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Infezioni ospedaliere. Allarme Ecdc: In italia ogni giorno 1 ricoverato su 15 ne contrae una

Sono 33 mila ogni anno le persone che in Europa muoiono a causa di infezioni, quasi un terzo solo in Italia, agli ultimi posti nella classifica europea stilata dall’Ecdc e pubblicata in uno studio di prevalenza che ha coinvolto anche il nostro Paese. I dati salienti dello studio, a cui grande enfasi è stata data nel mese scorso in occasione della Giornata mondiale sulla consapevolezza degli antibiotici, nascondono però anche alcune dinamiche su cui è possibile intervenire anche con un approccio strutturale e organizzativo.

27 DIC - Il dato che emerge in maniera evidente dallo studio del Centro Europeo per le Malattie infettive è che oggi in Italia la probabilità di contrarre infezioni durante un ricovero ospedaliero è di circa il 6%, con 530 mila casi ogni anno: dati che pongono l’Italia all’ultimo posto tra tutti i Paesi in Europa.
 
Un valore in aumento rispetto agli anni precedenti causato da un maggior numero dei cosiddetti pazienti più “fragili”, con un’età superiore ai 65 anni, dall’utilizzo di sistemi sempre più invasivi per l’organismo umano come cateteri o endoscopi che costituiscono veicoli di batteri, ma soprattutto alla scarsa adozione di strategie di prevenzione tra cui, per esempio, l’adozione di alcuni semplici ma fondamentali passaggi come il corretto lavaggio delle mani, il riscaldamento del paziente durante un’operazione chirurgica, l’uso di medicazioni in grado di tenere sotto controllo eventuali infezioni dovute all’accesso venoso attraverso il catetere.
 
Quanto emerso dallo studio italiano condotto secondo il protocollo ECDC “riflette i cambiamenti che l’assistenza sanitaria ha subito negli ultimi anni, con l’uso sempre più ampio di tecnologie sanitarie che garantiscono una maggior sopravvivenza in pazienti più fragili, ma che allo stesso tempo si associano ad un aumentato rischio infettivo”. Nella tipologia di pazienti ricoverati nelle strutture per acuti sono sempre più presenti soggetti anziani (il 49,2% di pazienti di età >65 aa del PPS1 sale al 56% nel PPS2), pluripatologici o immunodepressi, portatori di dispositivi invasivi.
 
Questi cambiamenti concorrono anche ad un sempre più ampio utilizzo di molecole ad ampio spettro, contribuendo allo sviluppo di resistenze antimicrobiche, che ad oggi, per alcuni microrganismi, hanno raggiunto livelli di endemia negli ospedali italiani. La prevalenza cruda delle ICA si assesta all’8,03%, dato che rispetto al precedente report PPS1 (sia italiano sia europeo) in cui risultava una prevalenza intorno al 6%, pare evidenziare un peggioramento. Tale differenza scompare se andiamo a considerare la prevalenza media delle strutture (6,5%) evidenziando l’impatto della significativamente maggiore prevalenza negli ospedali più grandi, ad elevata specializzazione.
 
L’analisi dei fattori di rischio a livello ospedale approfondito nello studio, mostra infatti che la prevalenza di ICA cresce con il numero dei posti letto e delle giornate di degenza, condizione tipica di strutture ad alta intensità di cure, dove verosimilmente si concentrano i casi a maggior rischio, cioè pazienti clinicamente più fragili e ad alta intensità assistenziale.
 
Nella quota di pazienti con catetere venoso centrale, urinario e intubati, oppure non intubati ma ricoverati da più di 10 giorni e con una malattia terminale, la prevalenza di ICA supera il 34%. Il rischio aumenta sensibilmente anche nei pazienti sottoposti a chirurgia invasiva o nei neonati prematuri. Inoltre, è interessante notare che a parità di situazione clinica, intensità di cure (presenza di dispositivi invasivi) e permanenza in ospedale, la terapia intensiva, tradizionalmente ritenuta il setting a maggior rischio infettivo, mostra rate di ICA comparabili alla media degli altri reparti. Invece i reparti dove si concentrano pazienti fragili per lunghi periodi (riabilitazioni, geriatrie, lungodegenze) sono caratterizzati da rischio maggiore di infezione.
 
Questi risultati evidenziano come il rischio infettivo intraospedaliero sia dovuto ad un mix di: situazione clinica complessa e stato immunitario compromesso da una parte e di forte medicalizzazione e rottura delle barriere fisiologiche (presenza di dispositivi invasivi, chirurgia) dall’altra, in associazione ad una prolungata esposizione all’ambiente ospedaliero.
 
Il personale dedicato insufficiente

Nella realtà italiana, secondo lo studio che nel nostro Paese ha coinvolto 135 ospedali in 19 regioni e province autonome, si può ulteriormente intervenire dove sono ancora poche le risorse dedicate per il controllo delle ICA e il buon uso degli antibiotici: gli indicatori di struttura riportano una media di 0,67 addetti FTE (Full Tome Equivalent) all'antimicrobial stewardship nei diversi ospedali, ovvero 1,68 addetti per mille posti letto, quindi con almeno il 50% degli ospedali arruolati senza tale supporto.
 
Anche il numero d’infermieri e medici addetti al controllo delle infezioni risulta insufficiente (mediane: 3 e 1 addetti FTE per mille posti letto) e comunque inferiore alle medie europee di 4 infermieri e 1,44 medici. Questo deficit di personale, e la conseguente mancanza di programmi di controllo delle infezioni cui si sta cercando di porre mano con il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (Pncar) 2017-2020 del Ministero della Salute, si è rivelato associato ad un aumentato rischio di ICA; gli audit ad esempio sono risultati essere l’intervento che ha mostrato l’efficacia maggiore, ma solo il 53,6% degli ospedali li implementa per almeno un ambito di rischio infettivo e meno del 9% in tutto l’ospedale.
 
Appare quindi evidente come sia necessario, conclude lo studio italiano, implementare programmi di stewardship antimicrobica, ma come questo sia possibile solo mettendo in campo competenze capaci di affrontare il complesso delle problematiche connesse alle infezioni, come la resistenza antimicrobica e la gestione ragionata e condivisa della terapia antibiotica.

27 dicembre 2018
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