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Viagra. Non è vero che fa male al cuore. Soprattutto per i diabetici

Uno studio condotto dall’Università La Sapienza fa nuova luce sul sildenafil, principio attivo del famoso prodotto per i disturbi di natura sessuale: non fa male al cuore, anzi lo aiuta a ingrossarsi meno ed evita pericolose torsioni dei ventricoli. “A partire da questo risultato possiamo sviluppare nuovi farmaci”.

17 APR - Da oggi l’uso del viagra, la famosissima pillolina blu che risolve alcuni problemi di disfunzione erettile, potrebbe non essere più associato solo al trattamento di questi disturbi: il farmaco, lungi dall’essere pericoloso per il cuore come talvolta è stato detto, avrebbe al contrario effetti benefici su determinate patologie cardiovascolari. Questo quantomeno è quello che emerge da una ricerca svolta all’Università “Sapienza” di Roma, pubblicata sulla rivista Circulation. I problemi che si sono verificati in concomitanza con l'uso di Sildenafil (alla base del Viagra), sarebbero infatti da imputarsi all'associazione con altri medicinali e dunque non dovuti al farmaco per la disfunzione erettile.

Per dimostrarlo i ricercatori della Sapienza hanno somministrato questo tipo di sostanze a 59 uomini di età media di 60 anni, affetti da diabete e senza storia precedente di ischemia. Dopo tre mesi di somministrazione, i farmaci avevano prodotto miglioramenti significativi nella deformazione delle camere ventricolari e nei risultati del cuore sotto sforzo, senza che questo comportasse cambiamenti negativi nella funzione endoteliale, nel postcarico o nel metabolismo stesso.

Gli scienziati, infatti, hanno dimostrato che questi farmaci agiscono su una molecola bersaglio, la fosfodiesterasi di tipo 5, che è in grado di intervenire sulle trasformazioni cardiache indotte dal diabete mellito. Il diabete come l'ipertensione o le altre malattie del sistema circolatorio, infatti può provocare un ingrossamento del cuore e una alterazione delle fibre del ventricolo sinistro che durante il battito si contrae di meno facendo ruotare di più il cuore. Tali alterazioni sono state misurate con una particolare tecnica di risonanza magnetica. "Questi dati potrebbero aprire le porte a una nuova classe di farmaci anti-rimodellamento, in grado di contrastare lo scompenso cardiaco che rappresenta una causa di morte nel paziente diabetico", ha detto Andrea Lenzi, coordinatore della ricerca.
In collaborazione con le strutture di radiologia e di cardiologia della Sapienza, il gruppo del professor Lenzi ha infatti dimostrato che l'inibizione della fosfodiesterasi di tipo 5 è in grado di riportare queste alterazioni a un livello vicino alla normalità nei pazienti diabetici e a confermare con indagini molecolari l'azione del farmaco sulle cellule cardiache.
Uno studio in cui emergono in particolare due giovani ricercatori italiani, primi autori della ricerca. "Tale risultato mi rende particolarmente orgoglioso perché il successo della ricerca viene da un gruppo di giovani studiosi, in particolare da Elisa Giannetta, una ricercatrice a tempo determinato di 33 anni, e Andrea Isidori, un ricercatore confermato di 37 anni. A testimoniare che l'università italiana è ancora in grado di investire nelle giovani risorse e competere con ricerche di livello internazionale".

 

17 aprile 2012
© Riproduzione riservata


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