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Mercoledì 09 DICEMBRE 2015
I Policlinici Universitari ostaggio delle difformità territoriali. A 5 anni dalla Legge 240/10 manca un modello unico di convenzione

I principali attori del sistema a confronto alla Camera. Gian Luigi Gigli (PI-CD), promotore dell'evento, spiega: “Bisogna inquadrare tutti i soggetti coinvolti all’interno di un corretto rapporto tra Università e Regioni, in modo da raggiungere organicamente la triplice missione di didattica, ricerca e assistenza”. Andrea Lenzi (Cun): “Un modello percorribile può essere quello delle scuole di specializzazione”.

La regolamentazione delle Aziende Ospedaliere Universitarie (Aou) sconta ancora grosse difformità che impediscono la costruzione di un sistema omogeneo su scala nazionale. Tutto ciò nonostante siano trascorsi 5 anni dalla promulgazione della Legge 240/10 (e prima ancora la 517 del '99) che prevedeva l’emanazione di uno Schema tipo di convenzione tra Università e Regioni valido per tutta l’Italia, con tanto di bozza approntata ma bloccata in Conferenza delle Regioni. E il risultato è un autentico groviglio normativo e organizzativo, che si traduce in una giungla anarchica di accordi, rischiando di inficiare sia il livello qualitativo della ricerca che quello dell’assistenza. Il tema è stato al centro della discussione nel corso di un convegno organizzato presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio da Gian Luigi Gigli (PI-CD).

Per Gigli “un cambiamento non è più rinviabile, bisogna mettere fine a questo coacervo sempre più nocivo per un sistema in cui le università sono ostaggio di chi detiene i cordoni della borsa senza badare a prospettive a lungo termine e non tenendo presente le specificità dei vari percorsi. Bisogna inquadrare tutti i soggetti coinvolti all’interno di un corretto rapporto tra Università e Regioni, in modo da raggiungere organicamente la triplice missione di didattica, ricerca e assistenza. Altrimenti a farne le spesa saranno ancora tutti gli anelli della catena: docenti, specializzandi, studenti e malati”. Alfonso Barbarisi, Presidente della Conferenza Permanente dei Collegi di Area Medica, ha sottolineato come “l’attuale caos stia generando un’assurda disparità, sia sul piano del risorse che su quello dei parametri valutativi. E’ paradossale che la formazione medica sia così variabile sul territorio nazionale proprio mentre si stanno affermando i principi di standardizzazione europea. In Italia, purtroppo, l’unico denominatore comune a tutte le strutture sembra la ricerca costante del pareggio di bilancio”.

Il problema riguarda “sanità e università nel loro complesso – ha osservato Giacomo Deferrari, Professore Emerito presso l’Università di Genova – E’ quindi necessario stimolare l’interesse verso chi governa. I professori di medicina lavorano seguendo tre obiettivi fondamentali: formazione, ricerca e assistenza, che sono strettamente legati tra loro. Si configura quindi un rapporto osmotico tra queste funzioni, un legame indissolubile su cui si fonda l’Ospedale Universitario”. Ma le criticità, che risiedono in uno spirito troppo conservativo, “si riscontrano sia sul fronte universitario che su quello ospedaliero, ostacolando la creazione di sinergie. Le Regioni dovrebbero creare le migliori condizioni affinché le università lavorino nel migliore dei modi”. Tuttavia si tratta di un auspicio che resta solo sulla carta perché “oggi manca l’integrazione tra l’attività medico-assistenziale e quella di ricerca”. In questo contesto, suggerisce Deferrari, “anche le Regioni dovrebbero partecipare con propri finanziamenti alla ricerca, mentre i docenti di area clinica andrebbero reclutati anche sulla base di fabbisogni assistenziali. Le Aou possono infatti costituire un forte volano di crescita per lo sviluppo economico dei territori”.

Giuseppe Novelli, Rettore di Tor Vergata a Roma, ha posto l’accento “sull’importanza di comprendere il ruolo delle università come partner della sanità. Alle Regioni – ha fatto notare – interessa in primis la valorizzazione economica delle competenze e cioè misurare il reale fabbisogno. Ciò comporta l’urgenza di ribadire con forza la specificità dei Policlinici Universitari, ben distinti dalle Aziende Ospedaliere. E’ quindi fondamentale, come chiede la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui), definire con precisione l’impegno orario tra il lavoro di ricerca e quello assistenziale, il numero dei posti letto e i volumi di attività”.

Un modello di riferimento, percorribile, può “individuarsi nella rete formativa delle scuole di specializzazione – ha ragionato Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Universitario Nazionale (Cun) – In questo contesto l’Università indica cosa serve, la Regione evidenzia quali strutture possono essere messe a disposizione e il Responsabile della Uoc diventa anche responsabile della scuola. Bisogna, in ogni caso, prestare massima attenzione a cosa intendiamo per Università: non tutte le strutture sono in grado di sostenere i livelli qualitativi cui fa riferimento la nostra discussione”. Voltando lo sguardo indietro nel tempo, è possibile scorgere le radici delle odierne criticità. “Le Università non hanno mai partecipato alla programmazione sanitaria regionale e neanche ai piani finalizzati di ricerca – ha ricordato Roberto Corrocher, membro del Collegio di Medicina Interna – Non è neanche mai stata portata chiarezza rispetto al ruolo del Dg. Bisogna quindi capire se questi punti nodali sono condivisi e accettati. E’ l’unico modo per invertire il trend, in una fase triste per la sanità e mentre il mondo accademico è sempre più sfiduciato”.

Anche perché il ruolo delle università “acquista sempre maggiore rilevanza alla luce delle nuove dinamiche, in primis la crescente cronicità – ha evidenziato Renato Botti, Direttore Generale della Programmazione presso il Ministero della Salute – E’ evidente l’eccessivo tasso di variabilità tra i diversi contesti regionali, come mostrano tutti gli indicatori a disposizione. A livello ministeriale stiamo portando avanti percorsi di qualificazione dell’offerta, tenendo ben presente come il tema della remunerazione possa impattare sull’attività scientifica e su quella assistenziale”.
 
Gennaro Barbieri

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