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Inibitori di pompa protonica. Se usati male aumenta il rischio di insufficienza renale

Nei soggetti in trattamento cronico con PPI aumenterebbe del 20-50%. Si allunga così la black list degli effetti indesiderati di questi farmaci preziosi ma anche ampiamente abusati e prescritti in maniera inappropriata in diversi paesi, Italia compresa. Finora era nota solo l’associazione tra uso di PPI e nefrite interstiziale acuta. Lo studio su Jama

10 FEB - Gli inibitori di pompa protonica sono tra i farmaci più utilizzati e abusati nei paesi industrializzati e anche l’Italia non fa eccezione. Se utilizzati in maniera appropriata sono di certo molecole di grande utilità ma il loro abuso non è privo di rischi. L’ultimo alert arriva dalle pagine di JAMA Internal Medicine e lo studio diventa uno dei più cliccati delle ultime settimane.
 
Tra gli effetti collaterali noti di questa categoria di farmaci c’è la nefrite interstiziale acuta. Meno noto è il loro legame con l’insufficienza renale cronica. Per esplorarlo, un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins University (USA), in collaborazione con le università di Yale (USA) e del Royal Brisbane and Women’s Hospital (Australia)  ha studiato l’effetto dei PPI in una coorte di 10.482 pazienti, partecipanti allo studio Atherosclerosis Risk in Communities (ARIC), tutti con un tasso di filtrazione glomerulare stimato (eGFR) di almeno 60 mL/min/1.73 m2 al momento dell’ingresso nello studio. La prima visita all’arruolamento è stata effettuata tra il febbraio 1996 e il gennaio 1999; il follow up è durato fino al 31 dicembre 2011. I risultati sono stati replicati in una coorte amministrativa di 248.751 pazienti con eGFR di almeno 60 mL/min/1.73 m2  afferenti al Geisinger Health System.

 
L’assunzione di PPI è stata valutata mediante questionario tra i soggetti arruolati nello ARIC  e come prescrizione ambulatoriale nella coorte del Geisinger Health System. L’assunzione di antagonisti del recettore H2 veniva considerata un controllo negativo e un comparatore attivo.
 
L’incidenza di insufficienza renale cronica (IRC) è stata rilevata dai codici di dimissione ospedalieri o dalla mortalità nello studio ARIC e da un eGFR persistentemente inferiore a 60 mL/min/1.73 m2  nella coorte del Geisinger Health System.
 
Tra i 10.482 partecipanti allo studio ARIC, l’età media era 63 anni e il 43,9% era di sesso maschile. Rispetto a chi non assumeva PPI, chi ne faceva uso apparteneva più frequente alla razza caucasica, era obeso e in terapia con antipertensivi. L’uso di PPI era associato ad un aumento di rischio del 45% di  nuova comparsa di IRC . L’aumento di rischio (+39%) persisteva quando gli utilizzatori di PPI al momento dell’ingresso nello studio venivano confrontati con i soggetti in trattamento con antagonisti dei recettori H2 . Anche nella coorte del Geisinger Health System, l’impiego di PPI risultava associato ad un maggior rischio di IRC in tutte le analisi. I soggetti che assumevano PPI due volte al giorno risultavano a maggior rischio di sviluppare IRC , rispetto a chi assumeva i PPI una sola volta al giorno (l’aumento di rischio era rispettivamente del 46% contro il 15%).
 
Gli autori concludono che l’assunzione di inibitori di pompa protonica si associa ad un rischio di insufficienza renale cronica incidente non trascurabile e ricordano come negli USA siano almeno 15 milioni le persone in trattamento con PPI. Secondo alcuni studi, almeno il 70% di queste prescrizioni sarebbero senza indicazione, mentre altri suggeriscono che almeno una persona su 4 di quelle in trattamento cronico con PPI potrebbe tranquillamente sospenderli senza manifestare alcun disturbo.
 
Per quanto riguarda il rischio di insufficienza renale cronica, evidenziato da questo studio osservazionale, ulteriori ricerche serviranno a comprendere se limitare l’uso di PPI possa aiutare a ridurre l’incidenza di questa condizione. Quel che è certo, sottolineano gli autori nelle loro conclusioni, è che l’impiego di PPI rappresenta un fattore di rischio per insufficienza renale cronica, mentre quello di H2 antagonisti no. Non sono noti i meccanismi alla base del danno renale indotto dai PPI.
 
Maria Rita Montebelli

10 febbraio 2016
© Riproduzione riservata


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