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Mercoledì 25 APRILE 2012
Cancro alla prostata. Una nuova speranza di cura dal Dna non codificante

La scoperta arriva dal CIBIO di Trento: in quell’area del genoma che è stata in passato definita Dna spazzatura si potrebbe trovare nuove possibilità di prevenzione e cura per i pazienti che hanno sviluppato o hanno una predisposizione per il carcinoma prostatico.

Una nuova speranza sul fronte della cura del cancro alla prostata potrebbe venire dal nostro paese: dal CIBIO (Centro interdipartimentale per la biologia integrata) dell’Università di Trento, grazie a una collaborazione con la Cornell University arriva infatti uno studio sulla correlazione tra il patrimonio genetico e lo sviluppo della malattia che sta suscitando l’interesse della comunità scientifica. La ricerca è stata pubblicata su Pnas e ha identificato due variazioni di origine ereditaria nel genoma umano, presenti in circa l’1,5% della popolazione globale, che contribuirebbero all’origine del cancro alla prostata in una forma particolarmente aggressiva. Una di queste si trova nel Dna non codificante, di cui ancora si sa poco e che per questo motivo in passato è spesso stato erroneamente definito “Dna spazzatura”.
 
Sarebbe dunque a seconda della variante genetica ereditata che cambierebbe il rischio di sviluppare la patologia, che per alcuni individui potrebbe risultare dunque aumentata anche di tre o quattro volte. Nello studio infatti, sono studiate due alterazioni genetiche: una riguarda il funzionamento di un gene già conosciuto; l’altra, invece, è stata riscontrata in un’area non codificante del genoma che – si è scoperto – sta alla base della regolazione di una serie di altri geni. “La novità sta nell’aver dimostrato che variazioni della quantità di DNA all’interno del genoma umano (denominate CNV) svolgono un ruolo chiave nello sviluppo e nella progressione del cancro”, ha commentato Mark A. Rubin, professore di Oncologia e Patologia al Weill Cornell Medical College.
“La scoperta dimostra che i CNV ereditati sono importanti nello studio dei tumori e potrebbe aprire nuove strade nella prevenzione della malattia e delle scelte terapeutiche”, ha continuato Francesca Demichelis, coordinatrice del gruppo del CIBIO che ha lavorato allo studio. “Crediamo che i CNV ereditati abbiamo un ruolo anche in altri tipi di cancro, come già dimostrato per patologie quali il morbo di Alzheimer, il Parkinson, il ritardo mentale, l’autismo, la schizofrenia. Tutte patologie che scaturiscono anche da alterazioni del genoma, le quali, se combinate con altri fattori già noti, contribuiscono ad aumentare sensibilmente il rischio già in età precoce”.
 
Per arrivare a questo risultato i ricercatori hanno esaminato oltre 1900 campioni di sangue provenienti da una popolazione maschile già oggetto di una ricognizione nell’ambito del primo programma di screening condotto sistematicamente dal 1993 per la diagnosi di tumore alla prostata su uomini nella fascia di età dai 45 ai 75 anni. Nella mappatura sono stati compresi sia pazienti che avevano sviluppato cancro alla prostata (867 soggetti), sia individui sani ma con un alto valore di PSA (Prostate Specific Antigen, indicativo della predisposizione alla malattia). Proprio su questi ultimi si è poi concentrata un’altra parte dell’indagine, per comprendere in base a quali circostanze e variazioni la presenza di un alto valore di PSA determini lo sviluppo o meno della malattia. Nel confronto fra le due categorie di individui (sani e malati) sono  state identificate le due variazioni genetiche. La deduzione ha poi trovato ulteriore conferma in un secondo monitoraggio condotto su oltre 800 pazienti statunitensi. “Entrambi i CNV individuati nel DNA portano a una variazioni significativa dell’espressione genica”, ha continuato Demichelis. “Uno dei geni ad essere colpito è denominato MGAT4C, ed è coinvolto nell’abilità delle cellule di crescere e migrare. Un uomo affetto da questa particolare variazione genetica avrà quattro volte in più la possibilità di sviluppare un cancro alla prostata rispetto al normale”.
Il ruolo delle altre variazioni genetiche individuate nella regione del DNA “spazzatura” non è ancora noto. Tuttavia gli autori dello studio sono convinti che queste determinino delle reazioni a cascata sugli altri geni. Secondo i loro calcoli, queste mutazioni interesserebbero circa l’1,5% della popolazione globale, ma una percentuale ancora maggiore è presente negli uomini che hanno sviluppato un cancro alla prostata grave. “Per la variazione che riguarda il gene MGAT4C abbiamo analizzato campioni di metastasi umana e abbiamo verificato quanto, in effetti, il gene MGAT4C sia abbondantemente presente” spiega Demichelis.
 
Il risultato è dunque significativo proprio per quello che svela sul Dna non codificante.Ma non solo. “Lo studio dimostra almeno due cose importanti”, ha spiegato il direttore del CIBIO, Alessandro Quattrone. “La prima riguarda la biologia dei tumori, perché è la prima volta che emerge chiaramente che le variazioni nel DNA che chiamavamo spazzatura (non sapendo in realtà a cosa servissero) possono predisporre al cancro. La seconda riguarda il modo di fare la nuova ricerca biomedica: questo è un lavoro di "big science", condotto su quasi duemila soggetti, con tecnologie sofisticate di scansione del genoma, con una collaborazione tra Europa e Stati Uniti. Sempre più così è la buona biomedicina, e siamo ovviamente fieri di avere con noi qui in Trentino una ricercatrice che ha saputo fare da regista di uno sforzo simile”.
I ricercatori sono ora impegnati nella caratterizzazione di altre variazioni con l’obiettivo di creare, prima possibile, un test del DNA completo da utilizzare come indicatore di rischio e come strumento prognostico. Un aiuto concreto per individuare i pazienti predisposti, in cui vi è maggior rischio di sviluppare cancro alla prostata grave. “In futuro si potrebbe utilizzare questo tipo di test per raccomandare una terapia preventiva, se il rischio di sviluppare un tumore aggressivo alla prostata si rivelasse alto”, fanno sapere. “Si tratta di un primo passo verso una nuova strategia, che non rimpiazzerà certo la PSA ma che aiuterà ad identificare altri fattori di rischio”.

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