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Stimolazione cerebrale per ridurre il desiderio di cibo. Uno studio italiano conferma che funziona


Uno studio condotto da ricercatori dell’Irccs Policlinico San Donato su 40 pazienti ha dimostrato che dopo una singola sessione di stimolazione di trenta minuti è in grado di alterare i meccanismi di gratificazione che nei pazienti obesi sono associati al cibo

21 MAG - Usare la stimolazione magnetica transcranica profonda per alterare il circuito cerebrale della ricompensa e, in tal modo, controllare lo stimolo della fame. 

Potrebbe essere questa una strategia per combattere l’obesità. A proporla, nel corso del meeting annuale della European Society of Endocrinology 2018 in corso a Barcellona, ricercatori dell’Irccs Policlinico San Donato.
 
Alcuni studi precedenti avevano evidenziato che in alcuni casi di obesità, il sistema cerebrale di ricompensa risulta alterato: la gratificazione in risposta al cibo in alcuni soggetti obesi è notevolmente aumentata rispetto a quella degli individui normopeso. Ciò può rendere i pazienti più vulnerabili al desiderio impellente di mangiare e può portare più facilmente a un aumento del peso corporeo. La stessa disfunzione nel circuito cerebrale legato alla ricompensa si evidenzia anche nei casi di dipendenza patologica da sostanze come droghe o alcol, così come nella dipendenza da gioco.

La stimolazione magnetica transcranica profonda (deep transcranial magnetic stimulation – o dTMS) è un trattamento medico che utilizza l’energia magnetica per stimolare i neuroni all’interno di specifiche aree cerebrali. Viene utilizzata per il trattamento della depressione resistente.


Nello studio presentato ora a Barcellona, i medici del San Donato hanno valutato gli effetti della stimolazione magnetica transcranica su appetito e senso di sazietà in 40 pazienti, valutando i marcatori nel sangue potenzialmente associati con la ricompensa da cibo, dopo una singola sessione di stimolazione di trenta minuti, ad alta o a bassa frequenza.

I dati raccolti hanno evidenziato che nei pazienti sottoposti a stimolazione ad alta frequenza aumentano significativamente i livelli ematici di beta endorfine (i neurotrasmettitori coinvolti nella produzione di un maggiore senso di soddisfazione dopo l’ingestione di cibo) sia rispetto ai pazienti sottoposti a stimolazione a bassa frequenza sia rispetto al gruppo di controllo, sottoposto a una stimolazione placebo.

“Per la prima volta, questo studio ci fornisce un’indicazione sui meccanismi con cui la dTMS altera il desiderio di cibo nei soggetti obesi”, spiega il coordinatore del gruppo di ricerca Livio Luzi. “Abbiamo anche scoperto che alcuni marcatori presenti nel sangue e potenzialmente associati con il senso di ricompensa generato dal cibo, per esempio il glucosio, variano a seconda del sesso, suggerendo che vi siano differenze nelle modalità con cui i pazienti sono vulnerabili al desiderio di cibo e nella loro disposizione a perdere peso, a seconda che siano uomini o donne.”

Il prossimo passo sarà ora impiegare tecniche di immagini per verificare se la stimolazione influenza la struttura e la funzionalità del cervello nei pazienti obesi, sia a breve sia a lungo termine. 

“L’obesità reca con sé numerosi e profondi disagi per chi ne è affetto, oltre a un considerevole peso per la collettività, dal punto di vista sociale ed economico, legato alla sua gestione: per questo è di estrema importanza identificare con urgenza nuove strategie per contrastarne il costante aumento”, aggiunge Luzi. “La stimolazione magnetica transcranica si sta mostrando sempre più come un’alternativa sicura e sostenibile alle terapie farmacologiche e alla chirurgia bariatrica”.

21 maggio 2018
© Riproduzione riservata


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