cancer Genetics Branch del National Human Genome Research Institute – sono impressionanti: l’espressione dei 471 geni alterati dall’esposizione ad un eccesso di glutammato nelle cellule in coltura, sono risultate alterate anche nei campioni autoptici prelevati dal cervello di pazienti con Alzheimer. E il candesartan si è dimostrato in grado di normalizzare l’espressione di questi geni nelle cellule in coltura.”
 
“La nostra ipotesi è dunque – afferma Saavedra – che il candesartan (e forse anche altri farmaci della classe dei sartani) possa non solo rallentare la progressione dell’Alzheimer ma anche prevenirne o ritardarne lo sviluppo”.
 
Secondo i ricercatori americani questo lavoro ha immediato valore traslazionale e auspicano dunque l’avvio di trial clinici controllati per valutare l’effetto neuroprotettivo del candesartan nei pazienti con Alzheimer in stadio precoce.
 
Maria Rita Montebelli

02 febbraio 2016
© Riproduzione riservata


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