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Quando l’infarto colpisce in vacanza

Certo non è una cosa bella, ma se può consolare, i ‘vacanzieri’ pronti a riconoscere i sintomi e a cercare tempestivamente aiuto, alla lunga vivono più a lungo dei ‘locali’ colpiti da infarto. Lo dimostra uno studio giapponese, ambientato nella penisola di Izu, un angolo di paradiso ai piedi del Fujiyama, sull’oceano pacifico. La ricerca presentata oggi a Malaga al congresso Acute Cardiovascular Care.

02 MAR - Ci si augura ovviamente che non debba mai succedere, ma far finta di niente, mettere la testa sotto la sabbia non solo non paga, ma potrebbe costare caro. E’ la morale che arriva dal congresso Acute Cardiovascular Care 2019, in corso a Malaga (Spagna) dal 2 al 4 marzo e fa riferimento all’eventualità della comparsa di un attacco cardiaco nel bel mezzo di una vacanza.
L’infarto in viaggio non è purtroppo un evento non raro, come evidenziano le statistiche che lo indicano chiaramente come la principale causa di morte naturale tra i ‘vacanzieri’.
 
“Se compaiono i classici sintomi di infarto, quali un dolore toracico o irradiato alla gola, al collo allo stomaco o al braccio di durata superiore ai 15 minuti, chiamate immediatamente un’ambulanza.” Il consiglio arriva da Ryota Nishio del dipartimento di cardiologia della Juntendo University Shizuoka Hospital, Izunokuni (Giappone) che ha presentato una ricerca sul tema al congresso ACCA.
 
Si tratta di uno studio osservazionale condotto su 2.564 pazienti colpiti da infarto e rapidamente sottoposti a trattamento con angioplastica e posizionamento di stent tra il 1999 e il 2015 presso l’ospedale Shizuoka (che è il centro di riferimento regionale per le angioplastiche), sulla penisola di Izu, una destinazione turistica molto popolare, vicino al monte Fuji e affacciata sul Pacifico.

 
Gli autori dello studio hanno valutato le caratteristiche cliniche e demografiche di questo gruppo di infartuati, confrontando tra loro residenti e turisti. 192 dei pazienti inclusi nello studio erano turisti in vacanza, in media più giovani dei residenti colpiti da infarto e con una propensione a fare un infarto più grave (cosiddetto STEMI). Tutto questo gruppo di infartuati è stato seguito per una media di 5,3 anni.  Durante questo periodo i ‘locali’ hanno presentato un tasso più elevato di mortalità per tutte le cause (25,4%), rispetto ai turisti (16,7%), mentre il tasso di mortalità per cause cardiache è risultato simile nei due gruppi.
 
I soggetti colpiti da infarto durante una vacanza hanno presentato dunque un rischio a lungo termine  di mortalità per tutte le cause inferiore del 42%, rispetto ai residenti.  I decessi per cause non cardiache dei  ‘residenti’ erano imputabili principalmente a tumori. La spiegazione data dagli autori dello studio per questa disparità di decessi da cause non cardiache è duplice; la maggior parte dei turisti provenivano da aree urbane, dove le persone tendono ad essere più attente alla salute, si sottopongono con maggior frequenza a controlli e screening e hanno a disposizione un’offerta di cure decisamente più ampia di quella di chi risiede nelle aree remote della penisola di Izu. Dall’altra, il fatto che essere colpiti da infarto mentre ci si trova in vacanza rappresenta un evento molto traumatico che può indurre ad una maggior attenzione per la propria salute, una volta rientrati a casa.
 
“I risultati di questo studio – commenta Nishio – dimostrano che gli esiti a distanza di un infarto comparso mentre ci si trova in viaggio sono buoni se i pazienti ricevono una valutazione e un trattamento tempestivi. Superata la fase dell’emergenza è altrettanto importante e raccomandabile, una volta tornati a casa, rivolgersi subito ad un cardiologo per mettere in atto tutte le misure volte a ridurre il rischio di un secondo infarto, attraverso lo stile di vita e i farmaci della prevenzione secondaria.
 
Il nostro studio - prosegue Nishio – ha dimostrato anche che i pazienti a maggior rischio di decesso nel follow up sono quelli più anziani, con una storia di un precedente infarto o di malattia renale cronica. Se si rientra in uno di questi tre gruppi o se sono presenti altri fattori di rischio, quali ipertensione, fumo o obesità, è davvero importante conoscere il numero da chiamare in caso di emergenza, sia a casa che in vacanza”.
 
Maria Rita Montebelli

02 marzo 2019
© Riproduzione riservata


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