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Nuovo Coronavirus. Clamore e isteria senza precedenti, ma ci sono tutte le ragioni per abbassare i toni senza far vincere la paura

“Sebbene ci siano molte cose ancora da sapere su come rispondere al meglio ad infezioni di questo tipo, ci sono anche diversi aspetti positivi, come i test diagnostici sviluppati in appena due settimane, o il supporto finanziario per lo sviluppo del vaccino: tutte notizie che forse dovrebbero apparire nei titoli dei giornali e dei notiziari, per alimentare la rassicurazione piuttosto che la paura”, scrivono oggi su The Lancet Respiratory Medicine, Giuseppe Ippolito e altri quattro scienziati internazionali.

13 FEB - Cosa ci ha insegnato finora l’epidemia scatenata dal nuovo coronavirus il “SARS-CoV-2”? Molte cose. Prima di tutto che le autorità sanitarie nazionali e internazionali sembrano aver appreso la lezione da precedenti epidemia manifestando una straordinaria capacità di risposta e mobilitazione unite a una trasparenza e tempestività nella comunicazione senza precedenti.
 
Seconda cosa, non c’è dubbio che la reazione e l’attenzione mediatica e sociale a questa epidemia non ha precedenti con il risultato, però, di una vera e propria overdose informativa che rischia di alimentare una tensione permanente tra la popolazione.
 
Anche perché “la risposta globale dei media a SARS-CoV-2 rimane sbilanciata, in gran parte a causa della continua evoluzione dello scenario; di conseguenza, la percezione pubblica del rischio rimane esagerata”.
 
A scriverlo è un gruppo di scienziati impegnati nella lotta al nuovo coronavirus, tra i quali il nostro Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani che, insieme ai colleghi David S Hui dell’Università di Hong Kong, Francine Ntoumi della Fondation Congolaise pour la Recherche Médicale del Congo, Markus Maeurer Champalimaud del Centre for the Unknown di Libona e dell’Università di Mainz in Germania e Alimuddin Zumla dell’University College di Londra, hanno pubblicato oggi un articolo su The Lancet Respiratory Medicine, dal titolo molto indicativo: “SARS-CoV-2: ridurre il clamore mediatico, alimentare la speranza”.

 
“L’epidemia del nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) – scrivono i cinque scienziati - ci ha svelato che il mondo è sempre più esposto all’insorgere di malattie infettive, siano esse nuove o riemergenti, che possono diffondersi più velocemente che in passato a causa del rapido movimento delle persone a livello globale”.
 
“Quando appare una nuova malattia infettiva con potenziale pandemico – aggiungono - si accende di solito un dibattito trasversale, politico, scientifico e mediatico, e gli eventi che hanno accompagnato l’epidemia del SARS-CoV-2 non fanno eccezione: così, nelle ultime 5 settimane, questo argomento ha catturato l’attenzione globale dei media, oltre che del mondo politico e scientifico”.
 
“Nella gestione di questa epidemia appare evidente che il mondo ha imparato le lezioni apprese in esperienze precedenti, quali la SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) nel 2003, la MERS (Middle East Respiratory Syndrome) nel 2012, ed Ebola, per le quali Cina, Arabia Saudita e l’OMS stessa erano state pesantemente criticate per aver agito con troppa lentezza”, fanno notare gli scienziati che sottolineano come “la rapida e ben coordinata risposta globale all’emergenza ed all’individuazione del SARS-CoV-2, e il livello di comunicazione tra scienziati, ricercatori ed epidemiologi, nonché tra le agenzie sanitarie e di finanziamento pubbliche, non hanno precedenti rispetto alle epidemie del passato”.
 
“Ma – e veniamo al tema che ha ispirato l’articolo -  è senza precedenti anche il clamore mediatico che ha generato questa epidemia, sin dalle prime notizie annuncio, sulla stampa e sui social media. Il percorso che le informazioni scientifiche e di sanità pubblica compiono dalla loro elaborazione sino all’utilizzo da parte dei media contiene diversi passaggi, ciascuno dei quali può portare a esagerazioni quando non a vera e propria disinformazione”.
 
“Il clamore mediatico – si chiedono gli autori - deriva da una inefficace comunicazione del rischio al pubblico e ai media?”.
 
Non sembrerebbe, anzi per certi versi, fanno notare Ippolito e gli altri, “il volume delle informazioni che vengono trasmesse alle autorità sanitarie, e che da queste vengono comunicate al pubblico, supera la capacità dei media di collegarle ed analizzarle utilmente, verificandole con altri dati”.
 
Per gli autori “questa incapacità di validare le informazioni può alimentare le speculazioni, generando quindi preoccupazione nei media e nel pubblico”, ma sottolineano sempre i cinque scienziati, “trovare l’equilibrio tra fornire le informazioni necessarie per agire in maniera appropriata in risposta al rischio e fornire informazioni che alimentano azioni inappropriate è una operazione delicata”.
 
E ad oggi, è indubbio che “la risposta globale dei media a SARS-CoV-2 rimane sbilanciata, in gran parte a causa della continua evoluzione dello scenario; di conseguenza, la percezione pubblica del rischio rimane esagerata”.
 
Soprattutto se messa a confronto con la reale portata dell’epidemia provocato dal virus SARS-CoV-2 che “pare condividere lo stesso modello dell’influenza, con la maggior parte delle persone che guarisce e con un basso tasso di mortalità intorno al 2%”, con l’evidenza del fatto che “le persone più a rischio di mortalità sono quelle più anziane, oltre i 65 anni, le persone con un sistema immunitario indebolito, o che presentano altre malattie”.
 
Senza contare poi, aggiungono gli autori, che “attualmente non vi sono evidenze scientifiche in base alle quali il virus SARS-CoV-2 si diffonda più rapidamente rispetto all’influenza o abbia un tasso di mortalità più elevato”.
 
Tutti elementi che per i cinque scienziati dovrebbero convincere i media, ma anche chi scrive sui social, ad “abbassare il clamore e l’isteria che circonda l’epidemia di SARS-CoV-2, e ridurre la sensazionalizzazione di nuove informazioni, in particolare sui social media, dove si cerca in questo modo di catturare l’attenzione da parte dei follower”.
 
“I media – auspicano gli autori - dovrebbero concentrarsi su obiettivi più altruistici, sviluppando il dialogo con le autorità competenti al fine di proteggere la sicurezza sanitaria globale attraverso una collaborazione amichevole”.
 
“Sebbene ci siano molte cose ancora da sapere su come rispondere al meglio ad infezioni di questo tipo, ci sono anche diversi aspetti positivi, come i test diagnostici che sono stati sviluppati in appena due settimane, o il supporto finanziario disponibile per lo sviluppo del vaccino: tutte notizie che forse dovrebbero apparire nei titoli dei giornali e dei notiziari, per alimentare la rassicurazione piuttosto che la paura”, concludono gli autori.
 
C.F.

13 febbraio 2020
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