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Gli Intoccabili e la coalizione globale dell’inazione. Storia di Robi, Alessia, Sunichie, Michael e altri al tempo di Ebola

Il libro di Valerio la Martire, che racconta la storia di quella epidemia attraverso gli occhi di un medico italiano, Roberto Scaini, impegnato con Medici Senza Frontiere in tre missioni successive nei paesi colpiti da Ebola. E se dovesse riproporsi questa situazione? "Il mondo è impreparato, solo quando i primi casi sono arrivati negli Stati Uniti e in Europa le cose sono cambiate".

26 GEN - "L’epidemia di Ebola ha rivelato quanto siano lenti e inefficienti i sistemi sanitari e umanitari nel rispondere alle emergenze (…) Mentre il virus si diffondeva abbiamo assistito per mesi a quella che abbiamo ribattezzato come la coalizione globale dell’inazione". Queste parole sono di Bertrand Draguez, che ha guidato il Centro operativo di Medici Senza Frontiere a Bruxelles durante l’epidemia di Ebola sviluppatasi in Africa occidentale tra il marzo 2014 e il dicembre 2015.
 
Le parole di Draguez chiudono Intoccabili, di Valerio la Martire (Gli specchi di Marsilio, 2017, con il patrocinio di MSF), che racconta la storia di quella epidemia attraverso gli occhi di un medico italiano, Roberto Scaini, impegnato con Medici Senza Frontiere in tre missioni successive nei paesi colpiti da Ebola.
 
Quasi 4 mila casi in Guinea, poco più di 14 mila in Sierra Leone, circa 11 mila in Liberia, più di 11 mila morti (fonte OMS, aprile 2016). Quaranta anni dopo la scoperta del virus, e a venti dalla epidemia in Congo del 1995, quella del 2014-15 è la più grande epidemia di Ebola della storia. Una tempesta perfetta per la capacità di colpire paesi con sistemi sanitari deboli, che non si erano mai misurati in precedenza con la malattia, attraversandone agevolmente le frontiere.


Il dottor Robi, come lo chiamano all’interno di Elwa 3, il più gande centro di MSF realizzato a Monrovia in occasione della epidemia, non è alle prime armi. Ha alle spalle altre missioni, è considerato un operatore esperto. Eppure Ebola lo costringe a mettersi in discussione, come medico e come operatore umanitario. Deve dimenticare di toccare i suoi pazienti e di auscultarli, perché chi è contagiato può trasmettere il virus attraverso il sudore, le lacrime, la saliva, il sangue. Ogni contatto fisico va evitato, bisogna rinunciare a mani, orecchie e, almeno in parte, occhi, cioè gli strumenti che ha affinato via via in tanti anni di lavoro.
 
Bisogna accontentarsi di guardare i pazienti da lontano, recuperare l’occhio clinico che tecnologie e strumentazioni sempre più sofisticate hanno via via intorpidito, riabituarsi ad ascoltare le parole di chi racconta la malattia. E cambiare il modo di relazionarsi con malati e familiari, anche in situazioni estreme, come la morte di un figlio, di una sorella, della moglie. L’epidemia non dà tregua, non c’è tempo per parlare, non c’è tempo da trascorrere con i pazienti, bisogna fare con i pochi strumenti a disposizione, dire di no anche quando si vorrebbe, e dovrebbe, dire di sì. E convivere con la consapevolezza che in un altro contesto si sarebbero potute salvare altre vite umane.

Il dottor Robi non è l’unico personaggio che anima il racconto. C’è Alessia, infermiera romana che si occupa di malattie infettive anche in Italia, che teme più di ogni altra cosa il ritorno a casa, perché dopo la prima missione ha scoperto che chi era rimasto in Italia aveva paura di lei e del rischio di contagio. C’è Umberto, un antropologo inviato a Monrovia per studiare la situazione, al quale spetta il compito ingrato di evidenziare limiti e criticità della missione ("Io credo che la situazione sia così complicata anche per colpa nostra"). E c’è una umanità sofferente oltre ogni limite, ma ancora capace di gentilezza e di fiducia nel futuro, a dispetto di ogni evidenza.
 
Come Patrick, un bambino di dieci anni che riesce a guarire, e gira per il centro mostrando a tutti il suo certificato di guarigione. E Sunichie, che invece non ce la farà, ma non si stanca di ringraziare il dottor Robi sino alla fine, con la sua voce flebile, per essere stato ricoverato, per essere stato accudito e imboccato, per il letto asciutto nel quale si addormenta, rannicchiato su un fianco, la testa poggiata su una mano, per non risvegliarsi il mattino seguente. C’è Michael, che sa guidare e una volta guarito riporterà a casa i sopravvissuti con il suo taxi, raccontando al mondo fuori dal campo che ci si può rialzare. E c’è l’amore al tempo di Ebola, con due dei sopravvissuti, conosciutisi all’interno del centro, che decidono di sposarsi. Una umanità che resiste e non si rassegna alla rarefazione delle relazioni umane, una delle conseguenze più nefaste della epidemia.

Ebola costringe all’isolamento. C’è l’isolamento generato dalle tute degli operatori sanitari. E quello del muro e del cancello che separano Elwa 3 dalla strada e dal resto del mondo. E poi c’è l’isolamento delle quarantene, dei negozi chiusi, della popolazione confinata all’interno di case e quartieri. Medici e infermieri si adattano a tutto questo, la popolazione no. Un’emergenza sanitaria di queste proporzioni ha una rilevante dimensione sociale, oltre che sanitaria. Epidemia e strategie di prevenzione del contagio assumono un’altra luce se osservate attraverso questo punto di vista.
 
Il coinvolgimento della comunità, la capacità di ricontestualizzare continuamente i provvedimenti messi in campo per contrastare l’epidemia, il rispetto di cultura, usi e costumi della popolazione, la cura particolare per la comprensibilità di ogni messaggio appaiono per intero nella loro disarmante centralità e reclamano almeno pari dignità rispetto alle prassi sanitarie. Se non si coinvolge la comunità non si ferma l’epidemia, non si può gestire una epidemia come una guerra civile.

Non è, questo, l’unico grande tema di riflessione con il quale devono misurarsi gli operatori sul campo. Via via che l’epidemia si sviluppa si materializzano una serie di dilemmi etici, che portano con sé altrettante scelte selettive. Meglio accogliere pochi pazienti, fornendo loro un elevato standard di cure, efficaci e ben tollerate, o spingersi oltre i limiti delle proprie capacità operative per tentare di curarne il maggior numero? Ha più senso far entrare nel centro chi ha qualche probabilità di farcela o solo quelli che stanno peggio? Meglio disporre di più centri o investire nella maggiore efficienza di un numero limitato di essi, magari in uno solo dei Paesi colpiti dalla epidemia?

Intoccabili si giova di uno stile agile e scorrevole, che ricorda a tratti la sceneggiatura di un film. Una scelta che consente al lettore di prendere contatto per gradi con la sofferenza degli uomini e delle donne, operatori e malati, impegnati a combattere con l’epidemia. Il racconto del dottor Robi non ha nulla di autocelebrativo, la dimensione eroica del filantropismo alla Schweitzer è lontanissima. Medici e infermieri appaiono per intero con la loro umanità, le loro motivazioni, i loro dubbi, gli scoramenti e una incrollabile determinazione a fare fino in fondo ciò che serve.

Il tono misurato accresce l’efficacia della narrazione e fa emergere sin dall’inizio, semplicemente attraverso il racconto della vita quotidiana all’interno del Centro, il contrasto permanente tra le necessità quotidiane di medici, operatori, malati e dell’intera comunità e la lentezza quasi indifferente delle agenzie internazionali, dei governi, della opinione pubblica occidentale. Draguez la definisce, con qualche ragione, la coalizione globale dell’inazione.
 
Ci si domanda, via via che si procede nella lettura, correndo consapevolmente il rischio di una inaccettabile ingenuità, come sia possibile tutto ciò agli inizi del terzo millennio. E cosa accadrà se e quando dovesse riproporsi una nuova situazione di questa portata. Siamo pronti per la prossima epidemia?
 
Draguez non ha dubbi. Il mondo è ancora impreparato a rispondere ad emergenze sanitarie ed umanitarie di quelle dimensioni, e non è abituato a seguire i bisogni dei pazienti negli scenari di crisi, né a rispondere tempestivamente agli allarmi e alle richieste di aiuto: "Solo quando i primi casi sono arrivati negli Stati Uniti e in Europa le cose sono cambiate. E’ stato questo che ha mutato davvero la situazione: l’approssimarsi della minaccia, non le grida di aiuto".
 
Intoccabili
di Valerio la Martire
pp. 132, € 15,00
Marsilio, 2017

 
Stefano A. Inglese

26 gennaio 2018
© Riproduzione riservata


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