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Hiv-2. Uno studio riaccende i riflettori

Uno studio pubblicato da Lancet torna a fare il punto sull’HIV-2, considerato meno virulento e contagioso dell’HIV-1. Un gruppo di ricercatori svedesi ne ha studiato l’andamento, a partire dal 1990, in una popolazione professionale della Guinea Bissau

12 DIC - (Reuters Health) – L’Hiv-2 è più aggressivo di quanto si credesse e, senza trattamento, la maggior parte degli individui infetti progredirà verso la malattia e la morte correlate al virus, sebbene più lentamente di quanto accadrebbe con l’Hiv-1, da sempre considerato il ceppo più pericoloso. È quanto scoperto da uno studio internazionale pubblicato su Lancet Hiv.

“I nostri risultati suggeriscono che l’inizio precoce del trattamento deve essere considerato per tutti gli individui infetti da Hiv, non solo quelli con Hiv-1″, scrivono gli autori. I ricercatori sostengono inoltre che il loro studio sia il primo a stimare in modo affidabile il tempo da Hiv a Aids o a morte correlata all’Hiv per Hiv-2, con stime comparative sia per l’Hiv-1 che per individui negativi all’Hiv della stessa popolazione.
 
“Sembra esserci un consenso nella letteratura scientifica sul fatto che sebbene l’infezione da Hiv-2 possa portare a malattie correlate all’Hiv, la maggior parte degli individui affetti non progredisce verso l’immunodeficienza e l’Aids durante il follow-up”, sottolinea Joakim Esbjornsson, della Lund University di Malmo, in Svezia, autore principale dello studio.


La premessa allo studio
. Gli autori sono partiti dalla considerazione che la ricerca, a partire dalla metà degli anni ’90, ha dimostrato che l’infezione da Hiv-2 è “caratterizzata da un minor numero di trasmissioni, stadi asintomatici più lunghi, calo più lento nella conta delle cellule Cd4 e mortalità inferiore”.
Senza la terapia antiretrovirale (Art), la maggior parte delle persone sviluppa l’Aids e muore tra 3 e 13 anni dopo l’infezione da Hiv-1, ma non sono disponibili stime comparabili nelle persone con Hiv-2.

Lo studio
Lo studio, prospettico e aperto di coorte di Esbjornsson e colleghi, è iniziato nel 1990 e ha reclutato agenti di polizia di sesso maschile e femminile nelle aree urbane e rurali della Guinea-Bissau. I partecipanti sono stati arruolati fino a settembre 2009 e le persone sieropositive sono state seguite fino a settembre 2013. Sono stati prelevati campioni di sangue all’atto dell’arruolamento e successivamente ogni anno.

Durante il periodo di studio di 23 anni, 872 partecipanti sono risultati positivi all’Hiv: 408 infetti da Hiv-1 e 464 con Hiv-2. La sopravvivenza media è stata di 8,2 anni per individui con infezione da Hiv-1 e 15,6 anni in soggetti con infezione da Hiv-2 (p <0,0001).
 
Durante il follow-up, l’Aids si è sviluppato in 121 su 225 pazienti con infezione da Hiv-1 (54%) e in 37 su 87 partecipanti con infezione da Hiv-2 (43%). Il tempo medio per contrarre l’Aids è stato di 6,2 anni in soggetti con Hiv-1 e di 14,3 anni in quelli con Hiv-2 (p <0,0001).

Tra quelli con Hiv-2, gli uomini hanno avuto un rischio significativamente più alto di Aids rispetto alle donne. Tra uomini e donne con infezione da Hiv-1, la differenza non è stata statisticamente significativa.

Se confrontati con una coorte di 2.984 individui senza Hiv (età media alla morte, 73,7 anni), entrambi i gruppi di partecipanti con infezione da Hiv-1 e Hiv-2 sono deceduti a età medie significativamente più basse (rispettivamente 51 e 62,9 anni, p <0.0001 per entrambi).

Complessivamente, il tasso di mortalità con Hiv-1 è stato stimato in 1,83 volte superiore rispetto all’Hiv-2. “Le analisi hanno indicato che gli individui infetti da Hiv-2 seguono una curva di sopravvivenza simile agli individui infetti da Hiv-1, anche se a un ritmo più lento”, hanno sottolineato gli autori.

I commenti
. “Alcuni studi hanno suggerito che l’infezione da Hiv-2 è compatibile con una vita normale nella maggior parte dei soggetti infetti e che le stime di mortalità nelle popolazioni con Hiv-2 possono essere fortemente influenzate dalla mortalità naturale – commenta Esbjornsson – Al contrario, il nostro studio indica un impatto molto marginale della mortalità naturale sulle stime di mortalità tra gli individui infetti da Hiv-2.Riteniamo che il nostro studio cambi la percezione dell’Hiv-2 come agente che causa la malattia e speriamo che i nostri risultati contribuiranno a offrire un trattamento immediato anche ai pazienti con questa infezione”.

In un editoriale, Christian Wejse e Bo L. Honge, dell’Aarhus University Hospital in Danimarca, hanno evidenziato una delle scoperte dei ricercatori: “È interessante notare che l’Aids clinico sembra verificarsi con una conta delle cellule Cd4 più elevata per gli individui affetti da Hiv-2 rispetto a quelli con l’Hiv-1. Questa scoperta suggerisce che l’immunodeficienza è diversa per l’infezione da Hiv-2 e richiede ulteriori ricerche per caratterizzare le differenze specifiche di tipo Hiv nell’immunofenotipo e nella funzionalità”.

Geoffrey Gottlieb della University of Washington, che ha studiato il trattamento degli individui infetti da Hiv nell’Africa occidentale, ha detto che questo studio è il più lungo e più grande studio di storia naturale dell’infezione da Hiv-2 e che aggiunge “dati molto più precisi sui tempi dell’infezione iniziale da Hiv-2 e sui susseguenti risultati di Aids e morte”.
Sebbene studi precedenti abbiano dimostrato che il tasso di progressione della malattia dell’Hiv-2 è sostanzialmente più lento rispetto all’Hiv-1, lo studioso ha aggiunto che “questo studio è unico in quanto altri studi di storia naturale dell’Hiv nell’Africa occidentale si sono conclusi molto tempo fa, dopo gli evidenti benefici di Art sulla riduzione della morbilità e della mortalità da Hiv.

Fonte: Lancet HIV 2018

 
Scott Baltic
 

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

12 dicembre 2018
© Riproduzione riservata


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