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Vertenza sanità. Il ruolo degli intellettuali e degli organismi di rappresentanza collettiva

Dalla vecchia generazione degli intellettuali organici ad oggi, constatando l’assenza, al presente, di figure in grado di esercitare un ruolo simile a quello svolto da Berlinguer e Benigni. Fino al ruolo che sindacati e Ordini potrebbero svolgere per fare uscire il Governo dalla sua ambiguità in politica sanitaria

31 GEN - Della generazione di intellettuali che idearono il nostro Servizio Nazionale e contribuirono a realizzarlo con l’approvazione della sua legge istitutiva, la 833 del 1978, non è rimasto quasi nessuno e gli ultimi a lasciarci sono stati Giovanni Berlinguer e Bruno Benigni.
 
Del primo, idealtipo dell’intellettuale “astratto”, ho avuto modo di ricordarne la personalità cogliendo l’invito della Professoressa Mara Tognetti che qui ringrazio pubblicamente per la sua sensibilità; del secondo, idealtipo dell’intellettuale “poietico” non ho, colpevolmente, ancora detto nulla.
 
Eppure con Bruno ho avuto la fortuna di collaborare intensamente nel periodo di progettazione della “casa della Salute” che poi il Ministro Livia Turco fece diventare parte integrante del suo programma di governo. Il contributo che Bruno Benigni ha dato al nostro Servizio sanitario va, tuttavia, ben oltre, la casa della salute che oggi è diventata una realtà anche in quelle regioni come l’Emilia Romagna che mostrarono un profondo scetticismo verso quel progetto. Non diversamente del resto e purtroppo della stessa CGIL dove quel progetto era nato e cresciuto. 

 
Bruno Benigni fu infatti un protagonista di primo piano dell’età dell’oro della psichiatria sociale contribuendo grandemente alla sua realizzazione. E a tal proposito ho ancora vivo nella memoria il suo racconto di quando, da Assessore ai servizi sociali riuscì a chiudere definitivamente l’ospedale psichiatrico di Arezzo col suo reparto ghetto “il fondaccio” dove venivano relegati a vita i dannati del pregiudizio. Ricordo anche che fu solo grazie a Bruno e alla sua tenacia, che vide la luce la legge per il passaggio della sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia al servizio sanitario regionale e a tale attività di livello nazionale si aggiunse un instancabile lavoro quotidiano di consulenza per i responsabili della sanità del sindacato Pensionati (SPI) e non solo.
 
Certo il destino di questi due intellettuali, legati tra loro da fraterna amicizia, fu sicuramente diversa. Berlinguer è stato un protagonista della scena internazionale, Benigni un tessitore di idee e relazioni istituzionali lontano dai riflettori e noto soprattutto ai suoi più stretti collaboratori.
 
Quella generazione, si diceva, è ormai perduta non solo per i sopraggiunti limiti di età dei suoi protagonisti ma soprattutto perché nessuno, purtroppo, è riuscito a coglierne l’eredità.
A mancare oggi è soprattutto la consapevolezza che solo un duro lavoro nel campo delle istituzioni può rendere compatibile il piano delle idee con quello della realtà. Una differenza di fase che troppo spesso viene risolta ricorrendo a profusioni di parole che non trasformano la realtà e che rendono ancora più confuso l’orizzonte della nostra quotidianità.
 
Sono debitore a Silvana Dragonetti di una convinzione che cerco sempre di onorare: la legge, il regolamento, lo scritto è in funzione della sua concreta realizzazione e la sua concretizzazione può essere impossibile nei fatti o, quel che peggio, molto lontana dalla intenzione che anima gli estensori della norma.  Grande responsabilità degli amanuensi poco accorti e inconsapevoli delle conseguenze implicite del testo.
Plasticità dello scritto; irriducibilità della dimensione pragmatica che si predica di vita propria indifferente ai richiami del segno da cui ha tratto origine.
 
Bruno Benigni: il lavoro di tessitura delle pratiche istituzionali
Di tale ambiguità dello scritto era consapevole Bruno Benigni e la sua scrittura era per questo diretta e lineare. Non c’era indulgenza verso la frase dotta, verso la definizione d’effetto per la sua originalità folgorante, Bruno andava diretto al problema perché la comprensione non potesse fare appello all’ambiguità di uno scritto poco chiaro. Questo tuttavia era solo una parte del lavoro, perché per riuscire a trasformare in pratica un progetto occorreva costruire un contesto in cui i diversi attori istituzionali non solo condividessero i contenuti ma concordassero anche sulle azioni necessarie alla sua realizzazione. E di qui il lavoro condotto nell’ombra per intessere relazioni e rapporti su cui costruire un intesa fatta di tempi, di modi, di soggetti e di attori
 
Di questo modo di concepire il lavoro dell’intellettuale poietico non c’è più traccia. Manca un intellettuale organico, di cui Berlinguer e Benigni, nelle rispettive differenze, erano l’espressione, perché la dimensione attuale della politica è quella ormai interclassista del partito dell’indistinto. Una dimensione anche essa ideologica; anzi iper-ideologica perché costruita sulla asserzione che l’unica dimensione provvista di validità universale sia quella del mercato e della perdita di cittadinanza del conflitto. Una posizione a cui non aderisco non per preconcetti ideologici ma perché ho davanti a miei occhi i limiti evidenti di chi pensa ancora che il mercato possa portare quella razionalità distributiva che il pubblico non può garantire
 
Se dunque allo stato attuale non mi sembra di scorgere figure in grado di esercitare un ruolo simile a quello svolto da Berlinguer e Benigni cosa dire di quei soggetti collettivi che si muovono nel campo istituzionali e che una funzione di intellettuale collettivo sono inevitabilmente chiamati a svolgere. Cosa dunque pensare dei sindacati e dei diversi organismi di rappresentanza delle professioni (Fnomceo e collegi compresi) spesso nominati sulle pagine di Quotidiano Sanità?
 
Il ruolo dei sindacati professionali
Dei primi ho ricordato del tutto recentemente i limiti; limiti che vanno ben oltre le pratiche consociative che pure ne hanno connotato spesso l’agire istituzionale ma, poiché a lanciare la pietra sia solo chi è libero dal peccato, mi astengo dall’esprimere giudizi che non siano seguiti da riferimento a fatti concreti e specifici
 
Rimane il fatto che i sindacati medici confederali e autonomi sono entrambi privi di una idea credibile di professione. I primi perché sprovvisti della necessaria autonomia rispetto agli altri soggetti che operano nella sanità (infermieri in primis) il cui peso politico è talmente preponderante all’interno delle organizzazioni da rendere impossibile l’elaborazione di una strategia che si faccia carico della peculiarità dell’essere medico e delle responsabilità che vengono a tale figura professionale attribuita. Ne risulta pertanto una svalorizzazione del lavoro medico e un appiattimento professionale di cui mi assumo la mia parte di responsabilità,
 
I secondi, i sindacati autonomi, perché solo recentemente sono usciti dalla parcellizzazione mono professionale cercando di elaborare una piattaforma che si faccia carico delle diverse figure dirigenziali che essi rappresentano
 
Debole o totalmente assente in loro è tuttavia una visone del SSN come parte di un campo istituzionale più ampio, il sistema salute, in cui si confrontano soggetti istituzionali molteplici e in cui il bene salute è il risultato di politiche attive per la salute.  Pratiche e strategie operative per la cui realizzazione la componente professionale è una tra le tante e non necessariamente la più importante se il fine è il raggiungimento di significativi obbiettivi di salute, unica garanzia di benessere dei cittadini
 
Il loro messaggio è dunque poco credibile specie perché chi,  in questi anni di crisi sanitaria spaventosa è stato muto o cieco nei confronti delle tragedie di milioni di disperati in balia delle guerre, delle deportazioni e delle deprivazioni, non ha più titolo di parlare per tutti ; e così,  definitivamente persa è l’ occasione per porsi come soggetto morale in grado di realizzare quella difesa della salute per tutti a cui si fa invece riferimento, con una dose di astuzia,  per perorare solo le rivendicazioni dei propri associati seppure giuste
 
Una strategia tuttavia che ha il fiato corto e che non riesce a stabilire una nuova egemonia cultura invertendo così quella scala di valori che vede la salute non più ai primi posti delle strategie politiche dei soggetti istituzionali competenti
 
Non dissimile poi la situazione dei sindacati del comparto. In tale contesto i loro organismi di rappresentanza giocano la strategia della coperta corta, tipica dei periodi delle vacche magre, cercando di erodere salario e professionalità ai medici e confondendo, anche essi con identica dose di astuzia, la loro battaglia salariale-professionale con quella della difesa del SSN. Una strategia che per i confederali è poi inevitabilmente di retroguardia in quanto in tale campo i collegi professionali e i sindacati autonomi possono vantare una posizione più convincente perché univocamente corporativa non necessitando di quella mediazione che è tipica delle rappresentanze pluri-professionali
 
Anche per questi tuttavia la risultante è l’incapacità di generare una nuova egemonia culturale indispensabile per imporre una coerente pratica politica che metta al primo posto la salute umana e a sua tutela.
 
Il ruolo della Fnomceo
Pura illusione sarebbe il solo pensare che la Fnomceo possa svolgere quel ruolo “ampio” di rappresentanza che la politica non ha più interesse a interpretare e che sindacati, pur volendo, non riescono a fare. Ben altri e altrettanto importanti sono i soggetti che operano nel contesto sanitario e, in ogni caso, nei sistemi complessi come quello sanitario, nessuno soggetto potrà esercitare una strategia vincente senza una accorta politica di alleanza con gli altri stekeholders del campo istituzionale.
 
La Fnomceo ha tuttavia il vantaggio di rappresentare una parte importante della intellettualità del paese che per i diversi ambiti disciplinari in essa presenti (epidemiologi, igienisti, medici del lavoro, medici della scienza organizzativa, clinici, etc.) è in grado di ridurre la complessità data elaborando una strategia orientata alla tutela complessiva della salute umana.
 
Cosa rende difficile una tale possibilità è la composizione degli organismi dirigenziali della Fnomceo che sono espressione non delle diverse discipline mediche ma dei sindacati monoprofessionali (medici di medicina generale in primis) che purtroppo “relativizzano” le posizioni generali delle Federazione Nazionale, subordinandole ad interessi necessariamente di parte. Questo indebolisce drammaticamente il ruolo della Fnomceo facendole perdere una straordinaria opportunità: quella di chiudere la tutela della salute in un sistema coerente in cui abbiano degna e ragionevole rappresentazione i veri determinanti di salute sia di tipo medico e non medico.
 
Le posizioni critiche da me espresse sulla Fnomceo nascono dalla amara consapevolezza che un organo di rappresentanza di una intera professione sia spesso ostaggio di una componente specifica del mondo professionale assolutamente non rappresentativa, in termini numerici e ideologici, della stragrande maggioranza dei medici. E così quasi sempre la politica della Fnomceo si è trasformata in un estenuante gioco di mediazioni al ribasso che ha svilito il ruolo che i medici potrebbero avere nel rendere nuovamente egemonica l’idea della salute al primo posto.
 
E dunque ribadisco il concetto più volte espresso che per rilanciare il nostro Ssn e per uscire dalla spirale di privatizzazione strisciante che lo pervade e che rischia di diventare egemonica, per il convergere della politica del partito indistinto con gli interessi del complesso sanitario privato, è priva di qualsiasi utilità la riforma alla ennesima potenza del Ssn. Anzi allo stato attuale delle forze in campo una riforma non potrebbe che essere peggiorativa e trasformarsi in pericoloso boomerang per quanti credono nei sistemi universalistici.
 
Rompere lo schema di gioco degli attuali stakeholders del campo sanitario è possibile e in tale contesto un ruolo importante potrebbe avere una Fnomceo che riuscisse a superare il suo corporativismo di rappresentanza dei soli azionisti di maggioranza.
Impresa ardua ma non impossibile e che in ogni caso potrebbe contribuire a fare uscire il Governo dalla sua ambiguità
 
Roberto Polillo

31 gennaio 2016
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