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Mercoledì 11 FEBBRAIO 2015
Pronto Soccorso/2. Il fenomeno degli “appoggi”: un rischio per medici e pazienti

Non è più tollerabile accettare un’allocazione dei pazienti non dettata dai bisogni assistenziali ma dalla carenza del sistema. Il malato “in appoggio” rischia di diventare un malato della “terra di mezzo”, senza contare che questa situazione ha notevoli ripercussioni anche nell’ambito del rischio clinico.

Gentile direttore,
lo scenario che si prospetta ormai quotidianamente nei nostri Ospedali, sempre meno correlato alla stagionalità delle patologie influenzali, fotografa una situazione dei Pronto Soccorso e delle degenze ospedaliere ormai al collasso. Se nei Pronto Soccorso i pazienti aspettano ore per essere visitati, una volta ottenuto il posto letto possono aspettare anche giorni prima di “approdare” nel reparto di appartenenza acquistando l’etichetta di malati “in appoggio” o malati “fuori reparto”.

Un fenomeno presente da almeno trent’anni, ma se associato al dato sulla contrazione del 24% dei posti letto (dal 2000 al 2013 circa 71.233) pubblicato ieri su QS, è facilmente intuibile come si arrivi a tassi di occupazione sopra il 100% con veri e propri reparti duplicati in altri a isopersonale e al conseguente turn-over “forzato”, con la contraddizione che la degenza media diventa uno dei parametri di performance sui quali valutare il dirigente medico. Insomma un cane che si morde la coda. Malati medici si ritrovano ricoverati nelle degenze chirurgiche e viceversa, soggetti con elevati bisogni sono inseriti in un sistema a bassa offerta e soggetti con modesti bisogni sono inseriti in un sistema ad alta offerta in quanto l’allocazione dei pazienti non dipende più dalla loro patologia o condizione clinica, ma è conseguente alla necessità di trovare un posto letto con l’unico risultato evidente di “stressare” il sistema.

Il malato “in appoggio” rischia di diventare un malato della “terra di mezzo”: giuridicamente appartiene ad un medico che non è fisicamente sempre presente e prontamente rintracciabile, assistenzialmente appartiene a degli infermieri che non sempre per tipologia e complessità di assistenza sono in grado di gestirlo. Il medico degli “appoggi” si trova a dover gestire un carico di pazienti aggiuntivo oltre a quelli “tabellari” e il paziente “in appoggio” rischia di essere vittima del sistema di cura anziché centro del sistema di cura. Tutto ciò si traduce in un sovraccarico di ansia e stress sia per il medico che percepisce un chiaro peggioramento delle condizioni lavorative sia da parte del paziente che oltre ad una frammentazione della cura rischia di percepirsi come un “pacco”.

Oltre a questi evidenti disagi, gli “appoggi” hanno notevoli ripercussioni anche nell’ambito del rischio clinico. La sicurezza dei pazienti è uno dei punti critici e pertanto uno degli obiettivi prioritari per tutti i sistemi sanitari e rappresenta uno degli elementi centrali per la promozione e la realizzazione delle politiche di governo clinico. Con “rischio clinico” si definisce la possibilità che un paziente subisca un “danno o disagio involontario, imputabile, alle cure sanitarie, che causa un prolungamento del periodo di degenza, un peggioramento delle condizioni di salute o la morte”.

Intimamente correlato al concetto di rischio clinico è quindi la definizione di errore. Per errore si intende un fallimento nella pianificazione e/o nell’esecuzione di una sequenza di azioni che determina il mancato raggiungimento, non attribuibile al caso, dell’obiettivo desiderato. In sanità l’errore può comportare l’insorgenza di un evento avverso ossia di un evento inatteso correlato al processo assistenziale e che comporta un danno al paziente, non intenzionale e indesiderabile. Un evento avverso attribuibile ad errore è “un evento avverso prevenibile”. L’incidenza di eventi avversi prevedibili in letteratura è estremamente alta aggirandosi intorno al 50%. Questo vuol dire che ogni due errori uno è prevedibile.

Nell’attuale situazione il paziente in “appoggio” rappresenta di per sé una condizione di alto rischio clinico inteso sia come condizione o evento potenziale sia come causa di errore attivo o di errore latente. La somministrazione di un farmaco sbagliato commesso da un operatore che ha poca dimestichezza con la tipologia del paziente da lui in “appoggio” rappresenta un errore attivo, ma è anche un errore latente in quanto conseguente ad un’insufficienza organizzativa-gestionale del sistema, che attraverso il fenomeno degli “appoggi” ha creato le condizioni favorevoli al verificarsi dell’errore. E come sostenuto da molti la maggior parte degli errori è dovuta a carenze del sistema e non a negligenza dei singoli. La problematica dei malati in “appoggio” urge quindi una rapida risoluzione attraverso una “valorizzazione del capitale umano” con una politica di assunzioni e riorganizzazoni non improvvisate.

Oggi non è più tollerabile accettare un’allocazione dei pazienti non dettata dai bisogni assistenziali ma dalla carenza del sistema.

Paola Gnerre
Direttivo Nazionale Settore Anaao Giovani
 
Domenico Montemurro 
Responsabile Nazionale Settore Anaao Giovani 

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