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Un mondo di obesi: una persona su tre sopra standard. In tutto 2,2 miliardi di obesi o in sovrappeso. Usa e Cina in testa alla classifica

di Maria Rita Montebelli

I numeri sono da apocalisse ma la soluzione al problema è di là da venire. A prendere le misure al problema è un nuovo studio su dati del Global Burden of Disease appena presentato all’EATStockholm Food Forum e pubblicato sul New England Journal of Medicine. Secondo gli autori, sono necessarie strategie locali perché in ogni Paese l’obesità si declina, anche sul piano delle conseguenze, in maniera peculiare. Fondamentale però anche un monitoraggio globale come intraprenderà l’Institute for Health Metrics and Evaluation insieme alla FAO

14 GIU - Una persona su tre ha problemi di peso, che tradotto in cifre significa un mondo con 2,2 miliardi di persone obese o in sovrappeso, tra adulti e bambini. E le conseguenze sono importanti, anche sul piano della mortalità: nel 2015 sono stati attribuiti all’obesità oltre 4 milioni di decessi in eccesso , il 40% dei quali a carico di soggetti con un indice di massa corporea inferiore alla soglia dell’obesità, quindi nella fascia dei ‘sovrappeso’.
 
Sono numeri che danno concretezza ad una “crisi di sanità pubblica globale in crescita e preoccupante”, commentano gli autori di un lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine e presentato nel corso dell’EAT Stockholm Food Forum. Nel corso della kermesse scandinava è stato anche annunciato un accordo tra IHME (Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’ Università di Washington) e FAO (Food and Agriculture Organization dell’ONU) per uno scambio di dati, conoscenze ed expertise, mirate a meglio comprendere cosa stia causando l’attuale pandemia di obesità nel mondo.

 
Una sinergia che si inscrive nella  ‘Decade of Action on Nutrition’, iniziativa delle Nazioni Unite, spalmata sul decennio 2016-2025 e mirata a ridurre il carico di tutte le patologie non trasmissibili legate alla dieta, in tutte le fasce d’età e che, accanto alla ‘tradizionale’ lotta alla fame, comprende anche una lotta alla malnutrizione in tutte le sue forme (sottonutrizione, deficit di nutrienti, sovrappeso e obesità).
 
Lo studio è basato su dati provenienti dallo studio Global Burden of Disease (GBD) e relativi a 195 tra nazioni e territori, nel periodo temporale dal 1980 al 2015. Per il lavoro sul NEJM, sono stati inoltre presi in esame anche altri studi sugli effetti dell’eccesso ponderale e sulle sue potenziali correlazioni con tumori dell’esofago, colon retto, fegato, cistifellea e vie biliari, pancreas, mammella, utero, ovaio, rene, tiroide, leucemie.
 
Nel 2015 erano in eccesso di peso 2,2 miliardi di persone, il 30% della popolazione mondiale. E all’interno di questo numero, 108 milioni di bambini e 600 milioni di adulti sono al di sopra di un indice di massa corporea di 30, cioè obesi.
 
La prevalenza dell’obesità è raddoppiata in oltre 70 Paesi a partire dal 1980 e a preoccupare gli esperti è soprattutto l’aumento dell’obesità infantile, che in alcuni Paesi ha superato in velocità quella degli adulti. Tra i 20 Paesi più popolati, in vetta alle classifiche per obesità infantile sono gli USA, con il 13% di bambini obesi, ma in assoluto, le nazioni con il più alto numero di bambini obesi sono la Cina (15,3 milioni) e l’India (14,4 milioni).
 
Il primo posto per obesità degli adulti va invece all’Egitto che può vantare un tasso del 35% e anche in questo caso però, in numeri assoluti alla vetta della classifica si trovano Stati Uniti con 79,4 milioni di adulti obesi e Cina con 57,3 milioni. Le nazioni più virtuose sono invece Bangladesh e Vietnam con un tasso di obesità di appena l’1%.
 
Sono numeri terrificanti, forieri, com’è ovvio di una serie di guai, soprattutto quando la carriera del sovrappeso/obeso esordisce in giovane età. “Un inizio precoce di obesità - ricordano  autori di un editoriale pubblicato sullo stesso numero – si tradurrà verosimilmente in un’elevata incidenza cumulativa di diabete di tipo 2, ipertensione e malattie renali croniche”.
 
Sono numeri questi che arrivano a breve distanza dai report statunitensi di un sostanziale aumento di incidenza del diabete nelle minoranze etniche di questo Paese. “E quando il diabete di tipo 2 compare nei giovani – sottolineano gli editorialisti – si porta dietro una prevalenza di complicanze molti più elevata rispetto al tipo 1”. Il che significa che un’aumentata incidenza di diabete tra i giovani andrà ad ipotecare pesantemente la salute nella mezza età, portando così a spalmare il carico della cronicità lungo tutte le fasce d’età, anticipandolo di qualche decennio.
 
Sono dati che più che far riflettere, dovrebbero spaventare.
Ragione in più dunque per rimboccarsi le maniche, anche e soprattutto a livello locale, a cominciare dai dati epidemiologi che gli esperti raccomandano di produrre con precisione a livello locale. Perché il carico di morbilità e mortalità che l’obesità si porta dietro non è uniforme in tutti i Paesi e dunque non è generalizzabile. Per prendere le dovute contro-misure bisogna conoscere in dettaglio il problema che ci si trova ad affrontare. Così ad esempio, gli asiatici a qualunque livello di BMI hanno il più elevato rischio assoluto di diabete e ipertensione; il rischio relativo di mortalità per diabete in Messico è di gran lunga superiore a quello degli USA o dell’Europa.
 
“Il peso in eccesso – afferma Ashkan Afshin, primo autore dello studio e professore associato di Global Health all’ IHME – è uno dei più complessi problemi di salute pubblica dei nostri tempi e interessa una persona su tre. Nel corso dell’ultima decade sono stati valutati una serie di interventi ma non abbiamo contezza di una loro concreta efficacia nel lungo termine. Nei prossimi dieci anni, in stretta collaborazione con la FAO, monitoreremo e valuteremo i progressi fatti dalle varie nazioni nel controllare sovrappeso e obesità. Condivideremo i dati con scienziati, politici e altri stakeholder, cercando di mettere a punto strategie evidence-based per risolvere il problema”.
 
Ed è fondamentale che ad affrontare il problema non siano solo scienziati e policy maker, ma anche e soprattutto le singole persone. Chi fa spallucce di fronte al fatto di ingrassare, lo fa a suo proprio rischio, e cioè al prezzo di un aumentato rischio di malattie cardiovascolari, diabete, cancro. “I buoni propositi di mettersi a dieta che tutti fanno ad ogni inizio di anno  – ammonisce Christopher Murray, Direttore dell’ Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’ Università di Washington – dovrebbero diventare un impegno davvero serio per tutto l’anno, mirato a perdere peso e ad evitare di mettere su chili in futuro”.
Lo studio è stato finanziato dalla Bill and Melinda Gates Foundation.
 
Maria Rita Montebelli

14 giugno 2017
© Riproduzione riservata


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