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Il management delle Asl è già cambiato

A commento di quanto scritto dal prof. Gianfrate penso vada sottolineato che i manager sanitari, soprattutto a seguito dei Piani di rientro, hanno dovuto gestire un comparto difficile e il raggiungimento degli obiettivi imposti dai vari Piani ha dimostrato che la scelta è ricaduta prevalentemente sui migliori

21 GIU - Solo un commento, assolutamente non polemico, rispetto all’articolo apparso su QS a firma del professor Gianfrate dal titolo “La politica e i DG delle Asl. Stavolta cambierà qualcosa?” con un particolare riferimento alle passate selezioni che premierebbero “gli amici degli amici”.
 
Tutte le politiche sanitarie indicano che, per vincere la sfida della sostenibilità, il sistema ha un crescente bisogno di valorizzare le competenze manageriali che si esprimono sul piano dell’innovazione organizzativa, della pianificazione della continuità assistenziale, della capacità di rispondere ai nuovi bisogni della popolazione. Puntare sulla qualità del management oggi costituisce non solo una scelta vincente sul piano del miglioramento della qualità delle performance e dell’organizzazione, ma anche un investimento sul piano economico e dell’efficienza.
 
Dal nostro osservatorio, certamente privilegiato, osservo che in questo senso il management delle aziende sanitarie è già cambiato proprio a seguito delle necessità di alcune Regioni di “governare” in regime di Piani di rientro. I manager hanno dovuto gestire, per anni, un comparto difficile e, il raggiungimento degli obiettivi imposti dai vari Piani, ha dimostrato che la scelta è ricaduta prevalentemente sui migliori.

 
Difendo soprattutto, ma non solo, la dirigenza apicale (direttori generali, sanitari ed amministrativi) delle Regioni sottoposte a Piano di rientro perché spesso hanno rinunciato a retribuzioni ben più cospicue per rispondere ad una chiamata al servizio della collettività. Provo a fare esempi concreti per spiegare meglio il senso; la dirigenza apicale del Ministero della Salute (1600 dipendenti in tutto) ha una retribuzione media di circa 240 mila euro, i capi dipartimento delle aziende sanitarie possono sfiorare i 200 mila, mentre i direttori generali (spesso ex capi dipartimento considerati all’altezza e che governano dai 1000 ai 14.000 dipendenti), siglano contratti da direttore generale da 124 mila euro lordi, ed i direttori amministrativi e sanitari del 20% in meno (come recita la legge 502/92 - e da allora le retribuzioni, solo per i vertici apicali, non sono mai cambiate).
 
Concordo invece pienamente sul fatto che è da approfondire e discutere la questione della monocraticità del Direttore Generale, tenendo ben presente l’importanza del confine che sussiste tra politiche sociali, a carattere sanitario, e politiche strettamente sanitarie: il territorio si governa bene se si governano insieme queste due facce della stessa medaglia. Questa è la vera sfida della nuova governance, valutando doverosamente risultati e obiettivi.
 
Non dimentichiamo infatti che, nonostante gli ultimi dati OCSE abbiamo posizionato l’Italia dal secondo al quarto posto per qualità delle prestazioni, gli ultimi dati EUROSTAT 2013 indicano che la spesa sanitaria italiana è la più bassa d’Europa e il nostro paese è primo nella classifica rispetto alle aspettative di vita.
 
Enzo Chilelli
Direttore Generale, Federsanità ANCI

21 giugno 2014
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