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I medici americani scendono in campo contro le armi

A firmare la dichiarazione di guerra contro la violenza delle armi sono Jeffrey Drazen, editor del New England Journal of Medicine e altri suoi colleghi del Massachusetts General Hospital di Boston. Gli emergentisti hanno creato una task force apposita per affrontare queste situazioni. I medici hanno una pesante responsabilità: quella di segnalare i pazienti a rischio e quella di combattere la vendita delle armi, soprattutto quelle da guerra.

24 GIU - 12 giugno 2016. Un altro giorno di ordinaria follia nella storia di un grande paese, come gli Stati Uniti, ostaggio delle armi e della follia di pochi. Anche il New England Journal of Medicine affronta l’argomento questa settimana, interpretando i sentimenti degli americani traumatizzati e increduli di fronte ad un crimine che non si sa neppure come etichettare.
 
La ‘solita’ sparatoria di massa? Un attacco terroristico di matrice sconosciuta? Un crimine ispirato all’odio nei confronti della comunità LGBT? Qualunque fossero le ragioni, “i cittadini della Florida non hanno aspettato una risposta – sottolineano gli autori dell’editoriale, tra i quali Jeffrey Drazen, direttore del NEJM – riversandosi per strada e facendo la fila ai centri trasfusionali, pronti e determinati a donare una parte di sé nella speranza di aiutare i loro vicini, in lotta contro la morte”.
 
La violenza delle armi negli USA è una questione complessa, che si può riassumere in quattro capitoli: sparatorie di massa, suicidi (i due terzi delle morti da armi da fuoco negli Usa), omicidi e danni da armi da fuoco (come quelli che stanno devastando Chicago), colpi sparati accidentalmente (come quelli dei bambini che giocano con le armi del padre finendo con l’uccidere un fratellino o un amico).

“Qualunque gruppo, di qualsiasi appartenenza politica – ammoniscono gli autori – che prometta una soluzione facile non ha il polso della realtà”. Ma la devastazione provocata dalle armi da fuoco non è inevitabile. Ed è una perversione pensare che queste carneficine siano il prezzo da pagare alla libertà.
 
La violenza delle armi da fuoco nasce in contesti diversi e riconosce diverse motivazioni.  Di certo però c’è un elemento unificante. La facilità con la quale in America tutti possono acquistare un’arma. Addirittura un’arma da guerra. “Per quanto virulente e confuse le motivazioni di Omar Mateen possano essere state – scrive Drazen – non avrebbero di certo potuto provocare la morte di 49 persone e il ferimento di altre 53, se lui non fosse riuscito a procurarsi un mitra da assalto”.
 
Di minima bisognerebbe dunque pretendere che vengano fatti dei controlli basilari prima di vendere un’arma a qualcuno. Ma già questo passo, che sembrerebbe scontato, non è di così facile implementazione.
Com’è possibile infatti proteggere laprivacy dei pazienti – si chiedono gli autori – e allo stesso tempo segnalare un loro stato mentale che potrebbe sfociare nella violenza? Certo non è facile trovare delle soluzioni. Ma tutto questo non può essere la scusa per non fare niente.
 
Non è normale che i civili possano avere libero accesso ad armi da guerra come quelle utilizzate nelle stragi di Orlando, Newtown, San Bernardino e Aurora. E anche se il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti sancisce il diritto di possedere un’arma, la società attuale – scrivono gli autori – dovrebbe riaprire il dibattito su dove sia giusto tracciare una linea, per impedire l’accesso ad armi, del tutto impensabili nel XVIII secolo. E questa scia di morti, che si va ingrossando di giorno in giorno, impone a tutti di impegnarsi in questa conversazione.
 
Una prima iniziativa ispirata al semplice buon senso, dovrebbe essere quella di bandire le armi da assalto, quelle che consentono di sparare 45-60  colpi al minuto e in grado di causare danni gravi anche a distanza di centinaia di metri.
 
“Come comunità medica – scrivono gli autori – abbiamo una particolare voce in capitolo in questa conversazione. Gli emergentisti, che si trovano in prima fila in queste carneficine di massa hanno cominciato a rivedere il loro approccio nei confronti di questi eventi, istituendo una High Threat Emergency Casualty Care Task Force. Ma per quanto lodevoli gli sforzi dell’American College of Emergency Physicians – scrivono Drazen e colleghi – sarebbe meglio in primo luogo prevenire che si verifichino queste tragedie di violenza da armi da fuoco.
Come medici – proseguono gli autori – siamo in una posizione unica per individuare i pazienti a rischio di impulsività e violenza. Ma abbiamo bisogno di migliori strumenti di valutazione e di strategie per fornire educazione e risorse ai nostri pazienti.
 
Questa volta è toccato alla comunità LGBT, non nuova peraltro alla violenza negli Usa; ma in altre occasioni le armi hanno sparato senza pietà contro i bambini di una cittadina del Connecticut, o contro gli spettatori di un cinema in Colorado, o contro i cristiani che affollavano una chiesa a Charleston, o contro i neri o contro le donne, che in questo paese sono 11 volte più a rischio di morire per un colpo da arma da fuoco, che in qualsiasi altra parte del mondo.
 
“Come medici  - esorta Drazen - dobbiamo impegnarci in uno sforzo prolungato per contrastare i gruppi che hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo; dobbiamo unirci in questo ai milioni di madri, padri, infermieri, educatori, scrittori, ricercatori, membri della comunità LGBT e ai loro alleati di ogni razza e religione per trovare delle soluzioni ragionevoli”.
Per onorare quelli che sono morti. E per proteggere quelli che potrebbero essere i prossimi.
 
Maria Rita Montebelli

24 giugno 2016
© Riproduzione riservata


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