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“La ricerca è vita”. A tu per tu con Morena Sangiovanni, Presidente di Boehringer Ingelheim Italia

di Marzia Caposio

La ricerca in ambito farmaceutico come valore aggiunto non solo per le aziende ma soprattutto per i pazienti e l’importanza di fare investimenti di qualità sono al centro della chiacchierata con Morena Sangiovanni, la presidente della filiale italiana di Boehringer Ingelheim

07 APR - Nata a Crema, con una laurea in Biologia, un master in International Business Management ed uno in Digital transformation e Digital Marketing, Morena Sangiovanni è la Presidente di Boehringer Ingelheim Italia. Una donna con la passione per la ricerca e sempre pronta a cogliere le sfide che la sua vita professionale le ha presentato. Abbiamo parlato con lei di azienda, approccio one health e futuro.
 
Lei è presidente della filiale italiana di un’azienda, Boehringer Ingelheim, che investe molto in ricerca e sviluppo. Partiamo da qui. Che ruolo gioca la ricerca in questo settore e come si può fare buona ricerca?
La ricerca nel settore farmaceutico, come in tutti i settori ad alta tecnologia, è la vita, è quello che determina la sostenibilità dell’azienda nel presente e nel lungo termine. Ci sono tante aree terapeutiche, ad esempio l’oncologia, dove il decorso delle malattie è passato da condizioni letali alla cronicizzazione grazie al continuo arrivo di farmaci. È giusto che le aziende farmaceutiche investano una buona parte del loro fatturato in ricerca ed è molto importante che il ruolo della ricerca, e quindi del risultato di questa, venga poi riconosciuto.

 
E gli investimenti richiesti sono consistenti…
La ricerca nel farmaceutico è molto onerosa. È costosa perché non solo serve continuamente innovare per trovare soluzioni terapeutiche a malattie che non ne hanno a disposizione, ma è onerosa anche perché le regole per portare ai pazienti, e quindi sul mercato, un farmaco impongono decenni di studi per assicurare l’evidenza dell’efficacia e della sicurezza. Moltissime delle molecole messe in ricerca vengono scartate lungo la via, se ne salva meno del 10%, e tanto più il bisogno clinico è insoddisfatto tanto più questo è un indicatore di difficoltà nel trovare le terapie. È questo il caso, per esempio, delle neuroscienze dove c’è il maggior tasso di fallimento degli studi. Ecco, impegni come questo dovrebbero essere compresi non solo nel momento in cui il farmaco vede la luce, ma anche in base al rischio che si è corso. Di pari passo con l’investire in ricerca va l’importanza di proteggere la proprietà intellettuale.
 
Può spiegarci meglio questo concetto?
Parlo della proprietà dei brevetti e della possibilità per chi investe in ricerca di poterli utilizzare fino alla scadenza per poter rientrare dall’investimento che è stato fatto, magari vent’anni prima, per poi avere la possibilità di investire ancora con i profitti ricavati durante la fase di copertura brevettuale. Non è così scontato, c’è una sfida continua alla proprietà intellettuale che rappresenta un valore fondamentale per tutti i settori ad alta tecnologia e innovazione come il farmaceutico.
 
Nel corso del 2020, Boehringer Ingelheim ha investito in ricerca e sviluppo il 7% in più rispetto all’anno precedente. Possiamo dare qualche altro dato?
I 3,7 miliardi investiti nel 2020 da Boehringer rappresentano il più alto investimento mai fatto da questa azienda in 136 anni di attività. Un impegno legato alla volontà di investire sui progetti core. Siamo molto orgogliosi nel poter dire che abbiamo100 progetti di pipeline in corso, la maggior parte in oncologia, in alcune malattie cardio-metaboliche, nel respiratorio, nel sistema nervoso centrale e nell’immunologia che, se vedranno la luce, saranno in grado di cambiare la vita dei pazienti. Una ricerca, insomma, in grado di dare speranza.
 
Si può fare ricerca di qualità in Italia nonostante il muro di burocrazia che spesso si frappone tra un’idea e la sua realizzazione?
Perché no!? Ci sono dei centri di grande ricerca medica in Italia. Quando nei nostri studi internazionali sono coinvolti i centri italiani, facciamo sempre una bella figura. Sarebbe importante che il fare ricerca fosse considerata una priorità strategiche dell’agenda italiana, visto anche l’indotto che riesce a generare, superando tutti gli ostacoli ad oggi esistenti.
 
Per creare innovazione non basta la ricerca, serve investire e serve farlo sul territorio…
Boehringer Ingelheim non ha siti produttivi in tutti i Paesi; ha scelto di investire in Italia e l’ha fatto perché, nonostante le barriere burocratiche, nel nostro Paese si trovano le competenze e le specializzazioni necessarie. Nello specifico abbiamo due siti produttivi: uno a Noventa Padovana che produce vaccini per uso veterinario e uno a Fornovo San Giovanni, Bidachem, che produce principi attivi principalmente per uso umano. Su quest’ultimo è stato investito molto: fino a 100 milioni negli anni scorsi e tra quest’anno e il prossimo investiremo ulteriori 30 milioni. Nel nostro network di siti produttivi, quelli italiani rappresentano un fiore all’occhiello a livello più avanzato perché creano valore anche attraverso l’esportazione.
 
Rimanendo in Italia, in che modo l’emergenza pandemica ha inciso sull’attività dell’azienda?
Siamo stati costretti a rivedere tutti i protocolli di sicurezza per mettere le persone nella possibilità di svolgere il loro lavoro prevenendo il rischio di infezione. Non è stato facile soprattutto per i siti produttivi, ma siamo orgogliosi di dire che non c’è mai stata una interruzione dell’attività produttiva neanche durante le fasi di lockdown totale. Più che sulla nostra attività, quindi, la pandemia ha purtroppo avuto un impatto sull’accesso alla diagnosi e alla cura per i pazienti.
 
E questo in cosa si è tradotto?
Molti pazienti con patologie croniche importanti (in particolare respiratorie, il diabete e quelle oncologiche) lo scorso anno non hanno avuto accesso alle visite ambulatoriali, ai test diagnostici, ritardando o non sottoponendosi alle terapie. Tutto questo si è tradotto anche sul risultato Italia, diverso da quello global; abbiamo avuto una decrescita contenuta (- 2,4%) nella parte medicinali ad uso umano, rispetto al 2019. Un dato per noi abbastanza inusuale ma generalizzato a tutto il comparto farmaceutico italiano e che ci preoccupa più per l’impatto sui pazienti, che non sarà circoscritto al 2020. Purtroppo il 2021, infatti, sta procedendo nello stesso modo ed è quindi fondamentale, ora e velocemente, invertire la rotta e garantire l’accesso alle diagnosi e di conseguenza alle terapie.
 
E per l’Animal Health?
Durante il lockdown si è registrato un incremento delle adozioni di animali di circa il 15% in più rispetto al 2019: i pet sono diventati sempre più membri della famiglia e i proprietari si dimostrano più sensibili al tema della protezione, della prevenzione e della cura. Anche per questo le cose sono andate diversamente per Animal Health, la nostra divisione veterinaria, e il relativo business, trainato proprio dai medicinali per animali da compagnia, ha registrato una leggera crescita rispetto all’anno precedente.
 
Non esiste salute umana senza salute animale. Questo approccio one health ben si sposa con il contesto globale e, per certi aspetti, sembra essere la via seguita anche dal Governo con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Boehringer Ingelheim facendo dello Human Pharma e dell’Animal Health due pilastri cardine del proprio operato, si inserisce appieno in questa visione…
Sì e possiamo anche andare oltre. Per noi il concetto di one health significa riconoscere che la salute animale e quella umana sono fortemente interconnesse, con un’attenzione particolare al rispetto dell’ambiente. Garantire la salute degli animali, infatti, contribuisce al benessere collettivo e sociale, così come alla salute umana, come anche dimostrato dai dati del World Organization for Animal Health. È fondamentale quindi garantire la qualità e sicurezza delle carni e dei prodotti correlati e la prevenzione e protezione degli animali da compagnia. Ma c’è un passo ulteriore: riconoscere la salute dell’ambiente, tassello fondamentale del concetto one health. Seppur non direttamente correlata con il nostro core business, il “be green” è quindi un’area che ci vede fortemente impegnati e che dovrebbe coinvolgere tutti, indistintamente
 
Proprio a proposito dell’aspetto green, quali sono le iniziative che portate avanti?
Siamo impegnati su tanti fronti, dalla riduzione annuale dell’impatto ambientale dei nostri siti produttivi in Italia al miglioramento della qualità delle acque reflue e delle emissioni dell’azienda, all’eliminazione dell’utilizzo di plastiche per tutte le attività interne, spostandoci su materiali riciclabili. Recentemente, poi, abbiamo effettuato il cambio del parco auto aziendale con auto ibride e a fine anno ci trasferiremo in un edificio di nuova costruzione completamente ecosostenibile. Un patto di responsabilità che abbiamo stretto e che continuiamo a rispettare nel quotidiano. Una sfida complicata perché non solo economica, ma anche e soprattutto culturale. Attraverso queste azioni, infatti,  sensibilizziamo anche i nostri collaboratori e le loro famiglie ad un utilizzo più responsabile delle risorse, un anello di una staffetta generazionale ecosostenibile di cui l’azienda è parte.
 
Anche la modifica dei nostri comportamenti lavorativi, dovuta alla pandemia, avrà un impatto sull’ambiente…
Il Covid ha imposto l’adozione di attività digitali in remoto abbattendo drasticamente gli spostamenti, soprattutto a lunga percorrenza. Stiamo lavorando ad un modello di lavoro post pandemia che terrà conto di quello che abbiamo imparato e che ridurrà le nostre occasioni di viaggio con un conseguente impatto ambientale.
 
Venendo a lei. Quello alla guida diBoehringer Italia degli ultimi anni è stato un passaggio di testimone tutto al femminile. In questo momento si parla molto della figura della donna nel ricoprire ruoli apicali di responsabilità. Cosa possiamo dire del settore farmaceutico a riguardo?
Nel settore farmaceutico c’è una maggiore presenza di donne in posizioni manageriali se confrontato con altre realtà e anche Boehringer non è da meno. Siamo leggermente al di sopra della media con un 43% di presenza di donne in azienda, con picchi del 90% in alcune aree. Non è sempre stato così ovviamente. Io vengo da un Paese, la Repubblica Ceca, dove l’attenzione alla diversity ci faceva prestare maggiore attenzione agli uomini, perché l’80% dell’organico era femminile!
 
C’è una persona nel suo percorso di carriera che le ha fatto da mentore e da guida?
Non ho una sola persona da ringraziare. Ho avuto tanti capi all’interno dell’azienda, sia in Italia che al Corporate, che mi hanno dato appoggio e fiducia. In tutta la mia carriera non ho mai avuto l’impressione che l’appartenenza a un genere fosse la discriminante per poter accedere o meno a ruoli di responsabilità.
 
Qualche riflessione sul futuro. Quali sono i progetti a breve o lungo termine cheBoehringer sta portando avanti?
Il nostro obiettivo principale è la concretizzazione della nostra pipeline. Abbiamo dei progetti importanti che dovrebbero vedere la luce nei prossimi due o tre anni, in aree nuove rispetto al nostro attuale portfolio, quindi nell’immunologia e nel sistema nervoso centrale. L’altro tema su cui stiamo lavorando riguarda un rinforzo del nostro contributo a livello della collettività e della società a cui apparteniamo. Dedichiamo molta attenzione, infatti, agli obbiettivi del Sustainable Development 2030 dell’ONU e questo ci vedrà impegnati sempre di più nelle attività di collaborazione e di dialogo con le istituzioni e con le comunità.
 
Marzia Caposio

07 aprile 2021
© Riproduzione riservata


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