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Il disagio mentale è un problema sociale: con basso livello di istruzione prevalenza doppia

Tra coloro che hanno più di 35 anni e un basso livello di istruzione le prevalenze di questi disturbi è quasi il doppio di quella osservata tra i coetanei con titoli di studio elevato. In particolare, si attesta, rispettivamente, al 3,4% vs 7,5% per gli adulti della fascia di età 35-64 anni e al 6,3% vs 16,6% tra gli anziani. I divari sono significativi anche rispetto alle condizioni economiche. Ssn deve rafforzare l'assistenza primaria ed i rapporti ospedale-territorio. Il focus dell'Osservatorio sulla salute nelle Regioni italiane

09 OTT - L’OMS stima che i disturbi depressivi colpiscono oltre 300 milioni di persone nel mondo. La depressione rappresenta il 4,3% del carico globale di malattia ed è una delle principali cause di disabilità a livello mondiale (circa l’11% degli anni di vita vissuti con una disabilità nel mondo intero), particolarmente nelle donne.

Sono 2,8 milioni gli italiani che soffrono di disturbi depressivi (5,6% della popolazione di età >15 anni), di cui 1,3 milioni con sintomi del disturbo depressivo maggiore. Si tratta di una tipologia di disagio che aumenta con l’età, infatti, la prevalenza è pari al 2,2% nella fascia di età 15-44 anni e sale al 19,5% tra gli ultra 75enni. Sono le donne ad esserne più colpite, con differenze che superano i 9 punti percentuali tra le più anziane, 6% vs 3,7% nella classe 55-64 anni.
 

 
I sintomi depressivi più gravi ascrivibili alla depressione maggiore sono particolarmente elevati nella fascia di età più anziana, sopra i 75 anni, nella quale la prevalenza si attesta al 10,2%, (7,0% uomini e 12,3% donne). I disturbi depressivi sono più frequentemente presenti tra i residenti nelle regioni centrali e meridionali, in particolare in Umbria (9,5%) e Sardegna (7,3%), significativamente superiori ai dati del Trentino-Alto Adige (2,8%) e della Lombardia (4,3%).
 
La depressione ha una significativa connotazione sociale; infatti, tra coloro che hanno più di 35 anni e un basso livello di istruzione le prevalenze di questi disturbi è quasi il doppio di quella osservata tra i coetanei con titoli di studio elevato. In particolare, si attesta, rispettivamente, al 3,4% vs 7,5% per gli adulti della fascia di età 35-64 anni e al 6,3% vs 16,6% tra gli anziani. I divari sono significativi anche rispetto alle condizioni economiche; infatti, la prevalenza tra i soggetti adulti appartenenti ai due quinti di reddito più bassi mostrano prevalenze del disturbo quasi doppie rispetto ai coetanei appartenenti ai due quinti più alti.

La condizione di inattività risulta associata alla presenza di disturbi di depressione o ansia cronica grave; infatti, la quota che soffre di tali disturbi si attesta al 10,8% tra gli inattivi e all’8,9% tra i disoccupati, mentre è significativamente più bassa, il 3,5%, tra gli occupati. Differenze che si riscontrano anche sulla presenza al lavoro; nel 2015 il 48,6% degli occupati affetti da questo tipo di disturbi ha fatto almeno 1 giorno di assenza, il 18,7% in più del resto della popolazione. Tra gli occupati con depressione o ansia cronica grave il numero medio di giorni di assenza dal lavoro è più che triplo (18 giorni) rispetto al totale degli occupati (5 giorni).

I dati di mortalità mostrano un significativo incremento di alcune forme del disagio mentale; infatti, dal 2003 al 2016 i decessi per demenza sono passati da 7.739 a 19.844, fenomeno non correlato solo all’invecchiamento della popolazione visto che il tasso standardizzato passa 1,57 a 2,6 per 10.000 abitanti. Un’altra patologia legata ai disturbi neurologici, l’Alzheimer, mostra un preoccupante trend di crescita, poiché è stata la causa di 6.902 decessi nel 2003 e di 11.465 nel 2016, con un tasso standardizzato che è passato da 1,27 a 1,49 per 10.000a abitanti.
 

 
Il disagio mentale, in tutte le sue forme e manifestazioni, ha assunto un significativo rilievo nella società, anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. Il SSN ha di fronte una nuova sfida con la quale misurarsi e tra le possibili strategie di intervento sicuramente va annoverato il rafforzamento dell’assistenza primaria e dei rapporti ospedale-territorio. Sarà necessaria anche una maggiore integrazione tra servizi sanitari e sociali, insieme ad una migliore differenziazione dell’offerta sulla base dei bisogni dei pazienti, riducendo i troppi letti in residenze e comunità (diventate in gran parte cronicari), spostando i fondi verso i servizi di comunità (sostegno all’abitare, piccoli gruppi di convivenza etc.) e aiutando le persone a restare nel proprio ambiente di vita.

Oltre alle attività di cura e assistenza, sarà importante attivare delle azioni efficaci nell’ambito della prevenzione primaria della depressione, per esempio attraverso progetti di intervento nelle scuole volti all’individuazione dei soggetti a rischio su cui effettuare un intervento precoce e attraverso un’attenzione particolare alle fasce di popolazione più anziane, che come abbiamo visto sono le più a rischio, con programmi finalizzati a incrementare l’attività fisica e ridurre l’isolamento sociale per limitare il rischio di depressione nella fase avanzata della vita.
 
Walter Ricciardi e Alessandro Solipaca
Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane
 
Scarica il focus integrale dell'Osservatorio sulla salute nelle Regioni italiane

09 ottobre 2019
© Riproduzione riservata


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