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Come si fa a garantire una buona Assistenza domiciliare per tutti?

di Ettore Jorio e Candida Tucci

Serve programmare e seriamente. Con un presupposto ineludibile: la rilevazione del fabbisogno epidemiologico messo anche in relazione ai rischi derivanti dalla difficile raggiungibilità dei luoghi di destinazione. Quella che nel Mezzogiorno ha contribuito ad alimentare la istituzionalizzazione dell’anziano, solo e a corto di servizi pubblici

29 GIU -

Il fabbisogno. Tutti l’attestano, nessuno lo ha rilevato. Ci si accontenta di quello propinato dall’Istat, relativo a qualche anno prima e fondato su dati assunti molto superficialmente. Suggeriti a naso da chi ha il dovere istituzionale di indagarlo sul territorio.

Evitiamo di fare come al solito
Programmare, quindi, il futuro con le cose vecchie, è come supporre di sostituire il microonde con le vecchie cucine economiche di ieri. Cioè per scaldare le solite minestre.

La conta dei morti per Covid-19, specie di quelli rendicontati nelle strutture per anziani (per lo più Rsa), ha stravolto la logica della pianificazione degli interventi. In questo ha contato molto la tensione, la necessità di fare risultato.

Tutto questo sta generando errori di politica sanitaria, perché fondata su presupposti sbagliati.  Primo fra tutti, quello di non lavorare, preventivamente, per acquisire il fabbisogno epidemiologico reale e decidere su base dei dati emersi, discriminato per regione e, nelle regioni, per aree locali.

Di conseguenza, dovendo salvare la faccia per una assistenza agli anziani che non c’è, piuttosto che affrontare il problema seriamente si corre con soluzioni preconfezionate, da chi si è preparato per guadagnare appalti in serialità, difficile da mettere a terra ovunque. Diventa, pertanto, sempre più attuale l’assistenza domiciliare, quella trascurata dal legislatore, nazionale e regionali, e dagli attuatori regionali per decenni. La si sta tuttavia programmando senza avere conoscenza dei percorsi ideali per assicurare alla medesima: una buona entrata, la sua regimentazione, il suo consolidamento. Ma soprattutto il suo godimento da parte della comunità più debole e più decentrata.

Il nuovo deve convivere con il vecchio anche se destinato a dissolversi

L’assistenza domiciliare ha la peculiarità di raggiungere il cittadino bisognoso ove lo stesso dimora. Insomma, una assistenza centrifuga, esattamente il contrario di quella centripeta che la periferia è stata costretta a subire da sempre. Per riuscire nell’intento occorre ben riflettere e ben conoscere il Paese, solo che non si voglia distruggere ciò che di buono c’è. Guai a buttare il bambino insieme all’acqua sporca.

I cambiamenti, specie quelli in tal senso, vanno affrontati con ragionevolezza e conoscenza delle cose. Demolire l’esistente  d’emblée, solitamente, non è affatto cosa buona e giusta. Si disorienta la società, si gettano via esperienze, si bruciano investimenti spesso fatti con sacrificio, si genera un problema occupazionale.  La svolta, prioritariamente nel sociosanitario, deve avvenire con consapevolezza e gradatamente. Supporre di assicurare assistenza domiciliare con un atto normativo e amministrativo significherebbe non aver capito nulla di welfare assistenziale e di non rendersi conto della presenza di una Nazione a prevalenza anziana. 

E’ il desiderio di tutti
Tifare e sperare in una assistenza domiciliare efficiente ed efficace, generativa peraltro di una migliore economia, è il desiderio di tutti, nessuno escluso. E’ la realizzazione di un sogno. Il problema è farla bene, senza lasciare depressi sul terreno. Occorrono anni per portarla a buon fine.

Sul tema della salute, necessita istaurare una gerarchia dei valori e agire di conseguenza. Occorre prima di tutto salvare il livello assistenziale in godimento, per quanto criticabile sia, e contemporaneamente introdurre e fare camminare la nuova ipotesi.    

Per una buona pratica realizzativa dell’assistenza domiciliare, complementare e integrativa a quella ordinaria, occorre tenere presente diversi elementi, ma soprattutto darsi risposta ad alcuni interrogativi.

Primo fra tutti, come si fa ad assicurarla uniformemente ovunque, consci che è una cosa realizzarla in Pianura Padana, ove gli operatori possono raggiungere il bisognoso anche in monopattino, altra  è renderla esigibile sulle Alpi e sul duro Appennino che caratterizza l’orografia del sud, con i suoi 30 milioni di abitanti.

Conoscere per deliberare (Einaudi dixit)
Dunque, una programmazione necessaria fondata su un presupposto ineludibile: la rilevazione del fabbisogno epidemiologico messo anche in relazione ai rischi derivanti dalla difficile raggiungibilità dei luoghi di destinazione, soventemente in fondo ad una rete viaria impervia. Quella che nel Mezzogiorno ha contribuito ad alimentare la istituzionalizzazione dell’anziano, solo e a corto di servizi pubblici. In quanto tale costretto a ricorrere alla socio-assistenzialità della quale però nessuno parla, scrive e legifera.

Una rilevazione che, nelle zone a percorribilità viaria difficile, dovrà essere effettuata per siti geografici, per agglomerati periferici e per grado di (in)efficienza dei servizi pubblici locali. Il tutto ad opera di equipe tecniche agenti in stretta collaborazione con Comuni e Città metropolitane, ovviamente assistito dalla previsione di leggi regionali specifiche che affrontino e risolvano il problema dell’integrazione socio-sanitaria, sino ad oggi solo nominalisticamente inflazionata e abusata.

Dunque, assistenza domiciliare sì ma fatta con la cautela manzoniana (adelante Pedro con judicio), tenendo conto delle diversità regionali, sia in termini di raggiungibilità dei bisognosi che di supporti assistenziali offerti dai territori. Solo che si voglia evitare di ritenerla di botto sostitutiva dell’attuale offerta pubblico-privata e generare un’altra strage di nonni e disabili.

Ettore Jorio
Università della Calabria

Candida Tucci
Vice presidente nazionale Confapi



29 giugno 2022
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