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Iperprescrizione medica e conflitto di interessi. Come risolverlo?

Sappiamo che una società scientifica difficilmente riuscirebbe a sopravvivere senza il supporto economico dell’industria farmaceutica di riferimento  e che questa condizione rappresenta di per sé un conflitto di interessi. Senza sostegno finanziario da parte dell’industria nessuna attività di una società scientifica sarebbe possibile e questo rende inevitabile una certa “indulgenza” nei confronti dei prodotti che formano il listino del finanziatore

04 LUG - In meno di cent’anni la medicina clinica è passata dal nichilismo terapeutico degli anni precedenti la grande guerra  alla medicalizzazione di massa dei nostri giorni.
 
Nel suo articolo sul  BMJ del 28 giugno 2018 dal titolo “Mass medicalisation is an iatrogenic catastrophe”  illustrato in modo egregio da Maria Rita Montebelli su QS,  il medico di famiglia inglese James Le Fanu ci spiega come:“nell’arco degli ultimi 20 anni si sia assistito ad un aumento vertiginoso della prescrizione di farmaci di ogni genere:  4 volte in più nel campo del diabete, 7 volte in più in quello dell’ipertensione arteriosa, fino al record di 20 volte tanto nel caso delle dislipidemie, conseguente all’introduzione delle statine”, senza che a questo abbia corrisposto nessun beneficio clinico dimostrabile.
 
Anzi come conseguenza dell’uso massiccio di farmaci (specie negli over 65 di cui molti assumono quotidianamente 5 o più farmaci)  gli accessi al pronto soccorso per reazioni indesiderate a farmaci sono aumentati in Gran Bretagna di oltre 30 mila l’anno (+ 75%) , mentre in parallelo è andata calando l’aspettativa di vita (un eccesso di 600 morti in più a settimana).

 
Il fenomeno riconosce cause diverse su cui ho già avuto modo riflettere su QS analizzando come l’accumulazione di capitale non venga più attraverso la produzione di beni materiali e durevoli ma attraverso l’investimento economico sul vivente e su tutto ciò che ha a che fare con la vita nelle sue espressioni plurali.
 
La salute, il regime di vita, le aspettative, le paure dell’uomo e più in generale tutto quello che costituiscono gli elementi per la rappresentazione del sé sono ora gli “oggetti” da cui l’economia dell’immateriale estrae valore.
 
La medicalizzazione, di cui parla James Le Fanu, tuttavia, è solo uno degli aspetti dell’assoggettamento della vita quotidiana alla presenza onnivora del farmaco. Il farmaco infatti è ormai un modulatore della nostra esistenza  il cui uso va ben oltre la cura  della malattia intesa in senso medico.
 
Esso viene offerto per la risoluzione di una molteplicità di problemi esistenziali (dal rendimento scolastico alla disattenzione del bambino, dall’insonnia al potenziamento del vigore sessuale dell’adulto, dalla tristezza fisiologica ai numerosi problemi della sfera digestiva)  in maniera sempre più disintermediata in una sorta di logica aberrante del kilometro zero dal produttore al consumatore e all’infuori del tradizionale circuito della relazione medico prescrittore-paziente.
 
In questo processo il medico ha sicuramente subito un processo di passivizzazione,  essendo stato in parte  espropriato di quella funzione di gate keeper che un tempo era il collo di bottiglia attraverso cui ogni prescrizione necessariamente passava. Rimangono invece inalterate in capo al medico e ancora di più alle sue organizzazioni di rappresentanza (Ordini professionali, società scientifiche) l’adozione di quelle modalità iperprescrittive di cui parla Le Fanu.
 
Le responsabilità sono particolarmente evidenti nel caso delle società scientifiche e va dato merito alla CIPOMO (Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri) di aver stracciato il velo che copre il macroscopico conflitto di interesse  che spesso caratterizza il rapporto tra le stesse e l’industria del farmaco attraverso l’approvazione di un proprio position paper sull’argomento.
 
Sappiamo infatti che una società scientifica difficilmente riuscirebbe a sopravvivere senza il supporto economico dell’industria farmaceutica di riferimento  e che questa condizione rappresenta di per sé un conflitto di interessi. Senza sostegno finanziario da parte dell’industria nessuna attività di una società scientifica sarebbe possibile e questo rende inevitabile una certa “indulgenza” nei confronti dei prodotti che formano il listino del finanziatore.
 
La CIPOMOsostiene che il “processo di ricerca va tutelato dall’influenza di interessi commerciali” e che “il disegno e la conduzione delle sperimentazioni dovrebbero avere come obiettivo quello di rispondere a quesiti rilevanti per il miglioramento della salute. Anche quando coinvolti in studi clinici promossi dall’industria, i ricercatori dovrebbero scegliere in modo indipendente i quesiti clinici, gli obiettivi e il braccio di controllo. L’analisi dei dati, la loro interpretazione e la stesura della pubblicazione dovrebbero essere condotti in autonomia rispetto agli interessi dell’ente finanziatore”.
 
Ancora più delicato appare poi il momento della formazione degli operatori perché è il quel contesto che il farmaco diventa  parte integrante della   pratica prescrittiva dello specialista. E a tale riguardo il position paper della CIMOPO sottolinea come, “La formazione non deve rappresentare uno strumento di marketing, ma deve avere l’obiettivo esplicito di migliorare la qualità delle scelte cliniche. L’industria contribuisce in modo importante all’aggiornamento degli operatori sanitari e il suo contributo va riconosciuto e utilizzato in modo appropriato. I clinici devono rimanere, all’interno delle loro organizzazioni sanitarie (Reparti, Dipartimenti) e contesti professionali (Società Scientifiche e Reti) i veri e unici gestori delle scelte formative. E’ auspicabile che siano le istituzioni sanitarie o gli organismi sovraordinati (ad es. Società Scientifiche e Reti) a stabilire le necessità formative e a pianificare l’oggetto e le modalità disvolgimento degli episodi formativi. In questo contesto, gli eventi indirizzati alla promozione di un farmaco o di un prodotto andrebbero evitati” Cosa che in realtà avviene in tutti  i congressi in cui sempre più numerose sono le sessioni, letture e convegni paralleli  sponsorizzate direttamente dal finanziatore”.
 
La decisione della CIMOPO è dunque non solo opportuna ma anche coraggiosa perché è portata avanti da un collegio  professionale, quello degli oncologi, che più di altri  possono godere dell’attenzione dell’industria farmaceutica, stante l’alto costo e l’altrettanto  forte redditività dei farmaci biologici comunemente utilizzati.
 
Un primo passo per portare in chiaro relazioni tra professionisti e industria  talvolta non soddisfacenti in termini di trasparenza. Serve dunque un nuovo codice comportamentale che fissi in maniera limpida i rapporti tra società scientifiche e industria del farmaco perché è da questo conflitto non risolto che nascono le deformazioni che Le Fanu evidenzia nel suo intervento sul BMJ.
 
Roberto Polillo

04 luglio 2018
© Riproduzione riservata


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