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Ddl concorrenza. Per le farmacie, catene sì o catene no?

Il ddl tenderà a cambiare un sistema oggettivamente ben funzionante da decenni e dai costi contenuti. Quindi c'è da chiedersi quale deebba essere la soglia attesa di beneficio collettivo, attuale e futuro, prezzi, qualità, sviluppo, evoluzione futura, che giustifichi il rischio del cambiamento. chi sta approvando il provedimento queste domande se le sarà fatte? 

15 APR - Liberalizzare usando le “catene”, dice sulle farmacie il DDL Concorrenza. Curioso ossimoro, singolare figura retorica. Come anche altre leggi in passato, tipo portare la pace coi cannoni all’uranio (però impoverito) o esportare la democrazia con le bombe (ma intelligenti).
 
Sarà utile alla collettività? E in che misura? La questione, al di là di chiasmi, anacoluti e anafore, è tutt’altro che manichea, bianca o nera, bene di qua e male di là. Le ragioni sono tante e ambivalenti, con benefici e rischi per il sistema tanto a conservare quanto a cambiare. Gli interessi di parte contrapposti sono ovviamente tra il “grande capitale” dai grandi capitali che vorrebbe liberalizzare a manetta e le tante farmacie coi tanti voti per diluire il provvedimento a concentrazioni omeopatiche.
 
Normale che il legislatore sia tirato per la giacchetta. Peccato solo che le tante ragioni oggettivamente valide da entrambe le parti, col loro rispettivo elevatissimo plusvalore, siano spesso svalutate dalla scelta di supportarle in modo banalmente propagandistico, spacciando il tornaconto personale per utilità collettiva, la difesa della “roba” come bene comune, Mazzarò mascherato da Madre Teresa e “mammona” da Dio, convenienze prese per convinzioni, mano al cuore ma sul portafoglio. Con quegli esperti a gettone le cui ferree convinzioni oscillano secondo padrone dalla dispensa più munifica.

 
Fatto sta che all’inizio le “catene” sembravano dovere essere quelle per le ancore dei piroscafi. Poi, lima sul numero e riduci sul territorio, chissà se alla fine ci ritroveremo con le catenine del battesimo del bambino, nel consueto esercizio della politica di non cambiare (troppo) e non scontentare eccessivamente nessuno (moriremo dorotei). Vedremo.
 
Certo sta al legislatore, risistematasi la giacchetta sgualcita, rendersi impermeabile a ogni influenza lobbistica (precedenti e cronache recenti non entusiasmano) maturando le proprie decisioni attraverso un’analisi il più possibile oggettiva e soprattutto rigorosamente nella prospettiva della massima utilità collettiva: prezzi, qualità, crescita, occupazione, futuro. Provo a dargli un aiutino (gratis!)
 
Prezzi. Parliamo ovviamente di farmaci a pagamento e di extra farmaco, il 65-70% del mercato della farmacia. Potenziali di ribasso e di rialzo. Con le “catene” si dovrebbe ottenere un calo dei prezzi, grazie soprattutto alle loro:
- economie di scala,
- integrazione orizzontale,
- potere contrattuale sull’industria come “gruppi di acquisto” (ma quelli della GDO con gli OTC in dieci anni non hanno funzionato: prezzi su del 23% dal 2006),
- integrazione verticale nella filiera, anche con produzione di farmaci a proprio marchio (“private labels”),
- integrazione verticale fuori dalla filiera (diagnostica, piccola interventistica, servizi, ecc.),
- disintermediazione nella distribuzione all’ingrosso e al dettaglio.
 
Si spingerebbero, al contrario, i prezzi al rialzo:
- in assenza di nuove farmacie dovuta alla pianta organica (garanzia della qualità del servizio SSN) le “catene” dovranno comprare le esistenti, il cui prezzo quindi lieviterà scaricandosi sui prezzi al consumo spingendoli al rialzo (la curva dei prezzi delle farmacie crescerà fino a un punto di flesso dettato dalla crescita nel tempo delle catene in numero di farmacie e della conseguente loro forza contrattuale nel condizionarne i prezzi di transazione),
- anche al di fuori delle “catene” è in generale un innalzamento della soglia di entrata nel sistema, con a ricaduta un effetto inflativo di rialzo dei prezzi finali dei farmaci,
- permane il rischio generale di formazione di nuovi pseudo monopoli come accaduto in passato con le pregresse liberalizzazioni delle utilities (benzina, gas, luce, acqua, assicurazioni, autostrade, rifiuti, ecc., ecc.), che ne hanno paradossalmente alzato i prezzi, oggi tra i più alti al mondo, creando rendite oligopolistiche di posizione, causa la nostra fragile concorrenzialità e le potenti dinamiche di “amicalità” e “appartenenza” dominanti.
 
Qualità del servizio. Con i prezzi è l’altro plusvalore competitivo. Ipotizzabile nelle “catene” sia:
- più standardizzata,
- centralizzate nelle strategie anche sui servizi sanitari/SSN,
- layout e merchandising uniformi,
- formazione e aggiornamento codificato (gli addetti sono tutti dipendenti)
 
Il rischio è che:
- l’omologazione sia compromissoria al ribasso (“macdonaldizzazione”),
- siano penalizzate qualitativamente aree meno profittevoli e quindi di residuale interesse per le “catene” (quantitativamente la garanzia viene dalla pianta organica), come accaduto in altri Paesi.
 
Qualità dell’assortimento. Tipologia e rotazione saranno influenzate da:
- dominanza distributiva orizzontale e integrazione verticale da parte delle catene,
- selezione centralizzata di referenze specifiche a maggiore profittabilità,
- preferenza alle “private labels”,
- spinta selettiva nel punto vendita.
 
Economia. Diversi e di segno opposto gli effetti possibili sull’economia:
- la polarizzazione dei profitti a vantaggio delle “catene” potrà ricadere come beneficio collettivo nella misura della loro redistribuzione nel sistema (sconti, servizi, formazione, aree rurali, ecc.),
- la ricaduta fiscale, a fronte del voluminoso e garantito gettito dalle attuali farmacie, dipenderà dallo status giuridico e di residenza fiscale delle catene,
- a mercato stabile è ipotizzabile una riduzione del gettito, poiché, come accade in ogni settore, la pressione fiscale reale sui grandi gruppi è mediamente molto inferiore rispetto all’esercente al dettaglio,
- sarà ridotto il gettito all’erario dai “piccoli” poiché calandone il reddito scatteranno aliquote fiscali inferiori,
 
Occupazione. Le principali conseguenze ipotizzabili:
- le economie di scala dei grandi gruppi ridurranno il numero di occupati necessario al sistema (a mercato stabile in valori come quello degli ultimi anni e a numero fisso e ormai saturo di punti vendita, aumentato del 20% nell’ultimo decennio e oggi abbondantemente superiore alla media EU),
- analogamente avverrà per i “piccoli”, indeboliti dalla polarizzazione di profitti e competitività
- maggiore variabilità occupazionale per aree territoriali più e meno profittevoli
 
Futuro.
- La variabile è se l’evoluzione futura del ruolo della farmacia richiederà o meno modelli diversi e quanto dovranno esserlo,
- la sanità del futuro passerà da innovazione e tecnologia, medicina personalizzata, diagnostica evoluta, networking, integrazione di sistema pubblico e privato, deospedalizzazione e cure domiciliari, dispensazione ad hoc (vedi i droni di consegna di Amazon) e molto altro,
- la farmacia giocherà in ciò un ruolo nuovo e ancora più centrale, ma che probabilmente richiederà molto più di oggi, un “quantum leap” d’investimenti ingenti, forse alla portata solo di “big players”, grandi operatori con grandi capitali come potranno essere le “catene”,
- d’altro canto si richiederà una sempre maggiore personalizzazione sia del prodotto che del rapporto di servizio con il cliente e paziente, generazionalmente sempre più informato ed “empowerd” a richiedere quindi un rapporto fiduciario più tipico del sistema attuale.
 
Domande al legislatore. Il DDL tenderà a cambiare un sistema oggettivamente ben funzionante da decenni e dai costi contenuti. Quindi:
- quale deve essere la soglia attesa di beneficio collettivo, attuale e futuro, prezzi, qualità, sviluppo, evoluzione futura, con tutti i potenziali vantaggi e svantaggi sopra discussi, che giustifichi il rischio del cambiamento?
- È stata questa soglia con tutte queste variabili calcolata e valutata dal legislatore?
- È stato pensato il ruolo della farmacia nella sanità ipertecnologica ma anche più personalizzata di domani?
- Quali modelli il sistema necessiterà a tale scopo e quali i relativi investimenti e dimensioni di scala?
- Sarà quindi più idoneo il modello attuale delle “piccole” o quello delle “catene”?
- Esiste una soluzione intermedia tra i due modelli o rappresenterebbe un compromesso solo “politico” e dannoso all’utilità collettiva che ne sbiadirebbe gli effetti contemporaneamente indebolendo il modello esistente delle farmacie ma senza dare reale forza a quello proposto delle catene?
 
Sono domande a cui è indispensabile dare risposta data l’importanza centrale che rivestono i farmaci nella società e nella vita quotidiana di tutti.
 
Ma la domanda attuale principale su tutte è: chi sta approvando il DDL queste domande se le sarà fatte? R.S.V.P.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria 


15 aprile 2016
© Riproduzione riservata


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