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Malasanità. La Calabria nel mirino della Commissione di inchiesta


"Sprechi, anomalie, disfunzioni e gravi lesioni del principi di legalità", con un "gravissimo nocumento per la salute dei cittadini e per la professionalità degli operatori”. Questo la sanità calabrese secondo Leoluca Orlando, presidente della Commissione di inchiesta sul Ssn: 75 segnalazioni di presunti errori sanitari e altre 14 per altre criticità, un disavanzo a fine 2010 ha superato i 1.046 mln di euro e un ritardo per il pagamento ai fornitori che va dai 778 giorni per i prodotti biomedicali ai 674 giorni per i farmaci.

15 LUG - Mancanza di un processo di razionalizzazione della rete ospedaliera con conseguenti inappropriatezze nell’utilizzo delle risorse ed evidenti riflessi sui livelli di assistenza garantiti alla popolazione; un tasso di ospedalizzazione molto alto per sopperire, spesso, alla mancanza di risposte assistenziali alternative in strutture di lungodegenza; un elevato numero di dirigenti medici rispetto agli operatori del comparto. È il quadro della sanità calabrese, dal punto di vista della qualità del Servizio, evidenziato nella relazione sulla sanità calabrese presentata ieri dalla Commissione di inchiesta sul Ssn presieduta da Leoluca Orlando.
 
E il quadro diventa “ancor più grave” se si scava nella situazione finanziaria della sanità in Calabria: dati contabili inaffidabili, carenza di un efficiente sistema di controllo, eccessivo ricorso alle anticipazioni di cassa, disarmonia tra programmazione annuale e budget. A questo si aggiungono illegittimità nell’acquisto dei farmaci; inosservanza delle norme in materia di appalti pubblici; mancata utilizzazione di strutture e apparecchi medico-sanitari; pagamento di fatture riferibili ad operazioni inesistenti; ritardato pagamento ai fornitori; illegittimo conferimento di incarichi professionali e consulenze.  “La Commissione - ha affermato Orlando presentando la Relazione - ha indicato con precisione quanto si può e si deve fare per una svolta, anche culturale, che recuperi la salute come un diritto e non come un favore e che rispetti le professionalità secondo i meriti e non secondo le appartenenze”.
 
Dati e considerazioni alla base della relazione della Commissione d'inchiesta, sono il frutto di un percorso di indagine iniziato nell'autunno 2009, a seguito del ripetersi di casi di presunto errore sanitario. Missioni e sopralluoghi (presso l’Ospedale di Locri e gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria) e audizioni con gli amministratori locali (l’allora presidente della regione Agazio Loiero, il dirigente generale per la tutela della salute della regione, Andrea Guerzoni e l’attuale presidente, Giuseppe Scopelliti). Un lavoro impegnativo, che ha fatto emergere una realtà fortemente critica.
 
Da quando la Commissione parlamentare è stata istituita nella XVI legislatura fino al 7 aprile 2011, sono pervenute dalla Calabria 75 segnalazioni su casi di presunti errori sanitari e 14 segnalazioni di criticità di altro tipo, alcuni dei quali risalenti a periodi antecedenti alla costituzione della Commissione. Sulle 89 situazioni complessivamente segnalate è in corso un’attività di approfondimento tecnico che “troverà esauriente riscontro nella relazione di fine legislatura”, spiega la Commissione sottolineando come “è stata rilevata una notevole inerzia nell’adozione di provvedimenti disciplinari nei confronti dei responsabili dei presunti di errori sanitari. In molti casi, da parte delle aziende sanitarie e ospedaliere della regione ci si è trincerati dietro la mancanza di strumenti contrattuali intermedi tra l’inerzia e il licenziamento”.
Tra le principali criticità rilevate c’è l'alto tasso di ospedalizzazione (225 ricoveri per 1000 abitanti) e la forte concentrazione (60%) di ricoveri tra 0 e 5 giorni, caratterizzati, spesso, da elevata inappropriatezza. Circa 20 sono  le strutture di piccole dimensioni, “particolarmente inappropriate, da disattivare da ospedali per acuti e da trasformare”.

ll sistema dell’emergenza territoriale è costituito da 5 Centrali operative (Cosenza, Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria) e da 50 postazioni PET dislocate sul territorio provinciale e coordinate dalla corrispondente Centrale operativa. “Quello che emerge – afferma la Commissione sintetizzando la Relazione -, è che il Sistema dell’emergenza-urgenza in Calabria, oltre che presentare molti aspetti di obsolescenza e scarsa efficienza, è ancora frazionato in singoli ambiti spesso tra loro non coordinati e risulta utilizzato sovente in modo inappropriato, come risulta ove si consideri che solo ad una ridotta proporzione degli accessi in pronto soccorso segue il ricovero, mentre una elevata proporzione di casi presenta problemi non gravi trattabili in altre strutture”.  
 
Ma “il problema fondamentale” che la Commissione si è trovata ad affrontare è stato quello della corretta determinazione dell’entità del disavanzo sanitario della regione Calabria: “Incertezza del suo ammontare, inattendibilità dei dati forniti, in alcuni casi mancanza”. Risulterebbero, inoltre, situazioni di scarsa attendibilità dei dati forniti da parte delle aziende sanitarie e ospedaliere, anche a causa della mancata attivazione di un sistema informativo efficiente, e un cumulo, sul capitale, degli interessi passivi a causa di una endemica carenza di liquidità delle aziende che, nell’ultimo quinquennio, ha raggiunto quota 77 milioni.  Di conseguenza, particolare criticità riguarda il tempo medio per il pagamento dei fornitori di beni e servizi erogati alle aziende ed enti del Servizio sanitario regionale, pari a 778 giorni per i prodotti biomedicali e a 674 giorni per i farmaci. “Il peggior dato su tutto il territorio nazionale”, sottolinea la Commissione.
 
Una specifica richiesta di chiarimenti ha poi riguardato la Fondazione “Tommaso Campanella”, costituita nel 2004 allo scopo di trasformarlo in Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) per le patologie oncologiche “la cui natura giuridica permane ancora irrisolta con evidenti implicazioni negative derivanti dall’incertezza della qualificazione”. Inoltre, come risulta da indagini della Procura regionale della Corte dei Conti, l”a Fondazione, negli ultimi cinque anni, seppure in assenza di accreditamento, sarebbe stata destinataria di circa 100 milioni di euro da parte della regione Calabria, per effettuare prestazioni oncologiche, senza, tuttavia, conseguire i risultati previsti”. 
 
Dalle rilevazione della Procura regionale della Corte dei Conti raccolte nella Relazione, emerge inoltre che dal 2004 al 2010 sono stati depositati 67 atti di citazione in materia sanitaria. Gli importi di danno  richiesti sono stati pari ad 95.339.607 euro, ai quali debbono aggiungersi i finanziamenti alla Fondazione Tommaso Campanella.  I maggiori importi di danno richiesti hanno riguardato:  errori sanitari, per i quali la Corte dei Conti interviene con azione di rivalsa nei confronti responsabili quando l’Azienda sanitaria o ospedaliera abbia risarcito il danno a seguito di sentenza di condanna.
Da novembre del 2003 l’importo danni richiesti è di oltre 4 milioni di euro, la metà riguardano invalidità che si sono verificate al momento del parto.
I deficit di bilancio delle aziende sanitarie provinciali, con le case di cura private accreditate per prestazioni sanitarie senza corrispondente riduzione dell’importo destinato all’ospedalizzazione pubblica hanno invece un importo di danni richiesti pari a 37.321.413 euro. 
Lo svolgimento dell’attività extramuraria non autorizzata da parte di medici in rapporto di esclusività con l’azienda ha un importo danni richiesti di  495.951 euro. 
Le illegittimità collegate all’acquisto indebito o l'acquisto a prezzi maggiorati di farmaci di  2.591.689 euro. 
Ancora: mancata utilizzazione di strutture sanitarie ed apparecchiature medico-sanitarie acquistate (in particolare, si ricorda la mancata utilizzazione delle apparecchiature destinate allo screening mammografico, caso in cui allo spreco di pubbliche risorse, si aggiunge la ricaduta sulla collettività femminile calabrese, privata della possibilità di sottoporsi a prevenzione tumorale) per 7.154.074 euro di danni richiesti.
Illegittimità negli appalti di gara per l’acquisto di beni e servizi, con un importo danni richiesto di 4.544.135 euro. Illegittimità nella gestione del personale, illegittimi pagamenti o inquadramenti, con un importo danni richiesti: 1.833.720 euro. Illegittimità di incarichi professionali conferiti a terzi, ovvero a soggetti estranei all’ente sanitario in presenza di personale aziendale interno idoneo allo svolgimento delle medesime prestazioni: importo danni richiesti: 8.555.597 euro.  

“Nella sanità calabrese – afferma la Commissione nelle considerazioni conclusive della Relazione - si è sviluppata, nel tempo, una gestione non rispondente agli standard nazionali, caratterizzata, talora, dal prevalere di interessi particolaristici, da mancanza di cultura del dato, assenza di un'amministrazione corretta della spesa, che corrispondesse a criteri di efficacia e di efficienza, atti a garantire ai cittadini l’erogazione di prestazioni appropriate e di qualità”. Ed è difficile, secondo la Commissione, distinguere con precisione le responsabilità delle Giunte regionali che si sono succedute dal 2000 al 2010. In questi anni, infatti, si sono registrate situazioni deficitarie, la cui entità è difficile da quantificare, in quanto manca spesso la rintracciabilità delle spese. “Questo fa comprendere quanto non sia stato facile fissare degli obiettivi (sia finanziari, sia sociosanitari) non conoscendo, in fase di programmazione, la base di partenza dalla quale calcolarli e valutarli. Inoltre – aggiunge la Commissione - costituisce motivo di allarme e conferma di pericolosi condizionamenti malavitosi, facilitati da mancanza di trasparenza, incertezza dei dati e incapacità manageriali, la circostanza che gli organi amministrativi di alcune aziende sanitarie calabresi siano stati sciolti per infiltrazioni mafiose”. 
 
Per la commissione, lo stato della sanità in Calabria richiede quindi “un cambiamento radicale della gestione della cosa pubblica, attraverso una maggiore responsabilizzazione degli amministratori locali mediante un potenziamento delle attività di controllo che garantisca piena trasparenza di fronte alla popolazione e al Paese”.  
 


15 luglio 2011
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