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L’autogol del taglio al fondo per la non autosufficienza

Quando l’efficienza allocativa è guidata solo da scelte di economia contabile e non di economia politica, accade che i risparmi su questo genere di servizi si ribalteranno moltiplicati sull’assistenza sanitaria. Il bisogno del paziente non autosufficiente non scompare per magia, ma resta e magari, non trattato per tempo, si aggrava generando costi da acuzie anziché cronicità stabile

28 OTT - Parafrasando Talleyrand, certe scelte sono peggio di un errore: sono stupide. Come la proposta di riduzione di oltre un terzo del fondo per la non autosufficienza e l’assistenza domiciliare, già tra i più bassi d’Europa.
In economia si chiama efficienza allocativa. I risparmi su questi servizi si ribalteranno moltiplicati sull’assistenza sanitaria: il bisogno del paziente non autosufficiente non scompare per magia insieme ai fondi, ma resta e magari, non trattato per tempo, si aggrava e in mancanza di altro s’indirizza verso l’ospedale, il pronto soccorso, il ricovero. Generando costi da acuzie anziché, come in precedenza, da cronicità stabile. Così un problema risolvibile “a monte” si scarica “a valle”, moltiplicandone la spesa.

È così quando l’efficienza allocativa è guidata solo da scelte di economia contabile e non, soprattutto nel nostro settore, di economia politica. Abiurando alle regole base del nostro, almeno sedicente, solidaristico sistema, tagliando le risorse a chi ne ha più bisogno, facendone ancora di più i “paria” della nostra società.

Eravamo “italiani brava gente”. Ormai le classifiche internazionali ci indicano, tra le società più classiste e individualiste. Magari “brava gente” non lo eravamo neanche prima. Però, da Paese povero e nei secoli sempre sottomesso al dominatore di passaggio, conoscevamo meglio il valore della solidarietà e della compassione (“cum patior”, soffro con).

Come profetizzava Pasolini mezzo secolo fa, abbiamo gettato via quei valori per l'”edonè” del consumo, la sottocultura individualistica dell’avere di massa, ossimoro solo apparente ormai dominante, figlio di anni di scuola fatiscente e famiglia assente sostituite da modelli televisivi a dir poco vacui. Si è così invertita la percezione tra pane e companatico, tra necessario e superfluo, le famose baracche di lamiera col pavimento di terra, senza finestre e coi topi, ma tutte con l’ultimo modello di televisore o smartphone (da leggere, o rileggere, “Cipolle e Libertà” un libretto di Bozzini e Ottaviani che in merito insegna più di cento trattati di economia politica e sociologia).
 
Dove la formidabile capacità produttiva di cui disponiamo, che ci affrancherebbe da ogni fatica, non è utilizzata per liberarci dai vincoli della scarsità ma per crearne di nuovi, per generare, in un loop diabolico, nuove presunte scarsità, bisogni solo percepiti di consumi inarrestabili. Quanto alla base della crisi del debito e del deficit che da anni ci affonda. Allora il “povero” non chiede più al “ricco” giustizia sociale, ma anela a diventare come lui. Altro che solidarietà e redistribuzione, solo individualismo. È Mefistofele che sobilla Faust che è dal desiderio individuale di arricchimento che nasce la prosperità per tutti. Una versione dark della “mano invisibile” di Adam Smith, a Goethe ispirata probabilmente dal suo quasi concittadino Lutero, per il quale il denaro è lo “sterco del diavolo” (la pensa diversamente un’altra loro compaesana, la Merkel).

Ai miei studenti mi sforzo di far capire che l’economia è tutt’altro che scienza triste (Thomas Carlyle) se si occupa di “uomini e donne”, della società che vive, respira, lavora, cerca la propria fetta di felicità. Specialmente l’economia della sanità. Diventa triste solo quando la si espianta dalla giungla intricata e affascinante del¬le scienze sociali relegandola nella serra chiusa delle scienze matematiche, della ragioneria, della contabilità. Mentre invece dà il meglio di sé quando indica la direzione, quando l’economia politica sublima in politica economica.
Quella per moderare la legge naturale del più forte per tutelare gli ultimi, i deboli, i fragili, chi non ce la fa. La mamma che, sì, facilita la vita al figlio più in gamba consentendogli la piena realizzazione, ma che anche si curva protettiva, rassicurante, tenera, su quello più sfortunato o più debole. Efficienza allocativa, appunto.

La doveva conoscere bene persino S. Francesco, il più umile tra gli umili, visto come la riassume mirabilmente nella sua famosa preghiera: “Signore, dammi la forza di cambiare quello che posso cambiare. E dammi una forza più grande per accettare quello che non posso cambiare. Ma soprattutto dammi una forza ancora maggiore per distinguere quello che posso e non posso cambiare”. Da non credente la indirizzo a quelli che decidono delle nostre cose tutte terrene di sanità e assistenza.

Fabrizio Gianfrate 

28 ottobre 2014
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