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Cancro. Quando la diagnosi aumenta il rischio di suicidio

Uno studio britannico ha valutato l’impatto psicologico di una diagnosi di cancro su una vasta popolazione di pazienti, riuscendo anche a individuare le patologie oncologiche che li espongono a un maggior rischio di suicidio

29 NOV - (Reuters Health) – La comunicazione di una diagnosi di cancro, nonostante il miglioramento dei tassi di sopravvivenza per molte neoplasie, è sempre un evento molto stressante e può aumentare il rischio di suicidio di chi la riceve.

Un gruppo di ricercatori dello University College of London, guidato da Alexandra Pitman, ha esaminato i dati relativi a oltre 4,7 milioni di pazienti britannici che hanno ricevuto diagnosi di cancro tra il 1995 e il 2015 e ha riscontrato che il rischio di suicidio era il 10% più elevato rispetto a quello della popolazione generale sana. Quasi 2.500 pazienti con tumore si sono suicidati. Morti che, secondo gli autori dello stusio, potevano essere evitate.

Le evidenze emerse
. “Abbiamo scoperto che il rischio di suicidio raggiunge il picco nei primi sei mesi dopo la diagnosi – dice Alexandra Pitman – e abbiamo anche identificato quattro tumori che spiccano in termini di maggior rischio”. Secondo i dati della ricerca, rispetto alla popolazione generale senza una diagnosi di cancro, i pazienti con mesotelioma presentano una probabilità di morire per suicidio 4,5 volte più alta. Ed è il dato più elevato.


Seguono i pazenti con tumore del pancreas (3,9), quelli con tumore dell’esofago (2,7) tumore del polmone (2,6) , mentre la diagnosi di tumore dello stomaco è risultata legata a un rischio di suicidio 2,2 volte maggiore rispetto alla popolazione generale.

“Nell’attività clinica con i pazienti affetti da cancro è evidente che alcuni possono deprimersi o essere colti da ansia come reazione psicologica a diagnosi, trattamento orecidiva ”, conclude Pitman. “Per questi pazienti è particolarmente monitorare l’umore, con un buon controllo clinico del dolore e un supporto psicologico, del quale necessitano anche i caregiver”.

Fonte: JAMA Psychiatry
 

Lisa Rapaport

 
(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

29 novembre 2018
© Riproduzione riservata


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