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Part time in sanità, tra medici e infermieri è poco diffuso. In aumento i contratti a tempo determinato


Focus del Centro Studi della Federazione degli Ordini degli infermieri su dati Istat e Conto Annuale. L’incidenza di part time è particolarmente bassa nei servizi ospedalieri: 1,4% degli uomini infermieri ed il 10,7% delle donne infemiere; 2% dei medici uomini e 3,4% dei medici donne. Quote molto basse se si considera che tra le professioni, a livello generale, ricorrono al part time è l'8,4% degli uomini e il 33,8% delle donne. Sempre più numerosi i contratti a tempo determinato: tra il 2010 e il 2016 sono aumentati del 24,1% trai medici e del +3,4% tra gli infermieri.

20 AGO - Il lavoro a tempo parziale in Italia per lungo tempo non ha incontrato particolare favore, ma dalla fine degli anni ’90, in virtù degli interventi legislativi, ha cominciato ad espandersi ed è ormai in linea con la media europea. Tuttavia resta ancora poco diffuso tra gli uomini. Come evidenzia l’analisi di dettaglio condotta dal Centro Studi della Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri, che ha analizzato nell’ambito di una sua convenzione con Istat i dati della RCFL (Rilevazione sulle forze lavoro) per ricostruire il dettaglio del lavoro a tempo parziale nella sanità italiana. A cui la Fnopi ha affiancato recentemente un’analisi dei dati del lavoro a tempo determinato basata sui dati del Conto annuale e del personale della Pa nel 2016 della Ragioneria generale dello Stato.

Per quanto riguarda il part time i dati (vedi tabella seguente) riportano, per la media biennale 2015-2016, i valori assoluti e le quote del Part Time sul totale per sesso nei diversi ambiti delle professioni infermieristiche paragonate con il totale nazionale del lavoro dipendente. Tra gli infermieri e tra i medici il lavoro a tempo parziale è meno diffuso rispetto alla media delle professioni sia tra le donne sia tra gli uomini, tra i quali è praticamente assente. L’incidenza è particolarmente bassa per entrambi soprattutto nei servizi ospedalieri nei quali lavora a tempo parziale solo l’1,4 per cento degli uomini ed il 10,7 per cento delle donne. Nel totale delle professioni la quota del part-time è rispettivamente dell’ 8,4 per cento e del 33,8 per cento.
 
 

 
Nel questionario RCFL vi sono alcune sezioni volte a sondare non solo le condizioni oggettive della prestazione lavorativa ma anche gli atteggiamenti e le propensione dei soggetti. A chi svolge un lavoro a tempo parziale viene dunque chiesto se tale tipo di lavoro è frutto di una libera scelta o se si tratta di un ripiego per la difficoltà a trovare un lavoro a tempo pieno. Ebbene, tra gli infermieri il lavoro a tempo parziale è una scelta in 3/4 dei casi, nelle altre professioni assistenziali solo il 33,7 per cento delle persone che lavorano part-time (e non sono infermieri né medici) lo fanno per scelta. A livello generale, il 66% dei dipendenti di tutte le professioni lavora partime perché non è riuscito a trovare un lavoro a tempo pieno.
 
 


 
I dati esposti sembrerebbero così evidenziare un utilizzo del lavoro part time diverso da quanto pensato in origine, dove esso doveva rappresentare uno strumento volto ad agevolare la partecipazione al lavoro di alcuni strati dell’offerta che, magari per un periodo limitato della loro vita, non erano in grado di svolgere un lavoro a tempo pieno (ad esempio a seguito della nascita di un figlio). Tra gli infermieri, tuttavia, pur tra esigenze di flessibilità molto elevate, come vedremo, il lavoro a tempo parziale sembra aver mantenuto la sua vocazione originaria.
 
 
Tempo determinato
 
L’analisi dei contratti a tempo determinato, definiti nella Pubblica Amministrazione “lavoro flessibile” e più comunemente conosciuti assieme al lavoro interinale (più diffuso soprattutto tra il personale non dirigente del Servizio sanitario nazionale), lavori socialmente utili e formazione lavoro come lavoro precario, rappresentano la maggior fonte di precariato, appunto, nelle file del Ssn.

Secondo il Conto annuale 2016, ultimo disponibile, i contratti a tempo determinato nel Servizio sanitario nazionale erano in quell’anno 33.311, di cui 22.591 per il personale non dirigente (11.652 erano del solo personale infermieristico), 9108 dei medici (8.943 dei medici propriamente detti e la rimanenza divisa tra veterinari e odontoiatri), 1402 dei dirigenti non medici (1.085 dei soli dirigenti sanitari non medici). Solo 2010 contratti a tempo determinato erano per il personale contrattista.
 
Nel 2016 rispetto al 2010 in realtà il tempo determinato – che secondo le varie norme succedute negli anni sarebbe dovuto calare – è aumentato dello 0,9% con un forte calo tra il 2010 e il 2012 (-17,7%)  e una ripresa pressoché totale tra il il 2014 e il 2016 (+17,9%).

Il settore dove si registra il calo percentuale maggiore tra il 2010 e il 2016 è quello del personale contrattista con il -57,7 per cento. Il settore maggiore che ha registrato il calo più forte percentuale dei contratti a tempo determinato, nonostante sia numericamente poco presente tra i dipendenti Ssn  è quello degli odontoiatri (- 46,5%), seguito nel personale non dirigente dal ruolo di vigilanza e ispezione (-31,3%).

Al contrario tra il 2010 e il 2016 aumentano del +137,5% i dirigenti amministrativi a tempo determinato, seguiti dal + 78,1% di quelli del ruolo professionale.

I “precari” medici aumentano del 24,1%, del 31, 9% i veterinari e del 34,1% i dirigenti sanitari non medici. Sempre nei ruoli sanitari ma tra il personale non dirigente segna il +28,6% il personale tecnico sanitario  e il +3,4% il personale infermieristico mentre sono in calo tutti gli altri profili  tempo determinato.
 
 


20 agosto 2018
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