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Il total reward che vuole sostituire l’articolo 32 della Costituzione

Il sistema di total reward rappresenta l’insieme dei sistemi di retribuzione adottati dall’impresa, con il fine di attrarre e trattenere le persone motivandole e orientando i comportamenti verso i risultati attesi. In questo quadro si inserisce la mutualità aziendale sempre più estesa che non farà altro che ridurre lo spazio della sanità pubblica

26 APR - Premessa
Sul neo-mutualismo di ritorno ho già scritto molto pur tuttavia non sono riuscito ancora a dire tutto, almeno le cose più importanti.
Del resto il viaggio analitico interpretativo è stato impegnativo e non sempre facile, una complessità davvero ragguardevole, economica, fiscale, contrattuale, salariale, aziendale, e da ultimo, quasi alla fine della catena degli effetti, anche in qualche modo sanitaria.
 
Senza questo viaggio probabilmente l’intera faccenda delle “mutue” sarebbe rimasta sepolta e nascosta sotto norme “estranee” definite a parte dalla sanità (quasi alle sue spalle) e che la sanità a condizioni non impedite probabilmente dovrà subire
Ora che con questo “articolone” il viaggio di scoperta è finito le questioni sono chiare e alla portata di tutti, una discussione si è aperta, chi vuol capire capisca, da par mia ho cercato di adempiere, anche con ostinazione, il mio dovere intellettuale dicendo semplicemente come stanno le cose.
 
La crisi della quadratura del cerchio

Prima di completare il nostro viaggio esplorativo è necessario chiarire il contesto di crisi sociale e economica in cui si muove tanto il Jobs act che la “mozione Renzi”.
Si tratta di un contesto dove la famosa “quadratura del cerchio” come la chiamava Dahrendorf (Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica 2001) va in frantumi. Cioè la crisi economica mette in crisi la coesione sociale e questa i diritti e i valori dell’eguaglianza della solidarietà e dell’universalismo. La sanità è un perfetto esempio di un pezzo importante di civiltà vittima suo malgrado della quadratura mancata.
 
La “quadratura del cerchio” va in frantumi non perché essa sia impossibile ma perché, come provo a dimostrare limitatamente alla sanità con la “quarta riforma”, rispetto alla crisi economica è mancato soprattutto un nuovo pensiero riformatore. La “mozione Renzi ” a questo proposito è davvero rivelatrice: non riuscendo ad andare oltre Beveridge, secondo me, svolta verso Trump.
 
La sanità pubblica non è più in grado di garantire coesione sociale, la spesa privata continua a crescere, i suoi costi sono comunque per quanto contenuti sempre più insostenibili, le diseguaglianze aumentano, per cui ci si rassegna all’inevitabile si rinuncia alla coesione sociale al sistema universale e ci si converte alla teoria che “non possiamo dare tutto a tutti” e quindi a quella “dell’universalismo selettivo” andando verso il sistema multi-pilastro con dietro la pressione titanica dalle assicurazioni e del mondo delle imprese
 
Epifenomeni e analogie
Le mutue sono epifenomeni di processi non solo economici ma anche culturali più profondi, quali? In più esse, nel nostro paese, imitano quasi per analogia altri sistemi, altri orientamenti culturali, altre esperienze, quali?
Se non comprendessimo questi processi non capiremmo lo spirito né del Jobs act né della “mozione Renzi” e ne gli orientamenti del più importante partito di sinistra cioè del PD e meno che mai il perché proprio oggi abbiamo tra i piedi il neo-mutualismo di ritorno.
 
Dalla mia analisi, come vedrete, risulta che siamo di fronte a dei prestiti culturali presi da altri paesi (Usa, ma non solo) che ci spiegano come certi orientamenti politici per esempio del Jobs act , della “mozione Renzi” non sono tanto l’esplicazione di un pensiero nuovo dedotto in casa ,quindi originale, ma null’altro che l’adozione quasi meccanica  di  un primato dell’economia che in certi paesi è del tutto sovrano e che rispetto alla crisi economica da noi sembra il massimo.
 
Quello della “mozione Renzi” ma anche il Jobs act lo stesso welfare aziendale, come vedrete, non è null’altro che un pensiero analogico. Questo è un problema perché le analogie ad esempio rispetto al welfare tra noi e gli americani sono proprie poche.Trasferire un pensiero da un contesto all’altro come ad esempio il welfare aziendale non è sempre una buona cosa specie se i contesti sociale e economici sono diversissimi. Alla fine l’analogia diventa una forzatura o uno strappo come quello di riconoscere, a tutti i costi, come emulabile il welfare americano in luogo del nostro sistema universalistico.
 
Ciò detto, al fine di completare il mio viaggio dentro il neo-mutualismo di ritorno, vorrei trattare due ultime questioni:
· quale idea di lavoro c’è dietro  il welfare aziendale?
· dalla logica  economica  del welfare aziendale quale ideologia e cultura  sta prendendo piede.
 
Il principio lavorista
Il principio lavorista, come è noto, è alla base della nostra Costituzione esso sostiene che il lavoro è il fondamento dello Stato e della convivenza sociale.
A tutta prima sembrerebbe quindi che il Jobs act sia in linea con la Costituzione essendo, a partire dal nome, a sua volta centrato sul lavoro.
Che sia centrato sul lavoro è innegabile ma c’è modo e modo di centrare delle norme sul lavoro perché c’è modo e modo di considerare il lavoro.
 
Infatti tra Costituzione e Jobs act vi sono molte differenze:
· il lavorismo della costituzione non crea contraddizioni sociali, etiche, culturali perché su di esso si fonda la sanità pubblica cioè il diritto alla salute
· l lavorismo del Jobs act ,con le mutue aziendali, con tutto quello che comportano  produce contraddizioni a non finire crea ingiustizie sociali, diseguaglianze e cancellazione dei diritti.
 
La costituzione attraverso il principio lavorista vuole fare esattamente il contrario del Jobs act
· il lavoro per la Costituzione serve a produrre eguaglianza, democrazia, diritti e quindi convivenza sociale
· per il Jobs act serve a produrre ricchezza anche pagando il prezzo di diseguaglianze, diritti speciali, iniquità.
 
Costituzione e Jobs act
Il lavoro, nella Costituzione, si pone nettamente in antitesi con i valori liberali ritenuti centrali negli ordinamenti precedenti, come ad esempio la proprietà privata, il censo, la classe di appartenenza, la sua riduzione a merce. La grande novità della Costituzione è che questi valori non spariscono certo ma non sono più predominanti come erano prima. Il Jobs act, al contrario, pensando di aumentare gli investimenti riduce il lavoro a costo e a profitto e fa di questa riduzione la base della sua politica di crescita economica per di più usa le mutue come indicatore di censo e quindi come categoria sociale per attribuire in modo corporativo particolari diritti come quelli alla “protezione” dalla malattia.
 
Per il Jobs act il lavoro in particolare è:
· una prerogativa della classe lavoratrice
· un fatto interno all’ impresa
· una questione solo economica
· oggetto di politiche flessibili
· una questione contrattuale
· un costo da governare  fiscalmente
 
Questo apparato concettuale si riverbera nella “mozione Renzi” fino a ridurre il lavoro a reddito facendolo diventare la vera fonte di diritti particolari:
· è dall’economia, quindi dal lavoro, che devono derivare i diritti ,
· chi lavora ha diritto ad una protezione particolare,
· con il lavoro si comprano le tutele
 
In modo diametralmente opposto la Costituzione intende il lavoro prima di tutto:
· come una centralità antropologica etica e economica
· un titolo di appartenenza ad una comunità sociale e ad una cittadinanza
· un mezzo attraverso il quale  realizzare un'uguaglianza di fatto, fondata sull'equa ripartizione dei beni e delle ricchezze tra tutti i membri della collettività
 
Il primato dell’economia sul sociale
In sintesi la grande differenza tra la Costituzione e il Jobs act è che:
· nel dettato costituzionale il concetto di lavoro è  visto nella prospettiva di dare al sociale un primato sull'economico
· nel Jobs act è il contrario  cioè l’economico riprende il suo primato sul sociale diventando la fonte di tutto financo dei diritti.
 
Il Jobs act traduce questi postulati in una serie di norme (richiamate nei precedenti articoli) che sono la perfetta proiezione ortogonale di una certa filosofia lavorista:
· Il lavoro al centro quindi fonte di nuovi diritti
· il lavoro va sostenuto  con una efficace riduzione delle tasse
· tutelare l’impresa riducendo il carico fiscale sul costo del lavoro.
 
Senza questi postulati lavoristi non si avrebbero le mutue aziendali.
 
Sintesi: nel cuore dellacontraddizione
Riassumiamo i vari passaggi:
· per accrescere il plus valore dell’impresa il lavoro deve essere ridotto a dato puramente economico
· il suo valore costituzionale quindi sociale  è semplificato solo a valore economico
· una volta ridotto, il lavoro deve essere mercificabile cioè una parte della sua retribuzione va demonetizzata e trasformata in una merce (mutua) da comprare
· il prezzo della mutua  è scaricato sulla comunità attraverso  il fisco e la perdita dei diritti.
 
La contraddizione vera e profonda del jobs act quindi è che per accrescere il plus valore dell’impresa, attraverso una certa idea di lavoro, toglie i diritti alle persone di una intera comunità nazionale.
Il Jobs act certamente è la dimostrazione della difficoltà del pensiero politico a vedere all’economia come il punto di incontro tra interesse privato e interesse pubblico.
 
Quindi, scomodando i grandi concetti, il welfare aziendale è la riproposizione di una vecchia contraddizione che la “mozione Renzi” oggettivamente non è in grado di rimuovere: quella di una economia capitalistica che per sua natura si basa sull’interesse privato, in contrapposizione con l’interesse pubblico, il bene comune, i valori sociali.
Per rimuovere questa contraddizione è inutile negarlo ci vuole un nuovo pensiero che oggettivamente non c’è.
 
Dal risarcimento alla protezione
Ora che abbiamo esplorato le implicazioni di un certo primato dell’economia non ci resta che concludere il viaggio ponendoci l’ultima domanda: se il lavoro è solo economia(struttura) quale cultura, quale ideologia, quale tutela (sovrastruttura)?
 
Per rispondere dobbiamo ripartire dallo spirito che anima la “mozione Renzi”. Non ripeterò le analisi già fatte (QS 20 marzo; 27 marzo; 3 aprile 2017) mi limiterò a richiamare alcune frasi ricorrenti che nel testo sono:
· proteggeregli individui e le famiglie
· il welfare non deve risarcire
· il welfare deve proteggere
· il nuovo welfare deve consentire a tutti di poter scegliere.
 
Ho messo in evidenza con il corsivo i verbi usati: risarcire, proteggere, scegliere.
La prima cosa da notare è che il verbo “risarcire” è posto in contraddizione con quello di “proteggere” e che la scelta è lo strumento per andare oltre la contraddizione dei termini.
 
Che vuol dire? Per comprenderne bene le cose è necessario riferirsi al linguaggio trendy del mondo delle imprese che proviene interamente dall’esperienza americana del “welfare on demand”.
Oggi dicono le imprese, con le mutue aziendali la “copertura collettiva cambia l’uso della polizza, che non è più a rimborso, ma a protezione”.
Ecco perché nella “mozione Renzi” si parla esplicitamente di “nuovo diritto alla protezione”.
 
Ma quale è lo scopo politico (quello economico lo abbiamo capito) del welfare on demand? Perseguire, si legge nella letteratura delle imprese “obiettivi di ottimizzazione fiscale e contributiva, di fidelizzazione, motivazione e attrazione delle risorse umane e di costruzione di una solida e duratura corporate identity.”
Quindi proteggere vuol dire, (mutue aziendali a parte), una politica delle imprese tesa a costruire “corporate identity” per ottimizzare l’impiego delle risorse umane. Questa è una ideologia con un nome preciso.
 
Total reward
La nuova ideologia è quella del “premio totale” (total reward).
Vediamolo meglio pescando dalla copiosa letteratura dei consulenti per le strategie di impresa (Skill consulenze):
· il sistema di total reward rappresenta l’insieme dei sistemi di retribuzione adottati dall’ impresa, con il fine di attrarre e trattenere le persone motivandole e orientando i comportamenti verso i risultati attesi.
· un sistema efficace di total reward incide fortemente sulla motivazione e sull’efficienza delle persone.
· la costruzione di un piano di reward prende avvio dallo studio dei sistemi presenti, con l’obiettivo di intervenire sugli aspetti di debolezza ed enfatizzare i punti di forza e definire un piano che sia in linea agli obiettivi aziendali e bilanciato fra valore generato per l’azienda ed aspettative dei dipendenti.
 
Se questo è il total reward allora le mutue aziendali non sono altro che degli strumenti messi al servizio di una strategia di impresa che altro non è se non HRM. Cioè Human Resource Management.
 
Le mutue aziendali (welfare on demand) in una strategia di total reward sono dei benefit per gestire meglio le risorse umane al fine di ottenere più efficienza nella gestione dei costi del personale. Questo affiancato da una batteria di incentivi fiscali tesi a far crescere il reddito di impresa, costituisce una miscela potente sul piano dell’economia ma fatale su quello sociale.
 
Il modello del total reward è il figlio naturale da una parte delle trasformazioni che hanno interessato l’economia (globalizzazione, competizione, acquisizioni e fusioni, instabilità dei mercati ecc) e dall’altro della necessità di ridefinire la redistribuzione della ricchezza tra economia e società quindi di ridefinire il welfare pubblico nel nostro caso la sanità pubblica e la società dei diritti.
 
Con le mutue aziendali (welfare on demand) si fa quindi un salto perché nel clima creato dal total rewuard non ci si limita più a spiegare le cause del comportamento dei lavoratori cercando di gestire le loro conseguenze sulla produzione, ma l’attenzione del management si estende a procurare all’impresa vantaggi competitivi nei riguardi dei competitor sapendo che la strada da percorrere è la valorizzazione delle risorse umane.
Ecco perché il lavorismo del Jobs act è così diverso da quello della nostra Costituzione ed ecco perché nel Jobs act il lavoro è un valore interno all’impresa mentre nella Costituzione il lavoro è un valore interno ed esterno cioè con un valore economico e sociale.
 
Le persone tra diritti e interessi
Oggi con il total reward si punta ad agire su due leve:
· quella che riguarda la motivazione di chi lavora per cui i premi si ampliano riconfigurando quelli monetari (più costosi) lasciando maggiore spazio ai non financial reward
· quella di ridurre con  le mutue aziendali  (welfare on demand) lo spazio della sanità pubblica perché è del tutto ovvio che se avessimo un servizio sanitario funzionante, per le mutue aziendali, vi sarebbe poco spazio per cui cadrebbe uno dei benefit più importanti  dell’offerta aziendale rivolta a chi lavora.  
 
Ecco spiegata l’insistenza della “mozione Renzi” a contrapporre il risarcimento alla protezione, ma anche tutti gli incentivi fiscali previsti per tutelare il reddito di impresa e le politiche in atto di de-finanziamento progressivo della sanità pubblica.
 
Il total reward nel contesto della “mozione Renzi”, serve quindi:
· a risparmiare  sul costo del lavoro
· a ottimizzare le risorse umane
· a creare le condizioni per un processo di sostituzione della sanità pubblica con quella mutualistica
· a sostituire i diritti con un reddito demonetizzato
 
Oggi con le mutue aziendali viene fuori il significato più produttivo del total reward:
· considerare le persone che lavorano  la chiave di volta della produttività di impresa
· offrire loro protezioni particolari (corporative) facendo saltare quelle pubbliche
 
Strategie complementari
In fin dei contil a mozione Renzi preceduta dal Jobs act e da tutte le norme per ripensare il lavoro che da esso sono venute, non fa altro che mettere insieme due strategie complementari:
· quella di proteggere in modo corporativo chi lavora
· quella di ridimensionare le tutele per  chi non lavora
 
Delle due una: o mutue o sanità universalistica. La storia della seconda gamba (che mi riservo di affrontare come si deve) è una mistificazione. La mutua integrativa può coesistere con la sanità pubblica solo se è effettivamente integrativa e rispettosa della legge. Se è sostitutiva è un inganno.
 
Conclusione
Se Bauman, il più inflazionato sociologo del nostro tempo, dice che la crisi sociale genera nuove forme di solidarietà contro la precarietà (Stato di crisi 2015) gli rispondo che la “mozione Renzi”  e la mutua dei metalmeccanici, dimostra che, la stessa crisi, se non è governata con un pensiero riformatore nuovo vero e coraggioso, spinge la solidarietà a riorganizzarsi in forma egoistica e corporativa contrapponendo i deboli ai forti, collaborando con i contro riformatori, a fare strame dei diritti costituzionali
Difronte a tali fenomeni corporativi quindi tra Trump e Beveridge io dico “quarta riforma”.
 
Se essa per caso un giorno fosse adottata (anche per sbaglio) da qualche governo coraggioso e innovativo, vi assicuro che le imprese, per tutelare il loro legittimo reddito di impresa, si dovrebbero cercare altri benefit da offrire a chi lavora perché non ci sarebbe trippa per gatti.
 
In questo caso chi lavora avrebbe un salario intero e nello stesso tempo una sanità pubblica degna di questo nome interamente ripensata su una nuova idea di produzione della salute. La salute accrescerebbe la ricchezza del paese e come ricchezza renderebbe certamente sostenibile, cioè compossibile, il sistema delle cure con le risorse economiche disponibili.
Giratevela come volete alla fine trovo francamente orribile finanziare il plus valore dell’impresa con il sacrificio dell’art 32 della Costituzione.
 
Ivan Cavicchi

26 aprile 2017
© Riproduzione riservata


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