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Occhio secco. Dal confronto tra oftalmologi italiani nascono le prime raccomandazioni condivise per la gestione del disturbo

La sindrome dell’occhio secco è una patologia insidiosa, sottovalutata dal punto di vista epidemiologico, sintomatologico e terapeutico, spesso associata a patologie oculari e sistemiche più complesse o a effetti collaterali di terapie croniche. Maggiore sensibilizzazione dei pazienti, un approccio globale da parte degli specialisti e terapie su misura sono gli strumenti fondamentali per una corretta gestione della sindrome.

17 NOV - Dopo i cinquant’anni ne soffre tra il 20 e il 30% della popolazione, con un’incidenza quasi doppia negli individui di sesso femminile rispetto a quelli di sesso maschile[1]. I dati derivanti da indagini condotte negli Stati Uniti mostrano che oltre 3 milioni di donne ne soffre contro 1,6 milioni di uomini[2]. Si tratta della sindrome dell’occhio secco, una malattia oculare cronica spesso sottovalutata, e a volte misconosciuta, non solo da parte dei pazienti ma anche dei medici di medicina generale, farmacisti ed oftalmologi.
 
Ma che impatto ha e come viene affrontata e gestita in Italia, da parte di pazienti e specialisti? Novartis ha coinvolto alcuni dei più autorevoli oftalmologi ed esperti in un tavolo di lavoro con l’intento di individuare e uniformare le procedure per la diagnosi e il trattamento, offrendo indicazioni pratiche e suggerimenti per un corretto percorso diagnostico e di cura del paziente con occhio secco.
 
“La malattia dell’occhio secco può essere difficile da diagnosticare perché i sintomi variano e spesso si sovrappongono con altri disturbi oculari. Per questa ragione, anche lo specialista può essere portato a sottostimarne la severità e, se non tempestivamente individuata e correttamente trattata, la patologia può avere ripercussioni significative sulla vita delle persone - spiega Pasquale Aragona Direttore della Clinica Oculistica e del Centro di Riferimento Regionale per le malattie della superficie oculare del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Messina -. Stiamo parlando di una patologia cronica per la quale ancora non esiste una cura definitiva e, di conseguenza, la diagnosi precoce e una gestione appropriata del paziente sono importanti per diminuire il discomfort e migliorare la qualità della vista e della vita di chi ne è affetto.”

 
Gli esperti hanno steso un percorso ideale da seguire, dal primo approccio al paziente fino all’individuazione della terapia più appropriata. Un attento ascolto dei sintomi riferiti dal paziente è senza dubbio il primo step per un approccio globale alla sindrome dell’occhio secco. Al fine di quantificare l’entità di tali sintomi e valutare in seguito l’efficacia della terapia su di essi, è utile servirsi di appositi questionari di autovalutazione che il paziente può facilmente compilare.
 
Oltre a questo, va effettuata un’accurata anamnesi che indaghi sull'andamento e sulla variabilità dei sintomi, su fattori scatenanti quali condizioni ambientali sfavorevoli, presenza di patologie autoimmuni (dermatologiche o sistemiche), alterazioni ormonali, assunzione di particolari farmaci, interventi chirurgici oculari pregressi, solo per citare alcuni esempi.
 
“La multifattorialità della malattia richiede attenzione da parte dello specialista che deve valutare, in tempi rapidi, numerosi elementi ed effettuare alcuni test, indispensabili per definire il quadro clinico - spiega Maurizio Rolando, Direttore del Centro superficie oculare, IsPre Oftalmica, Genova -. Dal confronto di esperienze nato in seno al tavolo di lavoro è emersa, in generale, una buona conoscenza teorica della patologia, ma anche la forte mancanza di un comune ‘standard di azione’ proprio in queste prassi diagnostiche e nell’approccio di gestione del paziente. Da qui l’opportunità di un primo documento che indirizzi gli specialisti verso un trattamento più adeguato della patologia”.
 
Le raccomandazioni degli esperti, quindi, identificano i punti fondamentali per il riconoscimento della patologia accompagnando l’oftalmologo dal primo approccio al paziente fino alla definizione delle opzioni terapeutiche più opportune. Senza dimenticare, naturalmente, l’attenzione per la fase di follow up, ovvero l’importanza di monitorare costantemente la risposta del paziente e di adattare il trattamento al quadro clinico, sempre in possibile evoluzione.
 
Numerosi sono anche consigli e spunti utili per aiutare il paziente a eliminare i fattori di rischio ambientali e migliorare il proprio stile di vita: l’adozione di un’alimentazione sana ed equilibrata, ricca di omega 3 e antiossidanti contenuti nel pesce, nella frutta e verdure fresche, l’importanza di un’idratazione costante e di una corretta attenzione al microclima dell’ambiente in cui il paziente abitualmente soggiorna, con particolare riferimento ai luoghi di lavoro.
 
La base del documento è stata l’indagine preliminare condotta da Edra1 - media company leader in Italia nell’informazione di Salute, Scienza e Medicina - per ottenere un quadro della realtà italiana della sindrome dell’occhio secco e del suo legame con le abitudini quotidiane. Uno degli aspetti più interessanti della ricerca - e inedito rispetto alle indagini finora svolte sulla tematica - ha riguardato proprio il coinvolgimento di quattro diversi gruppi di riferimento: oftalmologi, medici di medicina generale, farmacisti e pazienti.
 
Oltre a esaminare aspetti quali epidemiologia, cause, sintomi e trattamenti della patologia, l’indagine ha analizzato, per la prima volta, anche il grado di conoscenza della sindrome dell’occhio secco tra i vari target e le diversità di approccio nella gestione del paziente e nella cura del disturbo, mettendo inoltre in luce l’importanza che i cittadini riservano al benessere dei proprio occhi.
 
Hanno partecipato al tavolo di lavoro per lo studio delle prime raccomandazioni nazionali sulla sindrome dell’occhio secco:
 
· Massimo Accorinti, Dipartimento di Oftalmologia, Università La Sapienza di Roma;
· Pasquale Aragona, Dipartimento di Scienze biomediche, Referente Regionale del Centro per le malattie della superficie oculare, Università di Messina
· Stefano Barabino, Clinica Oculistica, Di.N.O.G.M.I, Università di Genova
· Lucio Buratto, Centro Ambrosiano Oftalmico (CAMO), Milano
· Andrea Leonardi, Dipartimento di Neuroscienze, Unità di Oftalmologia, Università di Padova
· Francesco Loperfido, responsabile ambulatorio di oftalmologia generale, Ospedale San Raffaele; oftalmologo Commissione Difesa Vista
· Rita Mencucci, Clinica Oculistica Università di Firenze, Dipartimento di Chirurgia e Medicina Traslazionale, Università di Firenze
· Maurizio Rolando, Centro superficie oculare, IsPre Oftalmica, Genova
· Paolo Vintani, Vice Presidente di Federfarma Milano
  
 
[1] 2017 Report of The International Dry Eye Workshop - documenti e approfondimenti disponibili al sito www.tearfilm.org/
[2] Moss SE, Klein R, Klein BE. Prevalence of and risk factors for dry eye syndrome. Arch Ophthalmol 2000; 118:1264-8; Schein OD, Munoz B, Tielsch JM, et al. Prevalence of dry eye among the elderly. Am J Ophthalmol 1997;124:723-8; Schaumberg DA, Sullivan DA, Buring JA, Dana MR. Prevalence of dry eye syndrome among US women. Am J Ophthalmol 2003;136:318-26

17 novembre 2017
© Riproduzione riservata


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