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Lotta al dolore. Gli italiani non sanno a chi rivolgersi. I risultati dell'indagine Isal

Il 63% della popolazione reputa essenziale la terapia del dolore, ma il 35% ignora l’esistenza dei centri specialistici. Cade il tabù sugli oppiacei, ma gli antinfiammatori sono ancora ritenuti i farmaci più utili. Il 12 ottobre si celebra la III edizione di “Cento città contro il dolore” promossa dalla Fondazione Isal.

01 OTT - Chiedono che il dolore cronico vada curato, ma spesso non sanno che esistono centri specialistici a cui rivolgersi. Hanno meno pregiudizi verso gli oppiacei, anche se considerano gli antinfiammatori come i farmaci di riferimento. È questa l’immagine degli italiani di fronte al dolore, scattata dalla Fondazione Isal (Istituto di ricerca e formazione in scienze algologiche) attraverso l’analisi del questionario proposto nel 2012, in occasione della seconda edizione della Giornata “Cento città contro il dolore”, e presentato con una relazione al Parlamento.

Distribuito in 54 città italiane e compilato da 5.500 persone, il questionario aiuta a capire quanto sia presente il dolore nella vita degli italiani e quale sia la loro consapevolezza sulle terapie e i centri di cura disponibili. “I risultati indicano come sia cambiato l’atteggiamento verso il dolore e la cura – spiega William Raffaeli, presidente della Fondazione Isal –. I giovani, in particolare, chiedono un sollievo immediato, a prescindere da quale sia la causa del dolore, e non hanno più tabù verso l’uso degli oppioidi. Maggiori resistenze, invece, rimangono da parte degli anziani”.


Basta sofferenza. Il 63% della popolazione (con punte dell’80% tra 30 e 50 anni) ritiene infatti che il dolore vada curato in ogni caso, anche prima di una diagnosi che ne individui le cause. Solo per il 6% il dolore va trattato esclusivamente in caso di tumori, mentre il 2% afferma che le persone con dolore non necessitano di cure mediche.

Antinfiammatori e oppiacei. Gli antinfiammatori sono ritenuti dal 39% i farmaci più utili, seguiti dal paracetamolo (24%). “Questo dato evidenzia quanto siano necessarie una educazione civica e una adeguata formazione sul tema dell’appropriatezza degli analgesici – continua Raffaeli –. Un dato incoraggiante viene invece dal terzo posto occupato dagli oppiacei, consigliati dall’Organizzazione mondiale della sanità per il trattamento del dolore cronico d’intensità moderata o severa, e dalla mancanza di ‘oppiofobia’ nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni”.
Risponde infatti “sì” il 53% degli intervistati alla domanda se prenderebbe morfina in caso di un dolore forte che non passa col tempo, a cui si aggiunge un 13% che lo farebbe, ma solo per il dolore oncologico. Si dichiara invece contrario agli oppiacei il 38% degli over 70.

Il mal di schiena. Nel 2012, la Fondazione ISAL ha voluto sondare anche l’incidenza del dolore al rachide, che rappresenta uno delle patologie più diffuse. La conferma arriva dal 77% di italiani di tutte le età che risponde di avere (o di avere avuto) mal di schiena. Tra questi, il 18% ne soffre più volte all’anno e il 15% in maniera continuativa, percentuale che sale al 23% nella fascia da 50 a 70 anni. Il 76% dichiara anche di conoscere qualcuno che ha gravi problemi alla schiena.

Il dolore cronico come malattia. Il 45% degli italiani è consapevole che esiste un dolore cronico che non dipende da alcuna causa evidente e che è una malattia in sé. Ben più ampia (84%) la fascia della popolazione sensibile alle conseguenze che il dolore cronico può avere sulla qualità della vita, come insonnia, stress, depressione e perdita del lavoro.

I centri di cura, questi misconosciuti. Gli italiani, insomma, sono sensibili verso il dolore e quando ne soffrono chiedono di essere curati. Risulta per questo grave la disinformazione sui centri di terapia del dolore presenti sul territorio. Il 35% degli italiani ne ignora l’esistenza, il 42% ne è venuto a conoscenza da amici e parenti, solo il 23% dal medico di famiglia.

“Serve più informazione da parte delle istituzioni per far conoscere ai cittadini la rete per la terapia del dolore – conclude il presidente della Fondazione Isal –. Ma serve anche una maggiore disponibilità da parte dei medici a fare fino in fondo il loro lavoro, indirizzando chi soffre verso centri specialistici e cure appropriate”.


 

01 ottobre 2013
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