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“Il riformatore che non c’è” di Ivan Cavicchi: avviso ai naviganti

di Andrea Vannucci

Nella tempesta ci siamo noi, adesso. Prendiamo atto che sta cambiando l’impianto intero del nostro sistema di welfare, così come le nostre vite e la nostra idea di futuro via via che cresce la consapevolezza che non si tratta di una congiuntura. E allora dobbiamo fare come il capitano Mac Whirr  nel Tifone di Conrad

11 NOV - Scriveva Cavicchi “nella tempesta la responsabilità della politica è aver messo al timone della nave il riformista che non c’è, cioè un affettato signore dai modi gentili e cordiali ma che non ha mai visto il mare e meno che mai sa cosa si deve fare in una tempesta”. Non è detto. Anche Mac Whirr , il capitano del piroscafo Nan Shan del Tifone di Conrad, sembrava inadeguato, ma poi salva la nave ed il suo carico di uomini diseredati,  convinto, contro il parere dei suoi stessi ufficiali, a “ trovare qualcosa che fosse giusto per tutti” ripetendo, durante i momenti più violenti della tempesta, che “nei libri non si trova tutto”.
 
Nella tempesta ci siamo noi, adesso. È innegabile e poco serve chiedersi da dove, da chi e perché  sia successo. Prendiamo atto che sta cambiando l’impianto intero del nostro sistema di welfare, così come le nostre vite e la nostra idea di futuro via via che cresce la consapevolezza che non si tratta di una congiuntura.
Guardando alla sanità Cavicchi direbbe che quando i modelli che orientano l’operatività restano sostanzialmente invarianti di fronte a profondi cambiamenti esterni, allora si ha un problema di regressività.  Questo fenomeno, prima ancora della crescita della spesa, è la principale causa di antieconomicità del sistema sanitario.
 
Sta accadendo quel che temevamo: il conflitto tra diritti e risorse si è manifestato e l’illusione è ancora quella di risolverlo come una variabile delle politiche di bilancio. Ci stiamo limitando a contenere la spesa sanitaria inseguendo obiettivi di buona gestione, di razionalizzazione e di razionamento in questo “sistema dei sistemi” regionali, in un paese costituito da territori e comunità così tra loro diverse, quando addirittura non ostili.
Stiamo spingendo i cittadini verso la spesa di tasca propria, inasprendo, di fatto, la tassazione a loro carico, e allo stesso tempo, riducendo le condizioni di sufficienza funzionale dei servizi e degli operatori.
 
E’ evidente che serve un rinnovamento riformatore che a oggi non c’è. Per farlo dobbiamo ricordarci di metter mano a due ordini di cambiamento: quelli che riguardano il sistema (meccanismi di finanziamento, di governance e di programmazione) e quelli che riguardano la conoscenza e la pratica medica (apparati concettuali, modelli di conoscenza e prassi operative).
Oggi questo “doppio cambiamento” si stenta a trovare nelle pagine dell’agenda della politica, probabilmente perché non appartiene alla cultura prevalente.  E’ paradossale che ciò accada proprio mentre parliamo con insistente preoccupazione di sostenibilità. E’ giusto essere ossessionati dalla sostenibilità, magari lo fossimo stati anche in passato, fin dall’istituzione del sistema sanitario nazionale, ma è sbagliato interpretarla in termini regressivi, come razionalizzazioni, pur utili e doverose ma non risolutive, su aree di inefficienza marginali.  Perché sta accadendo? Perché continua a mancare un comune senso del valore, cioè della relazione che lega i risultati con i loro costi. Così come non c’è mai stata convinzione della necessità di misurare il valore con analisi tempestive sull’impatto delle politiche sanitarie.
 
C’è una spesa che possiamo, anzi, dobbiamo permettere: è quella che in modo provato sarà in grado di produrre valore persistente anche per il futuro. Ci saranno così azioni strategiche, perché in grado di offrire benefici molteplici: salute, occupazione, sviluppo, aumento del tasso d’istruzione superiore, democrazia. Per ottenerli, però, saranno necessarie sagge politiche integrate. La sanità non è un mondo a sé, chi se ne occupa non colloquia soltanto con il ministero dell’Economia, ma anche con chi deve promuovere l’istruzione, il lavoro, le politiche industriali, la tutela dell’ambiente così come con i rappresentanti delle comunità e dei territori;  sempre però che siano capaci di agire nel contesto locale ma pensare in modo globale. Stiamo affrontando una sfida difficile, sembra che molteplici fattori e circostanze si siano messi insieme per rendercela quasi impossibile. Dobbiamo sostenere il costante aumento dei costi sanitari, per di più in una situazione caratterizzata da limitata crescita economica e sostanziale invecchiamento della popolazione, cogliere le opportunità offerte dalla diffusione di nuove tecnologie mediche e soddisfare le  legittime attese dei cittadini di comprendere meglio le malattie di cui sono affetti, le opzioni terapeutiche e le loro prognosi.
 
Ci sono almeno due punti chiave, tra loro interdipendenti, che il programmatore, che mi auguro ci sarà, deve considerare: il capitale umano e l’innovazione. 
Com’è possibile immaginare un futuro se blocchiamo il turnover dei professionisti da impegnare nelle attività di cura ed assistenza? Si comprendono le necessità di cassa dello Stato, ma è una misura molto rischiosa per il futuro.  Come pensare di crescere senza giovani professionisti? Come non vedere l’enorme costo economico della loro sottoccupazione? Il capitale umano richiede ricambio generazionale che porta non solo idee, schemi mentali e paradigmi nuovi, più adeguati alla complessità delle sfide, ma soprattutto energia, passione, entusiasmo e, ci auguriamo davvero, un rinnovato rigore morale; quindi, enormi risparmi.
 
Porre la questione dell’innovazione solo in termini di sostenibilità è sostanzialmente sbagliato perché regressivo, l’innovazione è da sempre un fattore di sostegno allo sviluppo. E’ necessario conoscere e cogliere le opportunità di tutte le innovazioni tecnologiche, anche quelle non strettamente sanitarie: un nuovo modo di vivere, agire e pensare che possa modificare modi di concepire e attuare i processi assistenziali rendendoli più snelli, facili, efficaci ed efficienti. Un uso assennato dell’innovazione determina la “compossibilità”  tra sviluppo di salute e sviluppo di ricchezza. Una cultura professionale e istituzionale che è in grado di fare un uso proficuo delle innovazioni tecnologiche attiva il circolo virtuoso tra investimenti in sanità e investimenti industriali, ricerca e sviluppo di prodotti innovativi e risultati di salute, ma anche risultati economici: produzione, occupazione qualificata, brevetti industriali.
 
In sintesi è indispensabile puntare al valore, diventare più bravi nel programmare, più snelli nella gestione, più sistematici nel misurare non solo i risultati delle cure ma anche l’impatto delle politiche per la salute, ricordare che essa non è solo un bene individuale ma collettivo e un potente fattore di coesione sociale per contrastare il tendenziale aumento delle disuguaglianze nella nostra società. Fare come il comandante del Nan Shan, pensare a salvare la nave con tutte le vite dei poveri coolies stipati nella stiva, ricordando le sue parole “ trovare qualcosa che fosse giusto per tutti”.
 
Andrea Vannucci
Coordinatore Osservatorio Qualità ed Equità
Agenzia regionale di sanità della Toscana

11 novembre 2013
© Riproduzione riservata


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