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La tassa sul fumo per i farmaci. Se a pagare le cure è il vizio

di Fabrizio Gianfrate

Anziché tassare i vizi per scoraggiarli sarebbe meglio detassare le virtù incoraggiandole. Però non si farebbe cassa. E allora invece dei “vizi” bisognerebbe agire sui loro perché. Ovvero rimuovere le motivazioni per le quali quei personaggi di prima davanti a noi in lista d’attesa si avvitano nei loro insani “loop”, quasi sempre infelici. Questa, a ben vedere, la vera prevenzione-rivoluzione: spesso la virtù vince perché molti vizi sono persino più noiosi.

14 LUG - Come sostenere la spesa per i farmaci innovativi? È la domanda delle cento pistole di tutte le sanità. La proposta oggi più “cool” è: mettiamo una tassa aggiuntiva sulle sigarette. Lo dice la Lorenzin, l’ha proposto l’AIOM, ne parlò Balduzzi da Ministro, Cameron prima del terremoto Brexit, presto in Australia, la propone come rivoluzionaria panacea qualche interessato “think-tank” filo-industriale, non proprio innovativo visto che il tabacco si tassa ininterrottamente dai tempi di Giacomo I d’Inghilterra, fine 1500.
 
Anche l’OCSE lo scrive in un recente report: per i costi astronomici delle sanità di domani si devono aumentare le tasse su fumo, alcolici, bevande, dolci e “junk food”, come deterrente ai consumi e per fare cassa. In UK hanno di recente adottato una tassa del genere, la “Soda Tax”, un’imposta aggiuntiva sulle bevande gassate, per scoraggiarne i consumi non salutari e incamerare risorse per la sanità. “Toglietemi tutto ma non i miei vizi” protesterebbe Oscar Wilde col suo Governo di Westminster.
 
Che poi anche la “Soda Tax” non è esattamente un inedito. Persino nella Francia dell’800 la bevanda più celebre di allora, il “Vin Mariani”, consumatissimo, un misto di coca e bordeaux, era supertassata ma al contempo pubblicizzata, anzi sponsorizzata (i “think tank” dell’epoca!), persino da Papi, Imperatori e Zar. Tanta fama attraversò l’oceano così che John Pemberton, farmacista ed erborista di Atlanta, la modificherà e le darà un nome buffo: “Coca Cola”.

 
Si chiamano “tasse di scopo” ed hanno, nello specifico, pro e contro. C’è chi parla non del tutto a sproposito di Istituzioni intrusive nelle libertà individuali, di attacco al libero arbitrio, chi di Stato etico hegeliano, teocrazia del “peccato è reato”, di puritanesimo vittoriano.
 
Però se scorrazzi festosamente tra i sette peccati capitali così che poi ti devi curare a spese di tutti noi, ritengo lecito scoraggiarti economicamente con la sovrattassa e se non ci riesco almeno con quella finanzio la sanità. Stato che previene e reprime, magari redime.
 
Gabelle del genere introducono però qualche distorsione di mercato. Tasse su consumi di beni specifici sono inique “ab initio” poiché intervengono solo su chi consuma quei beni e non trasversalmente e proporzionalmente per reddito. Anzi nel nostro caso funzionano in direzione anti redistributiva essendo certi beni, definiamoli non “salutari”, maggiormente consumati da fasce della società solitamente meno abbiente, oltre che meno scolarizzate, che vengono così ad essere maggiormente penalizzate.
 
Insomma pagano soprattutto i più poveri e meno colti. Si rischia anche una concorrenza disallineata verso beni analoghi non gravati da tali imposte. O il rischio che vengano sopravvalutate in quantità, pretendendo di pagare con esse troppe cose (il “cappotto di Napoleone” della spesa di Totò in Miseria e Nobiltà).
 
Ma soprattutto, l’aspetto che meno mi piace, per me il “caveat” principale, è che queste tasse autorizzano un singolare principio di beneficio: più siamo debosciati più i servizi pubblici sono floridi. Legittimando pure iniquamente comportamenti inadeguati: basta pagare. L”ego te baptizo piscem” che il Re Sole il venerdì Santo fa imporre dal Card. Mazarino, pagandolo profumatamente, al piccione tartufato così il precetto del magro è salvo.
 
Del resto dell’”economia del vizio” da noi è proprio lo Stato stesso il primo beneficiario, quando non promotore, vedi i Monopoli di Stato, già inventati in Francia nel ‘700 da Richelieu, e con le copiose tasse dai vari giochi d’azzardo, tabacchi, alcolici e così via per decine di miliardi. La mattina incassa dai vizi che pure promuove, la sera spende per curarne i danni.
 
Ma se le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali o fanno ingrassare, spesso fanno anche ammalare. E le cure le paghiamo tutti. Vizi privati e pubbliche cure. Così quella lista d’attesa ci rinvia fra un anno perché davanti a noi ci sono, nell’ordine: il ciccione con la camicia impataccata di sugo, la tipa coi denti neri e le dita gialle, il tale con l’occhio liquido, l’alitosi e problemi al gomito (lo alza troppo), il giovanotto agitato che tira parecchio su col naso.
 
Sia chiaro, è la grande forza dell’universalità d’accesso del sistema solidaristico. È il risk sharing democratico fondante di ogni sistema assicurativo di sanità pubblica. Che tuttavia per non scivolare nell’iniquità (pago per gli altri ma a mio stesso discapito) e nell’inefficienza (troppa domanda per soddisfarla tutta), deve contenere gli strumenti di prevenzione. Di cui però siamo in coda all’OCSE (ma primi per introiti da gioco d’azzardo).
 
Si risolve allora il problema aumentando le tasse alle Marlboro, al Tavernello, alla Fanta, o alle slot? Temo di no. Certi consumi “voluttuari” prevaricano ormai quelli primari, rivedendo Maslow e la sua piramide dei bisogni. Il consumismo vince confondendo le priorità, mescolando e rendendo indistinguibile il necessario dal superfluo, specie a bassi livelli socio-culturali (“ma come, dovemo “svortà” e te te piji er gelato??” battibeccano nel film-cult i due tossici di Ostia alla ricerca dei soldi per la dose).
 
Basti vedere la (lodevolissima) legge anti fumo di Sirchia: ha abbassato i consumi di “bionde” per breve tempo, oggi sono più elevati di prima benché a prezzi da oreficeria. Allora anziché tassare i vizi per scoraggiarli sarebbe meglio detassare le virtù incoraggiandole. Però non si farebbe cassa, niente cash dall’imposta di soggiorno a Sodoma e Gomorra.
 
Però tant’è, è alterata la percezione della scala dei bisogni. E allora a parte casi limite sul confine della leggenda (“la maggior parte dei milioni che ho guadagnato li ho spesi in liquori, belle donne e auto sportive. Il resto l’ho sprecato”, G. Best) invece dei “vizi” bisognerebbe agire sui loro perché.
 
Ovvero rimuovere le motivazioni per le quali quei personaggi di prima davanti a noi in lista d’attesa si avvitano nei loro insani “loop”, quasi sempre infelici. Questa, a ben vedere, la vera prevenzione-rivoluzione: spesso la virtù vince perché molti vizi sono persino più noiosi.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria 


14 luglio 2016
© Riproduzione riservata


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