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Giovedì 02 FEBBRAIO 2023
Autonomia. Molte criticità e nessuna innovazione nella proposta del Ministro Calderoli

Manca nel testo la richiesta di una chiara programmazione e motivazione alla pretesa autonomia di ambiti specifici e viene mortificato il ruolo dei comuni e delle province creando un nuovo “centralismo regionale”. Scorretto e pericoloso il ruolo marginale lasciato al Parlamento, ridotto a un ruolo meramente notarile. L'effetto più drammatico è creare tanti sistemi di istruzione, lavoro, assistenza sociale e salute quante sono le regioni con un ulteriore incremento del turismo sanitario a favore delle Regioni del Nord

Più volte siamo intervenuti sulla questione del regionalismo differenziato lo facciamo nuovamente ora che abbiamo a disposizione una versione aggiornate del testo che dovrebbe andare in approvazione da parte del Consiglio dei Ministri. Divideremo le nostre argomentazioni per punti onde evitare di occupare troppo spazio ma cosa ancora più importante per porre all’attenzione i molti nodi e i molti rischi che aprirà il provvedimento se sarà approvato.

Questioni tecniche
I tempi. Sappiamo quanto sia complesso e spesso premessa di non attuazione un provvedimento che demanda a decreti il compito di determinare nuove funzioni e nuove prestazioni, o comunque diverse sul piano organizzativo.
Forti perplessità suscita la definizione dei LEP in un anno, una tempistica irrealistica se pensiamo che ad esempio ben da tre anni le tariffe dei LEA non sono ancora state approvate sebbene definite dopo un lungo lavoro da parte di una Commissione. Pone poi interrogativi la realizzabilità della individuazione dei costi standard di prestazioni che non sono ancora state correttamente identificate e definite. È forse lecito a questo punto il sospetto che il tutto sia solo retorica utile in funzione delle imminenti elezioni regionali.

Questioni istituzionali
Secondo aspetto. Sottolineiamo che la definizione preventiva dei LEP e dei costi standard è questione importantissima perché elimina il rischio di un sottofinanziamento delle Regioni del Sud. Attraverso questo meccanismo si supera infatti il pericolosissimo criterio della spesa storica. L’invarianza della spesa da parte dello Stato si traduce tuttavia nel mantenimento dello stato attuale con il risultato che il gap attualmente esistente tra Sud E Nord (basta pensare alle strutture di prossimità o agli asili nido) non potrà essere colmato se non attraverso l’imposizione regionale. Una soluzione impraticabile per regioni a basso PIL come quelle del Sud o per quelle ad altissima imposizione fiscale come il Lazio.

Infine manca completamente nel testo la richiesta di una chiara programmazione e motivazione alla pretesa autonomia di ambiti specifici e viene mortificato il ruolo dei comuni e delle province creando un nuovo “centralismo regionale” che impedirà qualsiasi forma di partecipazione dell’ente locale (il più prossimo ai cittadini) nella programmazione dei servizi e nella valutazione della loro qualità.

Altrettanto scorretto e pericoloso il ruolo marginale che viene lasciato al Parlamento, ridotto a un ruolo meramente notarile nell’approvazione delle intese tra Stato centrale e Regione proponente nonché lo strumento prescelto per il varo dei diversi provvedimenti collegati: i DPCM. Uno strumento legislativo decisamente di rango inferiore rispetto alle necessità di un coinvolgimento pieno del parlamento, possibile solo attraverso la legge.

Questioni politiche
Terzo elemento il plauso al testo di Occhiuto e della Calabria la regione messa peggio di tutti. Che dicono in merito i cittadini calabresi che hanno eletto un presidente che approva il provvedimento pur conoscendo i limiti della propria regione nella programmazione e gestione sanitaria? Come si fa a non vedere o a non voler vedere che le regioni con peggiori performance sanitaria, tra le quali la Calabria detiene il primato, avrebbero bisogno di un sostegno da parte dell’Agenas? Come non si fa a non vedere e a non voler riconoscere che l’unico modo per migliorare i servizi sanitari regionali è l’implementazione di reti cliniche definite in sede di confronto istituzionale tra Stato e regioni? Cosa potrà fare da sola una regione che ha dimostrato di non avere un livello accettabile di programmazione sanitaria?
Ci chiediamo come mai nessuno senta il bisogno di esprimere una proposta in merito?

Quali conseguenze dall’approvazione del provvedimento?
Con l’obiettivo di essere il più concreti possibili rispetto ad un provvedimento dai molti rischi e dai pochi effetti positivi focalizziamo i macro effetti negativi che ne deriverebbero se la proposta trovasse concreta applicazione.
Innanzitutto quello più drammatico di creare tanti sistemi di istruzione, lavoro, assistenza sociale e salute quante sono le regioni con un ulteriore incremento del turismo sanitario a favore delle Regioni del Nord ad esempio che in dieci anni ha portato il trasferimento di 10 miliardi di euro verso Lombardia, Emilia Romagna etc.. Un quadro peggiore dell’attuale in cui è già ampiamente evidente l’esistenza di regioni di serie A e di serie B, specialmente in sanità.

La differenziazione territoriale che persegue la proposta in discussione evidenzia come non vi sia interesse a costruire una unica regia centrale per evitare una Italia più arlecchina di quella che è già. Non basta che in sede di discussione della proposta vi siano referenti di due ministeri e rappresentanti delle regioni.
Per evidenziare i rischi di una salute disuguale poniamo la questione di quale ruolo avrà il ministero delle politiche sociali ad esempio. Sappiamo che la salute oltre che risvolti sanitari ed economici ha risvolti e implicanze sociali e assistenziali.

Ed ancora quale progetto di sanità e in capo a chi, quali garanzie per una salute per tutti. Quali misure si ipotizzano per limitare le molte derive in essere che con questo provvedimento aumenterebbero l’incremento delle disuguaglianze in salute.
Nessuno sembra avere il coraggio di dire che la sanità va radicalmente riformata facendo una critica e un altrettanto sincera autocritica sugli errori commessi negli ultimi anni dai diversi governi succedutisi alla guida del paese. E così oggi il contrasto al testo del Ministro Calderoli diventa per “molti soloni” un mezzo utile per recuperare una credibilità persa.

La necessità di una radicale riforma del Ssn
Abbiamo già varie volte sostenuto come per la sanità serva una radicale riforma che deve riguardare l’insieme dei livelli in cui si struttura il campo istituzionale. Non solo il livello macro dei rapporti tra Stato centrale e Regioni, che dovrebbe andare in direzione opposta da quella indicata dalla proposta di autonomia differenziata, ma anche e soprattutto quello intermedio dei rapporti tra regione ed Enti locali per ridare un ruolo ai Comuni singoli nella programmazione e valutazione di servizi. Una riforma che deve rivedere poi l’intero sistema di governance delle aziende sanitarie ridefinendo il ruolo della dirigenza sanitaria e dei cittadini e dei loro organi di rappresentanza.

Sono questo temi altrettanto importanti che vengono invece elusi nei numerosi e pur autorevoli intervenuti finora.
Contrastare la proposta di autonomia differenziata senza farsi carico di avanzare proposte concrete per riformare un sistema con limiti sempre più evidenti non è un buon servizio reso al Paese.
Non è questo che serve per voltare pagina e recuperare la credibilità perduta di un intero sistema politico che di fatto ha favorito la mercatizzazione della sanità indipendentemente dalla fede politica professata.

Roberto Polillo e Mara Tognetti

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