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Martedì 09 APRILE 2019
Sunshine Act. Serve un passo in più per la vera trasparenza

Il problema che la legge sulla trasparenza dei rapporti tra industrie e operatori sanitari appena approvata dalla Camera ed ora all'esame del Senato dovrebbe affrontare non dovrebbe essere tanto quello dei rapporti in sé (legittimi e indispensabili) quanto quello di rendere pubblici e verificabili i rapporti esistenti o passati, soprattutto per chi ha ruoli nella gestione del farmaco a livello nazionale o locale

Il tuo interlocutore ti contraddice scomodamente in pubblico e con ragione? Non sai come replicargli con argomentazioni solide e credibili? Da oggi basta col denigrargli i defunti o dubitare ad alta voce della moralità della mamma, ora basterà dargli del “al soldo dell’Industria farmaceutica™”.
 
Fai anche tu come la Ministra Grillo verso chi la criticava per l’inadeguatezza delle risorse del SSN. Smetti di usare i vecchi e stantii epiteti, i noiosi improperi tanto cari all’élite e a quelli che c’erano prima. L’imperante trend popul-nazi(onalsovran)ista, sin dal “vaffa” assurto a suo manifesto politico, reclama improperi e contumelie nuove, al passo coi tempi, più attuali e moderniste, di facile e conformista presa popolare, come appunto l’apodissi marinettiana contro la Spectre delle farmaceutiche.
 
Scherzi a parte, quella della Ministra è stata un’uscita poco felice. Benché sia legittimo un sospetto di pregiudizio ideologico, tuttavia non si devono impiccare le persone alle parole che hanno detto, specialmente i politici. Vanno invece guardati i fatti. E i numeri (facts and figures)
 
I fatti dicono che sono le industrie a scoprire, sviluppare e produrre i farmaci che ci fanno vivere di più e meglio, coi progressi giganteschi nella cura di malattie fino a ieri incurabili. Farmaco buono ma industria che lo fa invece cattiva. Una discrasia dall’eziologia demagogica e acchiappa consensi, tollerabile se viene dai gruppi “social” terrapiattisti o rettiliani anti Soros contro le scie chimiche, preoccupante se viene dall’Istituzione monopsonista del mercato e che ne decide i prezzi.
 
I numeri dicono che di gente “al soldo dell’industria farmaceutica” ce n’è parecchia. 65.000 i soli addetti diretti, più il doppio nell’indotto. Per lo più laureati. Sono tanti e pure la parte più qualificata del Paese. Poi ci sono i tanti consulenti, regolarmente od occasionalmente.
 
I più titolati e gettonati sono accademici e luminari, direttori di dipartimento, presidi di facoltà, primari, farmacisti ospedalieri, ecc., dipendenti pubblici in ruoli di vertice. Chissà quanti in staff alla Ministra o tra gli autorevoli esperti da Lei nominati negli organismi che presiede (ISS, AIFA, CSS, Agenas, ecc., ecc.)
 
Pericoloso? Scandaloso? No, indispensabile. Perché per avere i nuovi e migliori farmaci, sviluppati, approvati e resi disponibili nel migliore e più corretto dei modi, serve l’apporto delle migliori competenze del sistema, appunto i migliori ricercatori, farmacologi, clinici, farmacisti, economisti, che affianchino e migliorino le pur già elevate competenze interne alle industrie, nel portare al mercato, ovvero ai pazienti, i nuovi farmaci nel modo più appropriato, utile e rapido.
 
E dove le trovi le migliori competenze per fare questo, oltre che nelle industrie, se non nelle Università o negli Ospedali? Cruciale, quindi, che questi eccellenti esperti siano coinvolti e ne siano legittimamente remunerati.
 
Il vero nodo del Sunshine Act, la legge appena approvata alla Camera sulla trasparenza nei rapporti tra industrie private e operatori pubblici della salute, non è che ci siano questi rapporti di industrie con dipendenti di Università o SSN, appunto non solo legittimi ma cruciali e indispensabili per il migliore sviluppo, accesso e uso del farmaco a beneficio della collettività dei pazienti.
 
Il caveat è quantitativo, ovvero che questi alti “dirigenti” pubblici destinino alle loro attività di consulenza privata un tempo congruo e non sottraendolo al lavoro per cui sono (ben) stipendiati dallo Stato.
 
E che sia trasparente per coloro che sono al contempo “al soldo dell’industria farmaceutica” e “al soldo dello Stato”, sedendo in commissioni nazionali, regionali o locali dove si decide, si approvano e adottano quei farmaci per i quali sono, o sono stati, consulenti delle rispettive industrie.
 
Insomma, che quel doppio cappello sia reso del tutto trasparente, sia alla loro struttura di appartenenza (università ospedale, ecc.), sia alla commissione o comitato di cui fanno parte, sia all’industria che li ingaggia. E pure all’opinione pubblica che li paga.
 
Insomma “est modus in rebus” come sosteneva l’enigmista latino. Per quantità e qualità. Il Sunshine Act può aiutare molto in tal senso. Dovrebbe servire a Rettori, DG ospedalieri, Istituzioni, Regione, Industrie, a evitare, almeno minimizzare, l’inevitabile intrinseco rischio di distorsioni, moral hazard e conflitti d’interesse. Del resto, se vogliamo utilizzare i più bravi è un rischio impossibile da non correre.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

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