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Coronavirus. Le cose da fare prima che sia troppo tardi

di Roberto Polillo

E’ necessaria una vera dichiarazione di “stato di eccezione” con l’attribuzione di poteri di intervento immediato a un tecnico della protezione civile o di altro organismo. Solo attraverso questo strumento del tutto straordinario sarebbe possibile acquistare i presidi medici e strumentali necessari all’emergenza e predisporre un piano di intervento in grado di cogliere due obbiettivi fondamentali: potenziamento delle strutture ospedaliere e reclutamento di nuovo personale addestrato

07 MAR - Se l’infezione Covid 19 dovesse superare quella specie di linea gotica che separa il Nord dal Centro Sud del paese, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. La desertificazione del Servizio sanitario Nazionale ha interessato l’intero paese ma è nel Sud che il fenomeno si è manifestato alla massima potenza, toccando l’apice negativo e un punto di non ritorno in Calabria.
 
Il Sud non è preparato ad affrontare un’emergenza che non riesce a gestire neanche il nord, dove i tagli degli ultimi 15 anni hanno inciso poco sui servizi sanitari regionali, anche grazie alle compensazioni derivanti dalla mobilità passiva che quest’anno, per la sola Lombardia, ha comportato un trasferimento di risorse dal sud di 4,5 miliardi.
 
Oggi sono evidenti a tutti le dissennate politiche di questi ultimi 15 anni che hanno portato a 37 miliardi di tagli sulle risorse messe teoricamente a disposizione del SSN; alla dismissione di 70.000 posti letto, e alla mancata sostituzione di decine di migliaia di medici collocati in quiescenza per vecchiaia o anzianità.
 
Una politica dissennata ma attenta a elargire compensazioni di altra natura: il laissez faire in tema di politiche tributarie (100 miliardi di evasione fiscale ne sono il prodotto certificato) a tutto vantaggio di partite IVA e liberi professionisti e il potenziamento dell’industria sanitaria privata tramite l’universalizzazione dei fondi sanitari integrativi (di fatto sostitutivi). Fatto questo reso possibile dalle agevolazioni fiscali concesse e dalla pletora di accordi incoraggiati e sottoscritti con le parti sociali.
 
Sulla sanità pubblica si è giocato dunque lo scambio ineguale e perverso tra riduzione dell’offerta pubblica e permissivismo fiscale con accesso facilitato all’offerta privata.
 
Il Servizio Sanitario ha dunque ridotto all’osso le sue capacità di risposta lavorando al “margine” delle sue capacità produttive senza alcuna possibilità di modificare gli output di prodotto. Le economie di scala realizzate in tema di assistenza ospedaliera hanno senso solo in presenza di un sistema legislativo elastico che consente un incremento dell’offerta in tempi rapidissimi.
 
E’ quello che è avvenuto in Cina con la costruzione in tempi record di due nuovi ospedali per fronteggiare l’epidemia e di quello che può avvenire negli USA in caso di necessità. Ricordo a tale proposito che una delle più importanti HMO americane, la Kaiser Permanente, ha pronti ed immediatamente esecutivi i progetti per potenziare i propri ospedali, dove è possibile in poche settimane soprelevare la struttura creando ex novo tutti i posti letto necessari.
 
Una prospettiva irrealizzabile nel nostro paese dove si iniziano a costruire ospedali che restano incompiuti o si dismettono ospedali appena ristrutturati come l’ospedale San Giacomo di Roma dove ho prestato servizio per anni.
 
Serve dunque un reale cambio di passo per fronteggiare un’emergenza che rischia di travolgere l’intero paese. E’ necessaria una vera dichiarazione di “stato di eccezione” con l’attribuzione di poteri di intervento immediato a un tecnico della protezione civile o di altro organismo. Solo attraverso questo strumento del tutto straordinario sarebbe possibile acquistare i presidi medici e strumentali necessari all’emergenza e predisporre un piano di intervento in grado di cogliere due obbiettivi fondamentali: potenziamento delle strutture ospedaliere e reclutamento di nuovo personale addestrato a fronteggiare l’insufficienza respiratoria acuta.
 
Per quanto riguarda il primo aspetto l’utilizzo delle cliniche private, degli ospedali privati e di quelli militari è il primo dei provvedimenti da attuare; a questo si deve aggiungere la riconversione ospedaliera di tutte quelle strutture trasformate in presidi a minore intensità di cura ma che mantengono una cultura e un’esperienza ospedaliera. Esemplare nel caso del Lazio del Nuovo Regina Margherita di Roma o degli ex ospedali della cintura dei castelli laziali.
 
Più complesso il reclutamento del personale medico e infermieristico e la sua formazione per renderlo in grado di fronteggiare le emergenze respiratorie. Il Prof Galli, autorevole e apprezzato Primario infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano, in prima linea nella lotta all’infezione da corona virus, ha giustamente sostenuto che “i medici intensitivistici e gli specialisti in malattie infettive non si improvvisano” e che pertanto il reclutamento di nuovo personale non è cosa realizzabile in tempi brevi.
 
Eppure qualcosa si può e si deve fare. Al primo posto la ricognizione di medici pensionati, specie se per anzianità, disponibili a rientrare in servizio per il tempo necessario; contemporaneamente a questo la riapertura di graduatorie o lo scorrimento degli idonei in tutte le discipline cliniche correlate. Tutto questo personale dovrebbe essere immediatamente formato al trattamento dell’insufficienza respiratoria non invasiva con Cpap, Crop e altro e al trattamento delle virosi respiratorie con gli antivirali più promettenti. Procedure, le prime, per le quali non è richiesto il titolo di specializzazione.
 
Il tempo è tiranno e tutto questo dovrebbe essere realizzato nello spazio massimo di due settimane. Uno sforzo poderoso ma non impossibile e che è l’unico mezzo per dare assistenza a tutti nel caso in cui l’infezione si generalizzasse all’intero paese.
 
Roberto Polillo

07 marzo 2020
© Riproduzione riservata

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