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Cosa accade nella nostra mente sotto l’incubo del terrorismo. Psicologi, giuristi ed esperti di politica internazionale a confronto

Cosa sono la paura, il terrore e il male? Quanto vale la vita umana sotto l’incubo del terrorismo estremo? Nella nostra quotidianità prevarrà l’insicurezza? Questi interrogativi hanno animato il convegno “La vita ai tempi del terrorismo”, organizzato nei giorni scorsi a Roma dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, in collaborazione con Ordine degli psicologi del Lazio e il Centro studi internazionali.

11 MAR - “La vita ai tempi del terrorismo”: è questo il titolo del convegno organizzato, giovedì scorso, a Roma dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte, in collaborazione con Ordine degli psicologi. L’evento ha accompagnato la presentazione di un e-book gratuito dallo stesso titolo, di prossima diffusione, redatto da quindici esperti delle dottrine psicologiche e non solo e aperto dalla prefazione di Gian Carlo Caselli, magistrato, già Procuratore Generale della Repubblica.
 
Curato da Luciano Peirone, docente presso il Dipartimento di Scienze Psicologiche, Umanistiche e del Territorio dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti, il testo è nato con delle finalità precise: diffondere presso la collettività la conoscenza del terrorismo nella sua nuova e complessa configurazione, comprendere gli effetti che genera sulla nostra mente e sulla nostra vita e, con ciò, facilitare l’attivazione di reazioni e di risorse utili a gestirne le ricadute. Non un testo rivolto unicamente a professionisti e ricercatori, dunque, ma uno strumento utile per tutti. 


“Il terrorismo post-moderno – ha spiegato Peirone – ci pone di fronte a una realtà inedita, che ci obbliga a confrontarci non solo con la percezione e le ansie delle vittime, ma anche con la fisionomia psicologica degli aggressori. Parliamo di un terrorismo estremo, dove chiunque può colpire chiunque, e che prevede in modo programmatico la morte della vittima e del carnefice. Un’aggressione condotta secondo modalità che, attraverso una completa identificazione individuale nella causa, facilita la de-responsabilizzazione e l’autoassoluzione, ponendo perciò grosse difficoltà in termini di azioni di contrasto. In questo contesto diventa essenziale la prevenzione, intesa non solo in chiave operativa  ma anche come studio del fenomeno terroristico post-moderno e del sistema di pensiero e d’azione dei suoi protagonisti. L’Occidente deve fare un salto di qualità in questo esercizio di comprensione, estendere l’analisi politica e militare al mondo interno, inconscio, dell’avversario che ha di fronte. Qui entra in campo la psicologia con le sue possibilità di investigazione: il suo apporto può essere estremamente rilevante e, il libro che presentiamo oggi, è un utile contributo di conoscenza”. 
 
La necessità di un approccio articolato al fenomeno terroristico è ribadita dalla molteplicità dei suoi volti, dall’estrema crudeltà dei suoi gesti e dalla finezza delle sue strategie intimidatorie. Lo ha spiegato Andrea Margelletti, Presidente del Centro studi internazionali (Cesi): “il terrorismo nel colpirci persegue una molteplicità di obiettivi e ci attacca su diversi livelli. In quanto elettori: per indurci, come accaduto dopo l’attentato alla stazione di Atocha, a fare scelte che, politicamente, ritiene più funzionali ai suoi obiettivi. Per amplificare l’odio: la nostra avversione nei confronti dell’ altro, soprattutto se nutrita in modo indiscriminato, amplifica la base di consenso presso le comunità di origine e agevola la radicalizzazione dei soggetti più sensibili. In terzo luogo, dal punto di vista militare: più forze siamo obbligati ad impiegare nelle nostre città, minore è la disponibilità di risorse che possiamo dirottare su fronti più lontani o dove il terrorismo è più esposto. Tutto questo deve indurci a ponderare attentamente le nostre azioni, ad approfondire la conoscenza di chi abbiamo di fronte e, in funzione di ciò, ad elaborare scelte strategiche coerenti”
 
Su questo approccio sembra essersi sintonizzata, infine, anche la politica. "Una prima stretta repressiva  - ha spiega Stefano Dambruoso, membro della Camera dei Deputati e già Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Milano  - si è verificata all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo, con la penalizzazione di condotte prima difficilmente configurabili come reati. Ora, per capirci, possiamo mandare in carcere persone che magari non sono mai uscite di casa, ma che tramite il web si sono auto-arruolate o hanno addirittura confezionato ordigni esplosivi. Rispetto al passato, infatti, i terroristi di oggi sono degli associati che talvolta non hanno avuto nessun contatto fisico con i predicatori che li hanno portati alla conversione. Ma questi provvedimenti sono solo il primo passo, occorre andare oltre. Per questo, nel corso del mese verrà votata dal Parlamento una legge, di cui sono primo firmatario, che garantirà a diversi ministeri dei finanziamenti per elaborare una contro-narrativa: una strategia diversa e complementare, dunque, finalizzata a sviluppare il dialogo interculturale e religioso. Servono - ha concluso -  insegnanti e personale che favoriscano il confronto, in tutti i luoghi: nelle scuole, nei centri di aggregazione, nelle carceri: pensiamo al caso Hamri, un episodio che, inserito in un contesto culturale differente , forse avrebbe avuto altri esiti”.

11 marzo 2017
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