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17 DICEMBRE 2017
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Chirurgia mininvasiva colorettale. Ecco le Raccomandazioni delle Società Scientifiche

La chirurgia mininvasiva ha ormai dimostrato di garantire ai pazienti maggiori vantaggi: minore trauma degli accessi chirurgici, tempi di recupero e di ospedalizzazione più brevi; dolore post-operatorio inferiore alle tecniche tradizionali; minore incidenza di complicanze associate a minori rischi intraoperatori grazie allo sviluppo delle tecniche di imaging. Il documento messo a punto dall'Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani e dalla Società Italiana di Chirurgia.

05 DIC - Rispetto alle “tradizionali” tecniche chirurgiche, il ricorso alla laparoscopia nel nostro Paese presenta un’alta variabilità sia in base alla branca chirurgica e alla tipologia di intervento sia su base regionale. Gli ostacoli alla diffusione di questa procedura vanno cercate in problematiche legate a retaggi culturali, vale a dire la  scarsa richiesta da parte dei pazienti, ma anche le difficoltà nell’acquisizione della tecnica stessa da parte dei chirurghi.

L'Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani (Acoi) e la Società Italiana di Chirurgia (Sic), le due maggiori società scientifiche chirurgiche italiane, hanno lavorato per promuovere le tecniche mininvasive e creato un documento di consenso presentato oggi al Ministero della Salute nel corso degli “Stati Generali della Chirurgia Italiana”. La chirurgia mininvasiva ha ormai dimostrato di avere il miglior rapporto costo-efficacia e di poter garantire ai pazienti maggiori vantaggi: minore trauma degli accessi chirurgici, tempi di recupero e di ospedalizzazione più brevi; dolore post-operatorio inferiore alle tecniche tradizionali; minore incidenza di complicanze associate a minori rischi intraoperatori grazie allo sviluppo delle tecniche di imaging.


“Per quanto riguarda la chirurgia colorettale - spiega Marco Montorsi, presidente della Società Italiana di Chirurgia - i più recenti dati del Programma Nazionale Esiti (Pne) mostrano un aumento di interventi in laparoscopia seppur con un’elevata variabilità nelle singole Regioni. Se si considerano gli interventi per tumore al colon, la media italiana di ricorso alla laparoscopia è del 32%, con un massimo del 52% e un minimo del 18%. In modo simile, nel caso di interventi per tumori al retto, se la media nazionale mostra il 40% degli interventi fatti con laparoscopia, il valore massimo è pari al 78%, mentre il minimo solo il 22%. Per promuovere il più ampio e omogeneo utilizzo delle tecniche mininvasive in Italia, sono di primaria importanza la disponibilità di queste tecniche nelle strutture sanitarie ma anche la competenza del chirurgo nell’utilizzare queste procedure acquisite attraverso percorsi formativi”.

Proprio in questa direzione, Acoi e Sic in collaborazione con il Centro di ricerca e Studio della Sanità Pubblica (Cesp) dell’Università degli Studi di Milano “Bicocca” e con il contributo incondizionato di Medtronic, hanno promosso il progetto Op2Imise: l’obiettivo è sviluppare e applicare una metodologia standardizzata a livello nazionale di formazione per ottimizzare la qualità ed efficienza della chirurgia laparoscopica colorettale.
Lanciato nel 2016, il progetto Op2Imise partiva dalla considerazione che in Italia l’uso della laparoscopia risultava tra i più bassi in Europa. Seppur ci siano diverse concause, uno dei fattori che ha portato a questo basso utilizzo della laparoscopia è rappresentato dagli scarsi investimenti economici sia in termini di formazione dei giovani chirurghi sia in termini di dotazione tecnologica nelle strutture sanitarie.

“A partire da questo progetto - continua Pierluigi Marini, presidente dell'Associazione Chirurghi Ospedalieri - è stato creato un Clinical Advisory Board, costituito da 16 chirurghi esperti nell’uso di tecniche mininvasive, per creare dei percorsi formativi altamente specializzati. Perché questo percorso possa garantire qualità, efficacia ed efficienza è necessario istituire centri di eccellenza a livello regionale con criteri e modelli organizzativi ben definiti che applichino un approccio multidisciplinare integrato. Per garantire un’equità di cura nelle diverse Regioni italiane è necessario definire un percorso diagnostico-terapeutico omogeneo condiviso da tutti i centri di eccellenza e che vi sia una centralizzazione a livello regionale degli investimenti come garanzia di qualità e di uso razionale. Da sottolineare è inoltre l’obiettivo di questi percorsi formativi: non soltanto permettere ai chirurghi una preparazione di eccellenza e sulle tecniche più innovative, ma anche di promuovere e garantire ai pazienti un accesso maggiore e, soprattutto, più uniforme sull’intero territorio nazionale alla chirurgia mininvasiva, che rappresenta ad oggi l’opzione chirurgica con i migliori risultati”.

Al fine di garantire ai pazienti i migliori trattamenti possibili in un regime di sostenibilità economica, risulta imprescindibile il coinvolgimento di tutti gli interlocutori che operano nel mondo della Sanità, incluse la Istituzioni, e dello stesso paziente.

Lorenzo Proia

05 dicembre 2017
© Riproduzione riservata


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