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Malattia di Crohn. Dna batterico nel sangue indicherebbe ricadute entro sei mesi

Il materiale genetico batterico nel sangue dei pazienti con malattia di Crohn, potrebbe essere utilizzato come biomarker per predire il rischio di riacutizzazione e intervenire precocemente.

20 MAR - (Reuters Health) - Frammenti di DNA batterico nel sangue dei pazienti con malattia di Crohn sarebbero indicativi di un ritorno della malattia entro sei mesi. Il materiale genetico, secondo uno studio pubblicato sull'American Journal of Gastrenterology, sarebbe un fattore di rischio indipendente, inoltre, per prevedere una riospedalizzazione del paziente, un cambiamento di terapia o l'uso di steroidi nella cura.

Lo studio, coordinato da Ana Gutierrez del Dipartimento di Medicina Digestiva del Policlinico Universitario di Alicante in Spagna, ha coinvolto pazienti con un indice dell'attività della malattia (CDAI – Crohn's disease activity index) inferiore a 150. Il primo obiettivo è stato valutare il tempo che intercorreva per la riacutizzazione della malattia nei sei mesi successivi, misurato con un CDAI superiore a 150. All'inizio dello studio, Gutierrez e colleghi hanno valutato, inoltre, i frammenti di DNA batterico nel sangue, il genotipo di NOD2 - il gene che codifica una proteina coinvolta nella risposta infiammatoria dell'intestino - e i livelli di citochine.

Dei 288 pazienti arruolati, 98 (34%), avevano tracce di DNA batterico nel sangue, mentre 114 ( 39,6%) avevano un genotipo variante di NOD2. In totale, in 40 pazienti (14%), si è avuta una riacutizzazione della malattia nei sei mesi di follow.up. Dall'analisi dei dati, i ricercatori spagnoli hanno visto che il DNA batterico era un fattore di rischio indipendente di ricaduta della malattia. A sei mesi, il dato sul materiale genetico nel sangue era un indice della possibilità di tornare ad essere ricoverati, di cominciare una terapia a base di antinfiammatori steoridei o di un cambiamento del trattamento. Mentre nessuna relazione è stata trovata tra DNA batterico e lesioni della mucosa, nei pazienti che si sottoponevano a colonscopia al momento del ricovero.

Nei pazienti con DNA batterico nel sangue e un genotipo variante di NOD2, le citochine pro-infiammatorie, infine, risultavano notevolmente aumentate. La combinazione dei due fattori, inoltre, avrebbe determinato una diminuzione dei livelli del fattore di necrosi tumorale alfa (TNFα) e un aumento tra i pazienti trattati con terapia anti-TNF.

“La traslocazione batterica intestinale - il passaggio dei batteri al flusso sanguigno - è un fenomeno comune nella malattia di Crohn. Grazie al miglioramento delle tecniche di ricerca del DNA, piccoli frammenti di materiale genetico, anche a livello di picogrammi, si possono ritrovare nel sangue. Così i ricercatori spagnoli – ha dichiarato alla Reuters Health Caroline Hwang del Centro di Malattie Infiammatorie Intestinali al Keck Medicine della University of Southern California di Los Angeles – sono stati in grado di dimostrare che il 34% dei pazienti con malattia di Crohn asintomatica aveva parti di materiale genetico batterico nel sangue”.

In più, i ricercatori “hanno dimostrato che il DNA batterico potrebbe essere un indice della riacutizzazione della malattia, che richiederebbe un ricovero, il ricorso a un intervento chirurgico o a terapie con farmaci anti TNF o antinfiammatori steroidei”, ha sottolineato Hwang, che non era coinvolta nello studio. “I ricercatori hanno fatto un buon lavoro definendo il DNA batterico come un possibile biomarker per individuare pazienti più a rischio, un metodo potenzialmente più sensibile della colonscopia, l'esame standard”, ha concluso.

Secondo James Marion, professore di medicina e gastroenterologia alla Icahn School of Medicine del Mount Sinai di New York, “troppo spesso i pazienti con un'infiammazione dovuta a malattia di Crohn si rivolgono tardi al medico, quando l'infiammazione ha già causato dei danni e la terapia è meno efficace – ha dichiarato alla Reuters Health – Per questo siamo sempre alla ricerca di fattori che ci possano indicare se il paziente si ammalerà di nuovo, prima che si manifestino i sintomi. Prima interveniamo, infatti, e più efficace sarà il trattamento”, ha spiegato.

Mentre secondo Fernando Velayos, professore associato di medicina e direttore della ricerca translazionale al Center for Crohn's and Colitis dell'Università della California, a San Francisco, “questo studio non spiega se i frammenti batterici siano la causa di una riacutizzazione o, più probabilmente, siano un semplice prodotto di un'alterazione della parete intestinale. L'identificazione, comunque, di un test del sangue che potrebbe indicare, mesi prima, le persone a rischio di una riacutizzazione, sarebbe molto importante”, ha concluso.

Fonte: Am J of Gastrenterology 2016
 
Lorraine L. Janeczko
 
(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) 

20 marzo 2016
© Riproduzione riservata


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