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Sangue. “Reingegnerizzare il sistema trasfusionale e attirare i giovani medici”. Intervista a De Angelis nuovo Direttore del Cns

di Ester Maragò

Sono queste alcune delle sfide per il prossimo quinquennio indicate da De Angelis al timone del Centro nazionale sangue dal mese di agosto. Ma sul tappeto c’è anche la necessità di aumentare i nuovi donatori, perché la raccolta di sangue e plasma, sempre di più sarà strategica per il sistema sanitario

10 SET - Reingegnerizzare il sistema trasfusionale per capire come ottenere un risultato qualitativamente adeguato usando al meglio le risorse disponibili e dare così risposte alla carenza di personale. Attirare i giovani medici verso i servizi trasfusionali “non luoghi negletti degli ospedali, ma un punto di rifermento dove svolgere attività clinica e fare ricerca”. Ma soprattutto incrementare il numero dei donatori di sangue e plasma facendo leva, anche in questo caso, sulle fasce di popolazione più giovani.
 
Queste le principali sfide future per il Centro nazionale sangue, diretto da poco più di un mese da Vincenzo De Angelis. Un incarico che cade in un momento storico particolarmente complesso nel quale il tema del plasma iperimmune, per un supporto ai malati di Covid 19, potrebbe diventare un tassello importante; anche se come sottolinea il nuovo direttore in questa intervista “ci sono tante idee, speranze e impressioni ma non ancora certezze scientifiche”.
 
I suoi desiderata? Trovare il punto di mediazione tra un eccesso di autonomia regionale e un eccesso di centralismo. Un atout fondamentale per risolvere molte criticità.

 
Dottor De Angelis, dal mese di agosto è al timone del Centro nazionale sangue. Una nomina che arriva in un momento storico particolarmente complesso, in cui l’ottimizzazione e il monitoraggio della raccolta di sangue e plasma saranno strategici. E se questa è la sfida a stretto giro di posta è facile immaginare che anche nel lungo termine ci sarà ancora molto da fare. Preoccupato?
La direzione del Cns è sicuramente un impegno importante, ma le sfide non mi preoccupano. Anzi, sono fiducioso che riusciremo a superare le prove che ci attendono. Vede, questo è un sistema che ha nel suo Dna impegno, altruismo e generosità. È un sistema da sempre fondato sul volontariato e sullo spirito di servizio dei medici trasfusionisti e di tutto il personale che ci lavora. Con forze come queste non possiamo che migliorare. Certo le criticità non mancano. La sfida più importante, nel breve ma anche nel lungo periodo, è attirare nuovi donatori. Purtroppo, dobbiamo fare i conti con un insufficiente ricambio di donatori. Sono sempre di più coloro che escono dal circuito donazionale per raggiunti limiti di età rispetto ai giovani che entrano. Considerando il trend negativo della natalità nel nostro Paese è ipotizzabile che la base dalla quale attingere sarà sempre più contingentata, a fronte di una domanda di sangue in crescita nella popolazione anziana.
 
Uno scenario allarmante. Come uscire dall’impasse?
Fortunatamente abbiamo delle realtà sulle quali possiamo intervenire. Ci sono Regioni con un indice di donazione più basso rispetto ad altre: il tema è quindi andare ad agire lì dove questo indice è ancora incrementabile e individuare le sacche di potenziali donatori non ancora esplorate. I donatori nelle realtà più virtuose sono circa il 4,5% della popolazione totale, mediamente circa il 3%, il margine di azione è quindi amplissimo. Dobbiamo solo far capire ai giovani, e non solo, che la donazione è un atto che costa poco, impegna poco tempo ed è facilmente programmabile soprattutto in questo momento di pandemia in cui per donare basta una semplice prenotazione nei Centri trasfusionali. Comunque, confido nella generosità dei giovani: in situazioni emergenziali spesso hanno dimostrato di saper sostenere un amico o un parente in difficoltà. Il salto di qualità è passare dall’eccezionalità alla routine. E le Associazioni e le Federazioni dei donatori di sangue, più di chiunque altro, conoscono le leve da utilizzare per comunicare al meglio l’importanza della donazione. Contiamo molto su di loro.
 
Altro obiettivo?
Dare una risposta alla carenza di personale. Non è una novità, infatti, se questo è un tema critico per molte aree della sanità lo è ormai anche per il sistema trasfusione. All’appello non mancano solo chirurghi e anestesisti per citarne alcuni, ma anche medici trasfusionisti. Abbiamo due soluzioni per risolvere il problema: da un lato reingegnerizzare il sistema trasfusionale per capire come ottenere un risultato qualitativamente adeguato usando al meglio le risorse disponibili, dall’altro far sì che i giovani medici si affascino al servizio trasfusionale.
 
Come?
Sono molteplici le attività dei Centri trasfusionali che possono affascinare le nuove leve e tante le opportunità da cogliere per il loro futuro professionale. Pensiamo al trapianto di cellule staminali, all’utilizzo di componenti per uso topico per curare, ad esempio, patologie croniche della cute. E ancora, pensiamo alle attività di cura per le malattie ematologiche non oncologiche, le anemie, le piastrinopenie. Alla diagnostica di queste malattie. Ricordo ancora l’entusiasmo dei giovani specializzandi nel Centro trasfusionale di Udine dove ho lavorato per anni. Deve passare il messaggio che il servizio trasfusionale non è il posto negletto dell’ospedale, ma un luogo dove svolgere attività clinica e poter fare ricerca. Il luogo dal quale origina la nostra capacità di generare quel plasma alla base di farmaci strategici per qualsiasi sistema sanitario.
 
L’autonomia sul fronte del plasma è un’altra grande sfida…
È “la” grande sfida di civiltà. Ma attenzione, dobbiamo diventare autonomi non a qualsiasi costo ma grazie all’ausilio dei donatori di sangue non remunerati, i soli in grado di offrire plasma di qualità. Anche in questo caso dobbiamo compensare importanti gap regionali: in alcune zone il frazionamento industriale è pari a 22 litri di plasma ogni mille abitanti, in altre è pari a sette. Lo sforzo sarà quindi quello di capire da dove originano queste differenze considerando che raramente meccanismi complessi hanno cause semplici.
 
Altro tema di grande attualità è l’utilizzo del plasma iperimmune per i malati di Covid. Tema sul quale non abbiamo però ancora risposte certe…
È così, abbiamo tante idee, speranze e impressioni ma non ancora certezze scientifiche. Abbiamo osservato come in parecchi casi funzioni, ma in molti casi no. Ancora oggi non sappiamo qual è il paziente che effettivamente trae vantaggi dal plasma iperimmune. Soprattutto qual è il plasma “giusto”. Non sappiamo con certezza qual è il momento più idoneo per somministrarlo, quanto lunga sia la vitalità degli anticorpi: potrebbero non essere duraturi come quelli della rosolia o della varicella e questo fa la differenza. Ci arrivano segnalazioni che indicano un calo degli anticorpi dopo due mesi dall’infezioni da Sars-CoV-2. Uno studio americano suggerisce invece una somministrazione immediata, quindi nei primi dieci giorni, altrimenti non ha più senso. Tante informazioni differenti. Comunque c’è un grande fervore nel mondo della ricerca. La European blood alliance sta coordinando il progetto “Supporte-E”, che vede impegnato anche il Cns, per garantire una valutazione, basata sulle evidenze scientifiche, del plasma da convalescente Covid-19 e raggiungere un’armonizzazione fra tutti gli Stati Membri sul suo utilizzo clinico più appropriato.
 
Tirando le somme quale messaggio possiamo lanciare sul plasma iperimmune?
È un tema che va tenuto sotto controllo. Non diamo più speranze di quelle che è giusto fornire, ma non lasciamo neanche passare il messaggio che sia una soluzione inutile. In autunno potremmo averne bisogno.
 
A causa della pandemia da Sars Cov 2, l’appuntamento per il World Blood Donor Day fissato per quest’anno in Italia è slittato al 2021. Cosa si aspetta?
Credo che sarà la grande occasione per parlare veramente del “mondo”, non solo di quanto i sistemi trasfusionali di alcuni paesi, il nostro in primis, hanno realizzato. Il bene sangue è nelle mani del 20% della popolazione, questo significa che ben l’80% non ha a disposizione risorse trasfusionali: questo è gravissimo. È una profonda ingiustizia. Nel mondo la popolazione ha priorità di cura differenti, quello che serve ad esempio alle popolazioni dell’Africa Sub-sahariana è profondamente differente dalle esigenze dei paesi industrializzati. Dobbiamo quindi focalizzarci anche su questo. L’auspicio è che sia veramente un “World” Blood Donor Day.
 
Un desiderata per il futuro?
Arrivare a costruire un oliato meccanismo di relazioni bidirezionali tra gli organi centrali, di indirizzo e coordinamento del sistema trasfusionale e la periferia, ossia tra il centro e le strutture regionali alle quali compete il compito di attuare la programmazione di cui sono anche gli utilizzatori. Ora oscilliamo tra un eccesso di autonomia regionale e un eccesso di centralismo. Ecco il mio desiderio, e quello dei colleghi di tutte le Regioni italiane, è che il pendolo si fermi nel mezzo. L’obiettivo è raggiungere un punto comune di arrivo, rispettando le diverse storie, specificità ed esigenze. Quel giorno le differenze degli indici di donazione non ci saranno più, tutti invieranno plasma da lavorazione e recluteremo giovani da ogni parte d’Italia.
 
Ester Maragò

10 settembre 2020
© Riproduzione riservata


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