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Mercoledì 20 OTTOBRE 2021
Ipertensione arteriosa. A Latina interventi miniinvasivi con  la “denervazione renale”

L’intervento consente di controllare i valori pressori e di curare tutti quei pazienti che sono resistenti al trattamento farmacologico, intolleranti o che assumono un numero eccessivo di farmaci. Versaci: “I risultati dell'operazione resa possibile già da alcuni anni sono positivi nel 90%, soprattutto con i dispositivi di ultima generazione come quelli utilizzati nel Reparto di Cardiologia dell’Ospedale Goretti”.

Una buona notizia per i malati di ipertensione arteriosa, soprattutto per quelli ai quali le cure farmacologiche sembrano non fornire risultati soddisfacenti. La tecnica effettuata attraverso cateteri introdotti per via percutanea, si chiama “denervazione renale” ed è effettuata con un intervento mini invasivo in anestesia locale. Ne ha parlato nei giorni scorsi, al Congresso “Conoscere e curare il Cuore” il Professor Francesco Versaci, uno dei cardiologi italiani con maggiore esperienza su questa tecnica e direttore della UOC UTIC, Emodinamica e Cardiologia dell’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina.

“L’ipertensione arteriosa - spiega in una nota Versaci - è uno dei principali fattori di rischio per le malattie dell’apparato cardiovascolare tra le quali le più temibili sono ictus ed infarto del miocardio. E’ una problematica con una epidemiologia davvero impressionante: basta pensare che un adulto su tre ne è colpito: un bilione di ipertesi in tutto il mondo ed il numero è in crescita: a causa dell’invecchiamento della popolazione e di un numero sempre maggiore di pazienti obesi. L’ipertensione è la causa maggiore di decessi per cause cardiovascolari in tutto il mondo: oltre il 50% delle morti per malattie cerebro-vascolari sono attribuibili a pressione elevata. La relazione dell’aumento dei valori pressori con l’aumento della mortalità è molto forte, basti pensare, - aggiunge il Prof. Versaci - che ogni 20 mm di Hg di pressione oltre il valore normale, la mortalità a 10 anni raddoppia. Al contrario, la riduzione della pressione diastolica di 10 mm di Hg produce la riduzione del 56% degli ictus cerebrali e del 40% del rischio di cardiopatie coronariche. E di fronte a questi dati quello che più ci stupisce è che anche in paesi ad elevato tenore economico come l’Europa, metà degli ipertesi non sono trattati e che, solo un terzo dei pazienti trattati ha una ipertensione adeguatamente controllata dai farmaci”.

Inoltre, chiarisce il direttore della Cardiologia del Goretti, “se i valori pressori non sono adeguatamente tenuti sotto controllo, la pressione alta può provocare nel tempo, in modo subdolo, danni ad occhi, rene, cuore e cervello con importante impatto sulla prognosi e sulla qualità della vita con risvolti sociali ed economici. Il trattamento progressivo dell’ipertensione include modifiche dello stile di vita, quali attività fisica quotidiana, dieta povera di sale e l’utilizzo di farmaci ipertensivi. Tuttavia, in un notevole numero di pazienti ipertesi spesso i valori pressori non sono tenuti sotto controllo: da studi statistici emerge che circa il 30% degli italiani, anche con l’assunzione di farmaci la pressione non raggiunge i valori desiderati. Si tratta spesso di pazienti giovani o di media età, con un quadro patologico spesso aggravato da altri problemi, come obesità e sindrome metabolica, il cui impatto è molto elevato sul SSN”.

Grazie all’intervento di denervazione renale si possono curare tutti quei pazienti che sono resistenti al trattamento farmacologico, intolleranti ai vari farmaci, che possono causare l’insorgenza di effetti collaterali, spesso in età giovanile o ai pazienti che assumono un numero eccessivo di farmaci: 3 o più con notevole limitazione della qualità della vita. L’intervento mininvasivo, eseguibile con anestesia locale, prevede l’inserimento di un dispositivo all’interno delle arterie renali, attraverso il quale si eroga energia a bassa potenza e si ottiene la denervazione delle terminazioni del sistema simpatico.

“I risultati dell'operazione resa possibile già da alcuni anni - conclude il Prof Versaci - sono positivi nel 90% dei casi trattati soprattutto con i dispositivi di ultima generazione come quelli utilizzati nel Reparto di Cardiologia dell’Ospedale Goretti”.

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