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“Bimbi in provetta”. Quando spiegargli come sono nati?

Una questione che alcuni genitori prima o poi devono affrontare: qual è il momento migliore per dire al proprio bambino che è nato da fecondazione eterologa? Secondo un recente studio americano, pubblicato da Human Reproduction il 10 giugno scorso, il processo di rivelazione è più semplice quando i bambini sono piccoli.

24 GIU - (Reuters Health) - I ricercatori hanno studiato 72 genitori di 66 bambini concepiti con donazione di ovuli. I bambini, facenti parte di 46 famiglie, avevano dai 7 ai 19 anni al momento dell’indagine. “Gli studi precedenti si erano concentrati sulle intenzioni dei genitori di rivelare la modalità di concepimento, ma non su cosa accadeva realmente durante il processo”, hanno osservato i ricercatori.
 
20 delle 46 famiglie hanno rivelato ai loro figli che per il concepimento era stato usato l’ovulo di una donatrice. L’età media dei bambini quando sono stati informati era di cinque anni e mezzo, ma il range andava dall’anno ai 13. “Le famiglie che informavano i bambini entro gli 8 anni riportavano i più bassi livelli di conflitto riguardo al processo di rivelazione e i più elevate gradi di soddisfazione per averne parlato presto”, scrivono gli autori.

Inoltre, essi hanno riscontrato che più i genitori si sentivano in ansia, più aspettavano per parlare ai figli. “Siamo rimasti molto sorpresi del numero di genitori che, nonostante volessero essere aperti e onesti con i loro figli, hanno ritardato la rivelazione”, ha detto l’autrice principale Linda Applegarth, del Weill Cornell Medical College di New York City.


Delle 26 famiglie che dovevano ancora parlare con i figli, 18 avevano in previsione di farlo. L’età media dei bambini in questo gruppo era di 11 anni. A questa età, sono “vicini agli anni dell’adolescenza, in cui potrebbe emergere un maggiore risentimento per non essere stati informati prima, e i genitori se ne preoccupano”, ha aggiunto Applegarth.

Le motivazioni dei genitori
I motivi principali che spingevano i genitori ad aprirsi con i figli erano il diritto dei bambini di sapere, il desiderio di essere aperti e onesti e il concetto che i segreti di famiglia sono dannosi. Per le famiglie che non avevano ancora parlato ai figli, tra le ragioni principali del ritardo figuravano il non aver individuato il momento giusto e l’incertezza su come impostare il racconto.

I limiti dello studio
Solo il 12% di coloro che sono stati invitati a partecipare lo hanno realmente fatto. All’inizio i ricercatori avevano spedito inviti a 459 famiglie per un seminario sulla rivelazione del concepimento con ovuli di donatrici nell’ambito del quale veniva somministrata l’indagine, ma solo 46 famiglie avevano aderito presentandosi.

“I ricercatori, comunque, affermano chiaramente che si tratta di uno studio preliminare”, ha spiegato Patricia Hershberger del College of Nursing della University of Illinois, Chicago.” Tuttavia – ha aggiunto – il seminario potrebbe aver influenzato gli atteggiamenti e le percezioni dei genitori in merito alla rivelazione”. Ciononostante, lo studio fornisce “una visione davvero necessaria per capire come i genitori statunitensi si approcciano a svelare le vere origini ai loro figli concepiti con un ovulo di una donatrice”, ha detto Hershberger.

Fonte: Human Reproduction 2016

Reyna Gobel

(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

24 giugno 2016
© Riproduzione riservata


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