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Biotestamento. Il diritto dovrebbe essere veramente “mite” per affrontare le complessità

Il medico non può assumere peraltro una posizione notarile rispetto alla volontà del paziente. Trovare la misura rappresenta la sfida non solo per rinnovare il ruolo sociale del medico ma anche per limitare l'intervento massiccio del biodiritto che rischia, prevalendo sull'etica, di proceduralizzare la cura contro l'interesse del paziente, di favorire tuttora la medicina difensiva, di porre in mano a un terzo, il giudice, situazioni che paziente e medico debbono risolvere

16 MAG - Su Quotidiano Sanità sono apparse le interessanti considerazioni di Fabio Cembrani sulla L. 219/17 che mi hanno stimolato a proseguire, dal mio punto di vista, il suo ragionamento. La legge, sostiene Cembrani, "ha amputato l'autonomia del medico subordinandola alla giurisdizione", in tal modo "delegando a un terzo" le scelte che dovrebbero essere frutto del libero rapporto tra medico e paziente. Così "i medici si appellano al salvagente dell'obiezione di coscienza per far sentire la loro voce di guaritori feriti".
 
Concordo sul fatto che l'obiezione di coscienza non è opponibile in questa legge. Non ha senso obiettare alla desistenza. Nello stesso tempo mi sembra che i medici abbiano fatto uso dell'obiezione di coscienza quasi fosse un diritto assoluto. Il servizio sanitario deve garantire la fruizione dei diritti dei cittadini per cui prima occorre accertarsi della disponibilità di personale non obiettore.
 
Ma il problema sollevato da Cembrani è ben altro. La legge, normando il consenso informato e affermando che il paziente non può esigere trattamenti contrari alla deontologia o alle buone pratiche clinico assistenziali, di fatto pone il codice deontologico alla stregua di un atto di legge. Da decenni si discute se il codice debba divenire un atto ordinamentale oppure rimanere norma interna alla professione. La Federazione si è sempre opposta alla soluzione pubblica, alla francese, e è bene ragionare di questo.

 
Premessa fondamentale e che questa è una buona legge di cui c'era bisogno. Perché, nonostante l'evoluzione culturale della cittadinanza che percepisce la futilità di certi trattamenti terminali, è più facile nel nostro paese iniziare una cura magari eccessiva che desistere. Non sono lievi le pressioni ideologiche di chi pensa di utilizzare la medicina quasi a difendere la quantità della sopravvivenza piuttosto che la qualità della vita. I medici avvertivano l'esigenza di una copertura giuridica alle norme del codice deontologico, che già recepivano le dichiarazioni internazionali e la trasformazione del costume cui, di fatto, si è ispirata la legge.
 
Tuttavia non possiamo sfuggire alla sensazione che si stia intervenendo sull'identità stessa della professione quasi che l'autonomia del cittadino fosse in contraddizione con le buone pratiche della medicina. Da un lato si difende per legge l'autodeterminazione del cittadino, e questo è giusto, il paternalismo è morto e sepolto, dall'altro il contenuto della legge rischia di porre in mano al giudice la decisione tra le richieste del paziente e la scienza e la coscienza del medico.
 
La deontologia è uno strumento posto a difesa del cittadino da comportamenti contrari all'etica da parte del medico. L'Ordine difende la professione non i medici. Altresì, pur in tempi di medicina basata sulle prove, la peculiarità di ogni singolo caso impone al medico di saper decidere secondo le particolarità di quel paziente, tra le quali fondamentali sono le sue preferenze e le sue scelte informate. Seguire le leges artis significa adattarle a ogni singolo caso.
 
La legge dichiara che l'agire del medico è reso lecito dall'informazione e dal consenso del paziente. Anche questo appare corretto ma il consenso non costituisce il fondamento né lo scopo della medicina che è e resta la competenza di curare sia l'individuo che la collettività. Il medico agisce all'interno di una prassi fondata su scienze, quindi misurabile, ma collocata dentro un mondo di valori che sono i principi della deontologia - a difesa del paziente - e quelli del paziente stesso. L'incontro di due coscienze implica un'alleanza terapeutica che dovrebbe essere sottratta al giudizio di terzi. Invece questa legge colloca il rapporto tra medico e paziente all'interno del biodiritto che così si appresta a spodestare l'etica.
 
Negli ultimi secoli si è costruita un'identità specifica della medicina che, tuttavia, è ancora non del tutto autonoma perché soggetta a ipotesi vitalistiche di varia natura, spesso religiosa. E' ovvio che la fine culturale del paternalismo e il riconoscimento deontologico dell'autonomia del cittadino costringono a inserire il rispetto della volontà del paziente all'interno delle leges artis, come sostanza dell'agire medico in quanto consente di affrontare la peculiarità del caso ancor più che la somma dei big data fenotipici.
 
Il medico non può assumere peraltro una posizione notarile rispetto alla volontà del paziente. Trovare la misura rappresenta la sfida non solo per rinnovare il ruolo sociale del medico ma anche per limitare l'intervento massiccio del biodiritto che rischia, prevalendo sull'etica, di proceduralizzare la cura contro l'interesse del paziente, di favorire tuttora la medicina difensiva, di porre in mano a un terzo, il giudice, situazioni che le due coscienze, quella del paziente e quella del medico, debbono risolvere nel foro privatissimo della loro libertà legata al contesto di ogni singolo caso.
 
Altresì non esistono trattamenti di per sé sproporzionati. Le cure sono appropriate o non a seconda del contesto, non di per sé. E il contesto contiene anche i valori del paziente per cui è il patto che si stabilisce tra i due attori della vicenda che definisce il trattamento e la sua appropriatezza.
 
Già un primo rinvio alla Corte Costituzionale da parte del tribunale di Pavia ci mette sull'avviso. Non vorremmo che tutta la discussione giurisprudenziale che fatalmente nascerà da questa legge si concentrasse sul chi decide piuttosto che su come lo si dovrebbe fare e, in tal modo, finisse col trascurare i due punti basilari, il miglior interesse del paziente e la sostenibilità del sistema. Viviamo una società sempre più "regolata da leggi". Il diritto dovrebbe essere veramente "mite" per essere idoneo a affrontare i problemi di una vita così complessa.
 
Antonio Panti

16 maggio 2018
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