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25 AGOSTO 2019
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Malattie cardiovascolari e tumori le prime due cause di morte degli italiani. Ma sotto i 30 anni la metà dei decessi è per eventi violenti. Calano i ricoveri, aumentano i letti nelle Rsa. Ecco l’annuario dell’Istat con i dati su mortalità, cronicità, stato di salute e molto altro ancora

Pubblicato dall’Istat l’Annuario 2018 con un capitolo interamente dedicato alla sanità e alla salute. Ma tra i 15 e i 29 anni il 50,2 per cento dei decessi avviene per cause di natura violenta (e di questi uno su due è dovuto a accidenti da trasporto), ma con una forte differenza: il quoziente maschile è quasi 4,5 volte più alto di quello femminile. Il 69,6 per cento della popolazione residente dà un giudizio positivo sul proprio stato di salute, sebbene il 39,9 per cento dichiari di essere affetto da almeno una patologia cronica. IL VOLUME INTEGRALE, IL CAPITOLO SANITÀ E SALUTE.

03 GEN - L’Istat ha pubblicato il suo Annuario statistico, edizione 2018, che come ogni anno contiene un ampio capito dedicato alla salute e alla sanità
Molti i dati: dal numero di medici di medicina generali ai posti letto, Dalla mortalità per cause ai suicidi. Dall’aborto alle malattie croniche fino alle abitudini alimentari.
 
Insomma un vero e proprio compendio sulle condizioni di salute e di quale offerta di servizi sanitari godono gli italiani.

Ecco in sintesi i principali dati e di seguito il testo integrale del capitolo sanità e salute. Grafici e tabelle si possono invece scaricare al link del volume integrale che abbiamo allegato.
 
Al 1° gennaio 2018 la popolazione residente in Italia è pari a 60.483.973 unità, oltre 105.000 unità in meno rispetto all’inizio dell’anno. Il saldo naturale, già negativo, continua a calare, passando da -141.823 nel 2016 a -190.910 nel 2017.
 
Nel triennio 2014-2016 risulta in calo il numero di medici di base (-1,5 per cento) e pressoché stabile il numero di pediatri (-0,7 per cento).

 
Si assiste ad un potenziamento del numero di posti letto nelle strutture sanitarie di assistenza residenziale (+4,4 per cento dal 2014 al 2016). Permangono le differenze territoriali: i posti letto ordinari per mille abitanti restano superiori al Nord rispetto al Sud.
 
Negli ultimi cinque anni le dimissioni ospedaliere per acuti hanno continuato a diminuire, nonostante l’invecchiamento della popolazione.
 
Il fenomeno dell’abortività volontaria continua a diminuire: il tasso di ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza nel 2016 si mantiene tra i più bassi d’Europa e pari a 6,3 casi ogni mille donne di età tra i 15 e i 49 anni.
 
L’anno 2015 è stato caratterizzato da un significativo aumento dei decessi: in Italia sono morte 646.048 persone. Il 65,0 per cento dei decessi è dovuto a malattie del sistema circolatorio e tumori.
 
Tra i 15 e i 29 anni, il 50,2 per cento dei decessi avviene per cause di natura violenta (e di questi uno su due è dovuto a accidenti da trasporto), ma con una forte differenza: il quoziente maschile è quasi 4,5 volte più alto di quello femminile.
 
La mortalità infantile tra il 2011 e il 2015 è in diminuzione e il tasso è pari a 3,1 per mille nati vivi. Nel 2015 si sono suicidate 3.989 persone, uomini in oltre tre casi su quattro. Negli ultimi tre anni il trend è nuovamente in calo e il valore dei tassi è tornato ai livelli del 2008.
 
Nel 2017, il 69,6 per cento della popolazione residente dà un giudizio positivo sul proprio stato di salute, sebbene il 39,9 per cento dichiari di essere affetto da almeno una patologia cronica.
 
Le abitudini alimentari degli italiani si mantengono ancora legate al modello tradizionale: il pranzo costituisce nella gran parte dei casi il pasto principale (66,6 per cento della popolazione di 3 anni e più) e molto spesso è consumato a casa (72,8 per cento).
 
Si attesta al 19,7 per cento, ed è stabile rispetto al 2016, la quota della popolazione di 14 anni e più che dichiara di fumare.
 
La situazione demografica e il capitolo integrale Sanità e Salute
 
Popolazione
Al 1° gennaio 2018 la popolazione residente in Italia è pari a 60.483.973 unità, oltre 105.000 unità in meno rispetto all’inizio dell’anno. Il saldo naturale, già negativo, continua a calare, passando da -141.823 nel 2016 a -190.910 nel 2017.
 
Il saldo migratorio con l’este-ro, pari a 143.758 unità nel 2016, aumenta e arriva a 188.330 unità nel 2017. Al 1° gennaio 2018 la popolazione straniera resi-dente è pari a 5.144.440 unità, l’8,5 per cento del totale dei residenti, con un incremento, rispetto all’anno precedente, dell’1,9 per cento (circa 97 mila unità).
 
Nel 2017 continua il calo delle nascite: i nati vivi, che nel 2016 erano 473.438, nel 2017 passano a 458.151. Il tasso di fecondità totale nel 2016 scende ancora attestandosi su 1,34 figli in media per donna. Nel 2017 il numero dei decessi aumenta e raggiunge le 649.061 unità, 33.800 in più rispetto all’anno precedente.
 
La speranza di vita alla nascita (vita media) presenta una battuta d’arresto attestandosi a 80,6 anni per i maschi, come lo scorso anno, e a 84,9 per le femmine, rispetto a 85,0 del 2016. L’insieme di queste dinamiche rendono l’Italia uno dei paesi più vecchi al mondo, con 168,9 persone con 65 anni e oltre ogni cento persone con meno di 15 anni al 1° gennaio 2018.
 
Nel 2016 i matrimoni continuano a crescere, in linea con l’aumento già riscontrato l’anno precedente: si passa dai 194.377 matrimoni del 2015 ai 203.258 del 2016. Le separazioni legali passano da 91.706 del 2015 a 99.611 del 2016 e i divorzi aumentano in misura marcata, in seguito anche all’introduzione del cosiddetto ‘divorzio breve’, passando da 82.469 a 99.071. Nell’arco di vent’anni il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1996-1997) a 2,4 (media 2016-2017).
 
Sono progressivamente aumentate le famiglie unipersonali (dal 20,8 per cento al 31,9 per cento) e si sono gradualmente ridotte le famiglie di cinque o più componenti (dal 7,9 per cento al 5,3 per cento).
 
Offerta di assistenza territoriale
L’assistenza territoriale è costituita dalle strutture e dalle risorse di personale deputate all’assistenza di base, sia di tipo medico, sia diagnostico e ad altri servizi come l’assistenza fornita in strutture residenziali o semiresidenziali. Si tratta di un’offerta più capillare sul territorio rispetto a quella di tipo ospedaliera. Questa forma di assistenza ruota attorno alla figura del medico di famiglia, che rappresenta il principale riferimento per le cure di base del cittadino.
 
I medici di medicina generale nel 2016 sono circa 44 mila. L’offerta è stabile rispetto all’anno precedente, con un valore di 7,3 medici ogni 10 mila abitanti nel 2016. A livello territoriale la variabilità regionale passa da 6,7 medici ogni 10 mila abitanti nel Nord-ovest e Nord-est a 8,0 nelle Isole.
 
Per quanto riguarda l’offerta di medici pediatri, sul territorio nazionale nel 2016 operano circa 7.700 medici pediatri: 9,3 ogni 10 mila bambini fino a 14 anni con valori più bassi nel Nord-ovest (8,4 pediatri) e più alti nelle Isole (10,7).
 
I medici di guardia medica1 nel 2016 sono 11.600 con un valore di 19,1 ogni 100 mila abitanti.
 
Strutture di assistenza residenziale
Un servizio che svolge un ruolo importante, sia nel favorire il processo di deospedalizzazione, sia nel garantire una risposta adeguata alla domanda sanitaria da parte di persone non autosufficienti o con gravi problemi di salute, è rappresentato dalle strutture per l’assistenza residenziale e semiresidenziale.
 
Nel periodo 2014-2016 si assiste a un potenziamento di questi servizi: i posti letto nelle strutture sanitarie per l’assistenza residenziale2 sono passati da 240 mila nel 2014 a 250 mila nel 2016, con un incremento pari a 4,4 per cento in un anno. In Italia nel 2016 ci sono circa 41 posti letto ogni 10 mila abitanti in strutture sanitarie residenziali e circa 9 posti letto ogni 10 mila abitanti in strutture sanitarie semiresidenziali. A livello territoriale l’offerta di posti letto in strutture residenziali e semiresidenziali presenta una significativa disparità fra Nord e Sud, con valori per le regioni settentrionali decisamente più elevati rispetto a quelli del Mezzogiorno
 
Struttura e attività degli Istituti di cura
La riorganizzazione della rete ospedaliera va di pari passo con la necessità di raggiungere un equilibrio tra il ruolo dell’ospedale e quello dei servizi territoriali nell’assistenza sanitaria, adeguandosi agli stretti vincoli finanziari. L’assistenza a livello ospedaliero continua ad essere quella che assorbe più risorse organizzative ed economiche del settore sanitario.
 
Il numero di posti letto ordinari, il tasso di ospedalizzazione e la degenza media sono indicatori che consentono di valutare in modo complessivo il livello di risorse impiegate, in termini di disponibilità dell’offerta ospedaliera e di possibilità di trattare un paziente in ospedale.
 
Uno dei primi obiettivi richiesti alle regioni a partire dal 2012 è stato quello di ridurre la disponibilità dei posti letto ospedalieri dando come riferimento normativo i seguenti parametri: un tasso di ospedalizzazione può assumere al massimo il valore di 160 per mille abitanti e la dotazione di posti letto può assumere valori non superiori a 3,7 per mille abitanti.
 
Nel 2016 sono circa 193 mila i posti letto in regime ordinario (regime che prevede la permanenza del paziente nella struttura per almeno una notte), con un trend in diminuzione rispetto agli anni precedenti. L’analisi degli ultimi due anni (2014-2015) dell’indicatore relativo al numero di posti letto ordinari per abitante mostra una lieve diminuzione da 3,3 a 3,2 posti per mille abitanti (rimanendo al di sotto del valore medio massimo stabilito dalla normativa nazionale di 3,7 per mille abitanti). Anche il tasso di ospedalizzazione è in diminuzione, passando dal 111,5 per mille abitanti nel 2015 a 109,7 nel 2016. I dati regionali relativi agli indicatori dell’offerta ospedaliera continuano a mostrare una forte variabilità tra Sud e Centro-nord del Paese: i posti letto ordinari per mille abitanti variano dai valori più bassi in Calabria (80,8 per mille) e Sicilia (92,4 per mille) ai più alti in Emilia-Romagna (133,3 per mille), nella provincia autonoma di Bolzano (128,8 per mille) e in Umbria (126,2 per mille).
 
Le dimissioni ospedaliere
Nel 2016 le dimissioni ospedaliere per acuti (esclusa riabilitazione e lungodegenza) in regime ordinario e in day hospital sono 8.240.942, corrispondenti a 1.359 dimissioni ospedaliere ogni 10 mila residenti. Una quota significativa dei ricoveri avviene fuori della regione di residenza del paziente: in regime ordinario sono oltre 500 mila dimissioni (8,2 per cento) e in day hospital circa 175 mila (9,1 per cento).
 
La percentuale di ricoveri effettuati in ospedali di regioni diverse da quella di residenza dei pazienti, sia in regime ordinario, sia in day hospital, sono più elevate della media in tutte le regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per le Isole. Molise, Basilicata, Calabria, e Abruzzo sono le regioni con le percentuali più alte di ricoveri ordinari; Lombardia, provincia autonoma di Bolzano, Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna quelle con i valori più bassi. Per il regime diurno, invece, i valori più elevati si osservano in Molise, Basilicata, Calabria e Umbria, mentre i valori più bassi si presentano in Lombardia, provincia autonoma di Bolzano, Lazio, Campania e Sardegna.
 
Va comunque tenuto presente che questo indicatore misura solo in parte la qualità dell’assistenza ospedaliera erogata in una data regione, in quanto il ricovero fuori regione può essere determinato dalla maggiore vicinanza della struttura ospedaliera, situata oltre il confine regionale rispetto ad altre strutture della regione.
 
Nonostante l’invecchiamento della popolazione, nel tempo prosegue la diminuzione dei ricoveri, per effetto del processo di deospedalizzazione che porta a trattare i casi meno gravi nelle strutture sanitarie territoriali.
 
Tuttavia tale diminuzione procede a ritmi decrescenti (-4,3 per cento tra 2012 e 2013 e circa -3 per cento negli anni successivi), ad indicare una progressiva stabilizzazione del fenomeno. Il contributo alla deospedalizzazione deriva soprattutto dalle classi di età più giovani fino a 44 anni (-4,3 per cento tra 2015 e 2016), mentre nelle età più avanzate la complessità e la gravità dei casi trattati rende più difficile la gestione dei pazienti in un setting diverso da quello ospedaliero.
 
Negli ultimi due anni, pertanto, i ricoveri sono diminuiti in media del 2,0 per cento nelle classi di età tra i 45 e i 79 anni. Dopo gli 80 anni le dimissioni ospedaliere rimangono tendenzialmente stabili a circa 1,1 milioni nella classe di età 80-89 anni e a circa 245 mila dopo i 90 anni. Il ricorso all’ospedalizzazione è più frequente per le malattie del sistema circolatorio, che rappresentano il 14,3 per cento dei casi totali, e per i tumori (11,0 per cento), in coerenza con i dati epidemiologici e di mortalità.
 
Nelle donne si aggiungono anche le complicazioni della gravidanza, del parto e del puerperio con il 16,1 per cento del totale delle dimissioni ospedaliere femminili, e negli uomini le malattie dell’apparato digerente con l’11,8 per cento del totale delle dimissioni ospedaliere maschili. I rapporti rispetto alla popolazione residente mostrano un quadro differenziato per classi di età. Nel primo anno di vita i rapporti sono particolarmente elevati per alcune condizioni morbose di origine perinatale (1.309 per 10 mila residenti) e per i fattori che influenzano lo stato di salute e il ricorso alle strutture sanitarie (1.366).
 
Seguono a distanza, sempre nel primo anno di vita, 566 ricoveri per 10 mila residenti per le malattie dell’apparato respiratorio, che costituiscono le diagnosi principali più frequenti anche nella classe di età 1-14 anni (109). Tra i 15 e i 29 anni le principali cause di ricovero sono legate negli uomini a traumatismi e avvelenamenti (103 per 10 mila abitanti) e (escludendo le complicazioni della gravidanza, del parto e del puerperio) alle malattie dell’apparato digerente in entrambi i sessi (64 negli uomini e 70 nelle donne). Il quadro epidemiologico è lo stesso nella classe di età 30-44 anni, ma nelle donne sono rilevanti anche le malattie dell’apparato genito-urinario (193).
 
Dopo i 45 anni sono le malattie del sistema circolatorio, le patologie per cui è più frequente il ricovero. Nelle classi di età 45-79 anni sono numerosi anche i ricoveri per tumori in entrambi i generi, i ricoveri per le malattie dell’apparato digerente per gli uomini, i ricoveri per le malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo nelle donne.
 
Nelle persone molto anziane di 80 anni e più, oltre alle malattie del sistema circolatorio, il ricorso all’ospedale è dovuto principalmente alle malattie del sistema respiratorio.
 
Abortività spontanea
Tra i vari esiti della storia riproduttiva della donna, il fenomeno dell’abortività spontanea ha assunto una importanza rilevante nel corso del tempo: il numero assoluto dei casi registrati è passato da 56.157 nel 1982 a 61.580 nel 2016. La presenza di sottostima dei casi in alcune regioni soprattutto negli ultimi anni ha reso tale andamento piuttosto altalenante, ma appare evidente che il trend crescente si è manifestato fino all’anno 2011 (nel quale sono stati registrati 76.334 casi), per poi invertire la rotta.
 
Una spiegazione parziale di questa riduzione dei casi può essere data dal fatto che recentemente gli aborti spontanei precoci vengono sempre più spesso trattati in regime ambulatoriale o comunque in assenza di ospedalizzazione e quindi sfuggono alla rilevazione.
 
Considerando i casi avvenuti entro le nove settimane di gestazione, questi subiscono una lieve flessione tra il 2011 e il 2106, passando dal 61 per cento dei casi totali al 60 per cento. Il dettaglio regionale evidenzia però alcune differenze più marcate: ad esempio la provincia autonoma di Trento passa dal 66 per cento al 49 per cento, poiché dall’inizio del 2015 gli aborti spontanei vengono seguiti presso il pronto soccorso di ginecologia e ostetricia.
 
Altre realtà territoriali, dove la diminuzione risulta più consistente, sono la Valle d’Aosta, la provincia autonoma di Bolzano e la Lombardia. Anche l’indicatore utilizzato per studiare tale fenomeno, ovvero il rapporto di abortività spontanea, mostra un aumento lungo tutto il periodo considerato, passando da 89,2 casi di aborto spontaneo per mille nati vivi nel 1982 a 129,3 nel 2016; ha invece subito una diminuzione, se confortato col rapporto riferito al 2011 pari a 137,4.
 
L’età avanzata della donna risulta essere un fattore a cui si associa un rischio di abortività più elevato: le donne in Italia hanno una gravidanza sempre più tardi, tanto che l’età media al parto è aumentata di oltre quattro anni tra il 1982, quando era di 27,6 anni, e il 2016 (32,0 anni).
 
Questo slittamento ha conseguenze inevitabili anche sugli altri esiti riproduttivi, tra cui, appunto, il rischio di aborto spontaneo. 5 Si fa presente che l’indagine rileva solo i casi per i quali si sia reso necessario il ricovero (in regime ordinario o in day hospital) in istituti di cura sia pubblici, sia privati. Quindi gli aborti spontanei non soggetti a ricovero non vengono rilevati.
 
Scendendo nel dettaglio dell’età, i rapporti di abortività riferiti alla classe di età 40-44 anni sono oltre il doppio di quelli della classe di età precedente, compresa fra 35 e 39 anni (Figura 4.3). Più in generale i livelli di abortività crescono al crescere dell’età della donna e un rischio significativamente più elevato si nota a partire dalla classe di età 35-39 anni, quando il valore dell’indicatore supera di circa il 60 per cento quello riferito alla classe d’età precedente.
 
Nel corso del tempo però le dinamiche appaiono diverse nelle varie classi di età. Per le donne più giovani (15-19 anni) il rapporto di abortività nel ventennio 1996-2016 rimane pressoché costante, mentre in corrispondenza di tutte le altre classi di età si assiste a un decremento sempre più marcato al crescere dell’età.
 
Interruzioni volontarie di gravidanza
Considerando il fenomeno dell’abortività volontaria, si può osservare che tra il 1980 e il 2016 i tassi calcolati sulla popolazione femminile sono diminuiti di oltre il 50 per cento per tutte le classi di età, con la sola eccezione delle donne giovanissime (15-19 anni), per le quali si presenta una riduzione più contenuta (ma pur sempre rilevante) pari al 30,0 per cento.
 
Nel 2016 continuano ad essere le donne giovani (25-29 anni) a mostrare valori più elevati con 10,3 interruzioni di gravidanza ogni mille donne. Un contributo considerevole viene dato dall’aumento della presenza delle donne straniere in Italia, che hanno una struttura per età più giovane delle italiane e una propensione all’aborto più elevata. Nel 2016, il 30,3 per cento di interventi si riferisce a donne con cittadinanza non italiana, tra le quali il gruppo più numeroso è rappresentato dalle rumene, seguite dalle donne cinesi, albanesi, marocchine e peruviane.
 
Le differenze territoriali non risultano essersi modificate significativamente nel corso degli ultimi anni. Nel 2016 la ripartizione con il più elevato ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza risulta essere il Nord-ovest, che presenta un tasso standardizzato6 pari a 7,7 casi ogni mille donne, seguita dal Centro con 7,4; situazione opposta presentano le Isole il cui valore è pari a 5,8.
 
A livello regionale si distinguono la Liguria con 10,3 e la Puglia con 8,7 per i valori più elevati; la provincia autonoma di Bolzano con 5,2, seguita dalla Calabria (5,3) e dalle Marche (5,4) invece presentano i valori più bassi.
 
Cause di morte
L’anno 2015 è stato caratterizzato da un significativo aumento dei decessi. Il numero definitivo di morti avvenute in Italia è pari a 646.048 (47.378 in più del 2014), 307.392 maschi e 338.656 femmine, con un tasso grezzo di mortalità anch’esso in aumento e superiore a quello riscontrato nei 5 anni precedenti: nel 2011 era pari a 1.000,6 per 100 mila abitanti e nel 2015 è 1.063,8 decessi.
 
Il livello della mortalità non è molto differente tra i due generi infatti è 1.042,8 per 100 mila per gli uomini e 1.083,6 per le donne. L’analisi dell’andamento della mortalità per le varie cause, nel quinquennio considerato, evidenzia quali gruppi sono stati maggiormente responsabili del picco di decessi registrato nel 2015.
 
In particolare, si osserva un incremento delle malattie infettive e parassitarie (che includono la setticemia), dei disturbi psichici, delle malattie del sistema nervoso e degli organi dei sensi (raggruppamento che comprende le demenze, l’Alzheimer e il Parkinson), delle malattie del sistema respiratorio (che includono influenza e polmonite) e di sintomi e segni mal definiti.
 
Nel 2015 le cause di morte più diffuse sono ancora le malattie del sistema circolatorio e i tumori che insieme sono responsabili del 65 per cento dei decessi dell’anno. Distinguendo per genere si evidenzia che il quoziente di mortalità per le malattie del sistema circolatorio degli uomini (436,1 per 100 mila abitanti) è del 24 per cento superiore a quello delle donne (350,3 per 100 mila), mentre per i tumori il livello di mortalità è maggiore nelle donne (337,3 contro il 254,2 degli uomini).
 
La terza posizione nella graduatoria delle cause, invece, si differenzia per genere e spetta alle malattie del sistema respiratorio per gli uomini (86,5 per 100 mila abitanti) e ai disturbi psichici e malattie del sistema nervoso per le donne (98,3 per 100 mila).
 
Al quarto posto, per entrambi i generi, ci sono gli altri stati morbosi rilevanti7 (96,7 e 77,3 per 100 mila, rispettivamente per uomini e donne).
 
Le cause esterne si confermano infine come cause che colpiscono maggiormente gli uomini: i tassi sono pari a 46,5 per 100 mila residenti tra gli uomini e a 32,7 tra le donne, ovvero il 42 per cento in più per i maschi.
 
L’analisi per età evidenzia i mutamenti dei quadri morbosi connessi alla morte nel corso della vita. Nel primo anno di vita si muore principalmente per altri stati morbosi rilevanti (81,6 per cento dei decessi a questa età), mentre tra 1 e 14 anni le cause principali sono i tumori (29,8 per cento). Tra i 15 e i 29 anni, per entrambi i generi si muore soprattutto per cause di natura violenta (50,2 per cento dei casi), e la metà dei decessi attribuiti a questo gruppo di cause è dovuto a un accidente da trasporto, ma con una forte differenza: il quoziente maschile per le cause violente a queste età è 4,4 volte più alto di quello femminile.
 
Per gli uomini, inoltre, le cause esterne restano le prime cause di morte anche fino a 44 anni (31,7 per cento dei decessi fra 30 e 44 anni), mentre per le donne, già a partire dai 30 anni e fino ai 79, le principali cause di morte sono i tumori. Fra i 45 e i 79 anni anche gli uomini muoiono principalmente per tumori maligni.
 
Interessante osservare che soltanto dopo gli 80 anni le malattie del sistema circolatorio passano al primo posto nella graduatoria delle cause di mortalità, sia per gli uomini, sia per le donne, pur essendo la principale causa di morte per il complesso delle età: è evidentemente l’effetto dell’invecchiamento della popolazione per il quale la quota maggiore di popolazione muore in età sempre più avanzate. Oltre i 90 anni, un decesso su due avviene per una malattia del sistema circolatorio.
 
L’analisi delle geografia della mortalità del 2015 conferma la contrapposizione, già osservata negli anni precedenti, fra Centro-nord, dove i livelli di mortalità sono superiori alla media nazionale, e Sud e Isole, dove i livelli sono più bassi. Questa differenziazione è evidente in particolare per le malattie infettive e parassitarie, per i tumori e per il gruppo dei disturbi psichici, delle malattie del sistema nervoso e degli organi dei sensi; tranne rarissime eccezioni, infatti, le regioni del Nord e del Centro hanno tutte i quozienti di mortalità per queste cause più elevati di quello medio italiano.
 
Tra le regioni del Centro si distingue il Lazio che, per tutte le cause esaminate, esclusi i tumori, gli altri stati morbosi e le cause esterne, ha un livello di mortalità inferiore alla media nazionale. Nel Nord fa eccezione il Trentino-Alto Adige, che presenta sempre un livello di mortalità inferiore a quello italiano, tranne per le cause esterne il cui quoziente di mortalità è 48,2 per 100 mila abitanti, rispetto al valore nazionale di 39,4 per 100 mila.
 
Lo svantaggio del Nord rispetto al Sud nei livelli di mortalità si inverte, se si considerano le malattie del sistema circolatorio e gli altri stati morbosi, per i quali le regioni del Mezzogiorno insieme a quelle del Centro hanno valori dei tassi più elevati della media nazionale.
 
Mortalità infantile
Da vari anni il fenomeno della mortalità infantile è in progressiva diminuzione. Tra il 2011 e il 2015 il numero di decessi avvenuti nel primo anno di vita passa da 1.774 casi a 1.482 e il tasso da 3,3 per mille nati vivi a 3,1 (sebbene sia rimasto pressoché costante rispetto all’anno precedente).
 
Nel 2015 il 47,4 per cento dei decessi è avvenuto nella prima settimana di vita (703 casi) e il 25,3 per cento del totale nel primo giorno (375 casi).
 
La natimortalità si conferma pari a 2,7 per mille nati come già nel 2014 e in lieve aumento rispetto all’inizio del periodo in esame, infatti nel 2011 era 2,6 per mille nati. La mortalità perinatale, che è pari a 4,2 decessi per mille nati, è invece in diminuzione rispetto al 2011 e costante rispetto all’anno precedente.
 
Il quadro morboso che descrive la mortalità infantile è piuttosto stabile nel quinquennio considerato. Tra le cause maggiormente responsabili dei decessi in questa fase della vita, ci sono alcune condizioni morbose di origine perinatale (tasso pari a 1,7 per mille nati vivi) e le malformazioni congenite (0,8 per mille nati vivi).
 
Meno rilevanti sono i gruppi delle malattie infettive e parassitarie e del sistema respiratorio, i cui tassi di mortalità nel primo anno di vita sono pari a 0,1 per mille nati vivi.
 
Da un punto di vista geografico si conferma nel 2015 lo svantaggio delle regioni del Mezzogiorno a cui si aggiungono quelle del Centro, con valori del tasso di mortalità infantile superiori a quello italiano. In particolare la Sicilia e la Basilicata (con un tasso pari a 4,3 per mille nati vivi), seguiti dal Lazio (4,2 per mille nati vivi), hanno dei livelli di circa il 35 per cento più elevati del valore medio nazionale.
 
Nel Centro anche l’Umbria ha un valore elevato del tasso pari a 3,5 per mille nati vivi. Tra le Isole maggiori si distingue la Sardegna, che presenta il tasso più basso del Paese, pari a 1,7 per mille nati vivi.
 
Nel Nord, invece, tutte le regioni hanno un tasso di mortalità infantile inferiore al livello italiano di 3,1 per mille nati vivi; fa eccezione la Liguria che presenta un valore elevato e pari a 3,9 per mille nati vivi.
 
Suicidi
I suicidi verificatesi in Italia nel 2015 sono 3.989 (6,6 ogni 100 mila abitanti). L’evento riguarda prevalentemente gli uomini, 3.105 casi rispetto agli 884 delle donne, con rapporti per 100 mila abitanti pari rispettivamente a 10,5 e 2,8. La mortalità per suicidio per entrambi i sessi cresce al crescere dell’età: si passa da 1,5 suicidi per 100 mila abitanti sotto i 24 anni a 5,7 tra i 25 e i 44 anni, a 8,6 fra i 45 e i 64 anni, fino ad arrivare a 10,5 per le persone di oltre sessantacinque anni, sette volte più alta rispetto alla classe più giovane.
 
Distinguendo per sesso, si conferma l’andamento crescente al crescere dell’età, il tasso più alto è raggiunto dagli uomini più anziani con 19,1 suicidi ogni 100 mila abitanti. Nei ultimi due decenni si è passati da 8,1 a 6,6 suicidi ogni 100 mila abitanti. La diminuzione si riscontra per entrambi i sessi in tutte le fasce di età considerate, le diminuzioni in proporzione più significative si sono avute tra le donne di oltre 65 anni (da valori oscillanti intorno a 8 suicidi per 100 mila abitanti a 4,0 nel 2015) e tra gli uomini fino a 24 anni (da valori vicino a 4 a 2,4).
 
Nonostante rimanga la fascia di popolazione più a rischio, una diminuzione rilevante si è registrata anche per gli uomini oltre i 65 anni, per i quali si passa da 30,0 a 19,1 suicidi per 100 mila abitanti nel 2015. La fascia di popolazione per cui si è avuta la diminuzione minore è quella degli uomini tra 45 e 64 anni, che passa da valori tendenti a 15 a 13,4.
 
Dopo il periodo di aumento che aveva portato nel 2012 ad avere 7,2 suicidi ogni 100 mila abitanti, dal 2013 è ripreso l’andamento in diminuzione che si era interrotto nel 2008 e che aveva caratterizzato i decenni precedenti.
 
Nel 2015 il numero di suicidi ogni 100 mila abitanti è prossimo ai valori minimi riscontrati negli anni 2006 e 2007 (6,6 nel 2015 rispetto a 6,4 nel 2006-2007). L’andamento complessivo dell’ultimo decennio è determinato sostanzialmente dal numero di suicidi tra gli uomini (anche se per i maschi il minimo si è avuto nel 2005) e in particolare tra quelli nella classe di età 45-64 anni.
 
Oscillazioni diverse si riscontrano invece tra le donne e tra gli uomini delle altre classi di età. Il Nord-est, confermando il triste primato degli ultimi due decenni, è la ripartizione con i livelli di mortalità più elevati, 7,8 suicidi ogni 100 mila abitanti. L’elevata mortalità riguarda sostanzialmente entrambi i sessi e tutte le fasce di età.
 
Il Sud presenta i valori più bassi per entrambi i generi e per tutte le classi di età con l’eccezione per le donne oltre i 65 anni, fascia di popolazione per la quale il valore più basso si riscontra al Sud, le quali presentano comunque valori al di sotto della media nazionale.
 
Si segnala, all’interno della ripartizione Isole, un’ampia disomogeneità tra gli uomini della Sicilia (valori inferiori alla media nazionale) e della Sardegna (valori ampiamente al di sopra della media nazionale).
 
Quasi un suicidio su due avviene per impiccagione e soffocamento. Tra gli uomini, dove questa modalità sale al 52,9 per cento casi, sono modalità frequenti anche la precipitazione (15,5 per cento), il ricorso ad armi da fuoco ed esplosivi (13,6 per cento). Tra le donne, oltre a impiccagione e soffocamento (34,7 per cento dei casi) sono frequenti i suicidi dovuti a precipitazione (33,8 per cento), e rispetto a quanto avviene tra gli uomini, è frequente il ricorso all’avvelenamento (9,3 per cento tra le donne rispetto a 4,6 per cento tra gli uomini).
 
Stato di salute
La percezione dello stato di salute rappresenta un indicatore globale delle condizioni di salute della popolazione, molto utilizzato anche in ambito internazionale. Nel 2017, il 69,6 per cento della popolazione residente in Italia ha dato un giudizio positivo sul proprio stato di salute, rispondendo “molto bene” o “bene” al quesito “Come va in generale la sua salute?”.
 
Il dato è stabile rispetto all’anno precedente. La percentuale di persone che dichiarano di godere di un buono stato di salute è più elevata tra gli uomini (73,3 per cento) che tra le donne (66,1 per cento). All’aumentare dell’età decresce la prevalenza di persone che danno un giudizio positivo sul proprio stato di salute: scende al 42,1 per cento tra le persone anziane di 65-74 anni e raggiunge il 26,3 per cento tra gli ultra settantacinquenni.
 
A parità di età emergono nette le differenze di genere a svantaggio delle donne: nella fascia di età 55-59 anni il 66,6 per cento degli uomini si considera in buona salute contro il 59,3 per cento delle coetanee; le differenze maggiori si hanno tra la popolazione di 60 anni e più (44,2 per cento contro il 34 per cento).
 
A livello territoriale la quota di persone che si dichiara in buona salute è più elevata nel Nord-est (71,9 per cento), mentre meno al Sud (68,6 per cento) e nelle Isole (66,7 per cento). Tra le regioni italiane le situazioni migliori rispetto alla media nazionale si rilevano soprattutto nella provincia autonoma di Bolzano (85,4 per cento), nella provincia autonoma di Trento (76,6 per cento) e in Emilia-Romagna (71,6 per cento), mentre quella peggiore si ha in Calabria (62,5 per cento), in Sardegna (64 per cento) e in Basilicata (64,2 per cento).
 
Malattie croniche
Un altro importante indicatore per valutare lo stato di salute di una popolazione è la diffusione di patologie croniche, soprattutto in un contesto come quello italiano, caratterizzato da un elevato invecchiamento della popolazione. Il 39,9 per cento dei residenti in Italia ha dichiarato di essere affetto da almeno una delle principali patologie croniche rilevate (scelte tra una lista di 15 malattie o condizioni croniche). Il dato risulta stabile rispetto al 2016.
 
Le patologie cronico-degenerative sono più frequenti nelle fasce di età più adulte: già nella classe 55-59 anni ne soffre il 55,5 per cento e tra le persone ultra settantacinquenni la quota raggiunge l’85,8 per cento. Come per la salute, lo svantaggio del sesso femminile emerge anche dall’analisi dei dati relativi alla quota di popolazione che soffre di almeno una malattia cronica. Sono, infatti, le donne ad esserne più frequentemente colpite, in particolare dopo i 55 anni.
 
Il 20,9 per cento della popolazione ha dichiarato di essere affetto da due o più patologie croniche, con differenze di genere molto marcate a partire dai 55 anni. Tra gli ultra settantacinquenni la comorbilità si attesta al 65,7 per cento (56,9 per cento tra gli uomini e 71,8 per cento tra le donne). Nel 2017 le persone che, pur dichiarando di essere affette da almeno una patologia cronica, si percepiscono in buona salute sono pari al 41,5 per cento.
 
Le malattie o condizioni croniche più diffuse sono: l’ipertensione (17,8 per cento), l’artrosi/artrite (16,1 per cento), le malattie allergiche (10,7 per cento), l’osteoporosi (7,9 per cento), la bronchite cronica e l’asma bronchiale (5,9 per cento), il diabete (5,7 per cento).
 
Ad eccezione delle malattie allergiche, tutte le altre malattie croniche riferite aumentano con l’età e con nette differenze di genere, in linea di massima a svantaggio delle donne. Lo svantaggio femminile nelle età più anziane si rovescia solo per bronchite cronica e malattie del cuore.
 
In particolare gli uomini di 75 anni e più sono più colpiti da malattie del cuore (18,9 per cento) rispetto alle loro coetanee (14,4 per cento) e da bronchite cronica (19,3 per cento contro 16,5 per cento).
 
Uso dei farmaci
Il 42 per cento della popolazione ha fatto uso di farmaci nei due giorni precedenti l’intervista. Le donne più degli uomini hanno dichiarato di aver assunto farmaci nel periodo considerato (46,1 per cento contro 37,7 per cento). Le quote di consumatori aumentano all’avanzare dell’età: per entrambi i sessi si raggiunge la metà della popolazione già dai 55 anni, fino a raggiungere il 90,8 per cento tra le donne ultra settantacinquenni e l’87,3 per cento tra gli uomini della stessa fascia d’età.
 
Stili alimentari
L’Italia è ancora lontana da un’ampia diffusione del modello basato sul pasto veloce consumato fuori casa. I dati relativi al 2017 evidenziano che il pranzo costituisce, infatti, ancora nella gran parte dei casi il pasto principale (66,6 per cento della popolazione di 3 anni e più) e molto spesso è consumato a casa (72,8 per cento), permettendo così una scelta degli alimenti ed una composizione dei cibi e degli ingredienti più attenta rispetto ai pasti consumati fuori casa.
 
Eccetto i bambini da 3 a 5 anni (che pranzano a casa nel 40 per cento dei casi), circa il 60 per cento e oltre della popolazione in genere pranza in casa. Tra gli adulti la quota più bassa di coloro che dichiarano di pranzare a casa, si registra tra gli uomini di 35-44 anni (49,4 per cento). Consumano il pranzo a casa maggiormente i residenti nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 83 per cento e 83,9 per cento) rispetto a chi risiede nel Nord-ovest (64,3 per cento), nel Nord-est (68,9 per cento) e al Centro (70,0 per cento).
 
Sempre nel Mezzogiorno, più frequentemente rispetto al resto del Paese, è il pranzo ad essere considerato il pasto principale (76 per cento al Sud e 73,8 per cento nelle Isole).
 
Nel 2017 è pari all’81,5 per cento della popolazione di 3 anni e più, la quota di persone che al mattino ha l’abitudine di fare una colazione, che può essere definita “adeguata”, vale a dire non solo limitata al caffè o al tè, ma nella quale vengono assunti alimenti più ricchi di nutrienti: latte, cibi solidi (biscotti, pane, ecc.).
 
Questo comportamento salutare è una consuetudine più femminile (84 per cento tra le donne, contro il 78,8 per cento tra gli uomini), ma anche molto diffusa tra i bambini (il 93,5 per cento tra i bambini da 3 a 10 anni). Sono più attenti ad adottare questa sana abitudine i residenti nell’Italia centrale (85 per cento) e nel settentrione (Nord-est 84,4 per cento; Nord-ovest 81,7 per cento). Al Sud e nelle Isole i valori scendono rispettivamente al 77,9 per cento e al 76,9 per cento.
 
L’abitudine al fumo di tabacco
È noto e documentato in molti studi epidemiologici, che l’esposizione al fumo di tabacco può comportare l’insorgenza di patologie cronico-degenerative soprattutto a carico dell’apparato respiratorio e cardio-vascolare.
 
Nel 2017 si stima pari al 19,7 per cento la quota di fumatori di tabacco tra la popolazione di 14 anni e più. Rispetto al 2016 si osserva una sostanziale stabilità del fenomeno. Forti sono le differenze di genere: tra gli uomini i fumatori sono il 24,8 per cento, tra le donne invece il 14,9 per cento. L’abitudine al fumo di tabacco è più diffusa nelle fasce di età giovanili ed adulte.
 
In particolare, tra i maschi la quota più elevata si raggiunge tra i 35 e i 44 anni e si attesta al 35,6 per cento, mentre tra le femmine si raggiunge tra i 45 e i 54 anni (20,4 per cento). La quota dei fumatori di tabacco è più elevata tra chi vive nel Nord-ovest (20,7 per cento), mentre raggiunge il valore più basso tra i residenti nel Nord-est (18,4 per cento).
 
I valori più alti si osservano in Umbria (22,8 per cento) in Liguria (21,5 per cento) e in Campania (21,1 per cento), mentre i dati più bassi nella provincia autonoma di Trento (15,8 per cento), in Calabria (16,4 per cento), in Friuli-Venezia Giulia (17,1 per cento) e nella provincia autonoma di Bolzano (17,4 per cento).

03 gennaio 2019
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