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Infanzia. Un bambino su 5 soffre di disturbi neuropsichici. Ma uno su 3 non viene ricoverato per mancanza di posti letto nei servizi pubblici

E' la fotografia scattata dai Rapporti di monitoraggio sull’attuazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Negli ultimi 10 anni, il numero dei pazienti seguiti dai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza è quasi raddoppiato (+5% nuove richieste all’anno dal 2004 ad oggi), mentre il numero degli operatori continua a diminuire (-10%).

18 GIU - I disturbi neuropsichici dell’età evolutiva sono tra i disturbi più diffusi (colpiscono con una frequenza di 1/5) nell’infanzia ma vengono trascurati: 1 bambino/adolescente su 4 riesce ad accedere alle cure ambulatoriali e alla riabilitazione, ma 1 su 3 non riesce ad essere ricoverato per mancanza di letti, mentre 1 su 5 viene mandato in reparti psichiatrici per adulti. E’ quanto emerge dai dati sulla salute mentale e la disabilità elaborati nei Rapporti di monitoraggio sull’attuazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel nostro Paese. 
 

I disturbi sono molto differenti tra loro e si inseriscono in una gamma vasta ed eterogenea: dall’autismo all’epilessia, dalla depressione al disturbo del linguaggio, dalla dislessia alla disabilità intellettiva, dalle paralisi cerebrali infantili alle sindromi genetiche rare, dalle malattie neurodegenerative a quelle neuromuscolari e molte altre. Benché nella maggior parte delle situazioni un trattamento precoce e tempestivo possa modificare la prognosi, meno di 1 bambino/adolescente su 4 riesce ad accedere alle cure ed alla riabilitazione di cui ha necessità nell’ambito dei servizi pubblici di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza: si stima che non siano più di 600.000 gli utenti a fronte di una popolazione complessiva sofferente di circa 3,6 milioni unità.


Negli ultimi 10 anni, il numero dei pazienti seguiti dai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza è quasi raddoppiato (+5% nuove richieste all’anno dal 2004 ad oggi), mentre il numero degli operatori continua a diminuire (-10%). Il risultato è che ogni utente riceve sempre meno interventi, e le famiglie devono ricorrere sempre di più al privato, con costi rilevanti che in tempi di crisi economica sono sempre meno in grado di sostenere.
 

“Il Rapporto conferma quanto già diciamo da tempo: l’Italia ha buoni modelli, normative e linee di indirizzo, ma assai poco applicate e con ampie disuguaglianze inter-regionali - afferma Antonella Costantino, Presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) -. Lo stanziamento di risorse da parte delle Regioni continua ad essere insufficiente per garantire alle Asl e ai Servizi di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA) di diffondere e consolidare la necessaria rete di strutture territoriali, semiresidenziali, residenziali e di ricovero, che in alcuni ambiti appare addirittura in significativa diminuzione. Continuano ad esservi Regioni in cui mancano gli stessi servizi territoriali e/o il personale è gravemente insufficiente e/o non sono previste tutte le figure multidisciplinari necessarie per i percorsi terapeutici”.

“Particolarmente critica è la situazione relativa ai posti letto di ricovero - continua Bernardo dalla Bernardina, past president Sinpia - . Oggi ci sono in Italia solo 325 posti letto di neuropsichiatria infantile, contro più di 5.000 di area pediatrica e altrettanti della psichiatria degli adulti. 8 regioni sono completamente sprovviste di posti letto e solo un terzo dei ricoveri ordinari riesce ad avvenire in reparto di neuropsichiatria infantile, mentre gli altri avvengono in reparti non adatti, compresi quelli psichiatrici per adulti. Il Regolamento degli Standard Ospedalieri, appena pubblicato, prevede che possa esservi un reparto di NPIA ogni 2-4 milioni di abitanti, che in alcune regioni porterebbe al dimezzamento delle strutture complesse e del numero di posti letto esistenti, con un grave peggioramento della situazione soprattutto per gli adolescenti con acuzie psichiatrica”.
 

In aumento anche gli inserimenti in strutture residenziali terapeutiche, che spesso avvengono lontano dalla residenza dei ragazzi a causa della carenza di strutture, con lunghe attese e difficoltà nel reinserimento nel proprio territorio. Dal 2011 al 2013, l’aumento è stato di più del 10% all’anno. Le criticità esistenti nelle possibilità di risposta dei servizi territoriali e di ricovero e la carenza di strutture diurne rischiano di rendere l’inserimento residenziale l’unica soluzione percorribile.
 

Per quanto riguarda la prescrizione degli psicofarmaci per i bambini e gli adolescenti, non sempre utilizzati in modo appropriato, a differenza che nel resto del mondo occidentale, i dati più recenti per l'Italia evidenziano che non ci sono stati sostanziali cambiamenti negli ultimi anni. Gli ultimi dati sono riferiti al 2011, con una percentuale di prescrizioni nella popolazione 0-17 anni dell’1,0 per mille per gli antidepressivi, 0,7 per mille per gli antipsicotici e 0,2 per mille per i farmaci utilizzati nella terapia dell’ADHD.
 

“Le difficoltà di accesso e la frammentazione dei percorsi – aggiunge Maurizio Bonati, Capo Dipartimento Salute Pubblica dell’IRCCS Istituto di Ricerca Farmacologica “Mario Negri - sono confermate anche dai dati del registro lombardo per l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione con iperattività), che evidenzia anche per questo disturbo che l’accesso ai centri di riferimento per l’ADHD avviene in un utente su 4 che ne avrebbero necessità e che solo una piccola parte degli utenti riesce poi a ricevere gli interventi terapeutici prescritti”.

Secondo il registro lombardo per l’ADHD l’85% dei pazienti ha ricevuto una prescrizione di tipo psicologico; il 2% solo farmacologica, il 13% entrambe. Dal 2010 al 2013, vi è stato un aumento del 143% degli utenti per i quali è stato possibile garantire il Parent Training (PT), mentre gli utenti a cui è stato possibile garantire interventi di Teacher Training (TT) sono aumentati del 377%.
“Ciononostante – conclude Costantino -, la risposta terapeutica appare ancora incompleta e disomogenea: i Parent Training erogati nel 2013 sarebbero sufficienti a dare risposta a circa il 60% degli utenti di nuova diagnosi, e i Teacher Training al 30%. Inoltre, la maggior parte dei trattamenti vengono svolti dai Centri ADHD e solo una parte ridotta presso le UONPIA territoriali (8% PT e 5% TT)”.

18 giugno 2015
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