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Le nuove valutazioni Lea. Magi (Sumai): “I dati mostrano quello che diciamo da sempre, manca l’assistenza sul territorio”

L’assistenza territoriale e la prevenzione sono decisamente carenti. Politiche miopi hanno penalizzato la specialistica ambulatoriale convenzionata pubblica distraendo risorse dal territorio a vantaggio dell’ospedale. Questo se da un lato ha evitato la chiusura di reparti nosocomiali, dall’altro ha impoverito il territorio con pesanti ricadute sulle politiche della prevenzione

04 MAR - Lo diciamo da tempo e il nuovo modello di verifica dell’erogazione dei Lea, che dovrebbe entrare a regime nel 2020, ce ne da conferma: “il 60% delle Regioni non garantirebbe i Livelli essenziali di assistenza. Un quadro obiettivamente preoccupante”.
 
Dall’anticipazione di Quotidiano Sanità emerge un quadro che il SUMAI Assoprof denuncia da tempo ovvero che l’assistenza territoriale e la prevenzione sono carenti. E questo è dovuto a politiche miopi che hanno penalizzato la specialistica ambulatoriale convenzionata pubblica, totalmente desertificata in gran parte a vantaggio dell’ospedale, che infatti va un po’ meglio a scapito però del territorio che è stato distratto di risorse umane, in particolar modo specialisti ambulatoriali convenzionati pubblici, poiché non si sono fatti concorsi per assumere il personale che andava in quiescenza.
 
Manca il territorio
Leggendo il documento emerge come Il 60% delle Regioni non garantirebbe i Livelli essenziali di assistenza, il che tradotto vuol dire che 12 Regioni su 21 sono inadempienti in termini di prestazioni. Gli otto indicatori test per l’attività distrettuale (tasso ospedalizzazione adulti per diabete, Bpco e scompenso cardiaco; tasso ospedalizzazione minori per asma e gastroenterite; tempi d’attesa; consumo antibiotici; pazienti trattati in Adi; percentuale re-ricoveri in psichiatria; numero decessi da tumore; anziani non autosufficienti nelle Rsa) ed i sette indicatori test per l’attività ospedaliera (tasso ospedalizzazione; interventi tumore maligno al seno; ricoveri a rischio inappropriatezza; proporzione colecistectomie con degenza inferiore ai 3 giorni; over 65 operati di frattura al femore entro 2 giorni; parti cesarei) ci danno tutti lo stesso risultato, ovvero: “manca il territorio”.

 
E così ci viene dimostrato che tra le regioni inadempienti, vicine alla sufficienza ci sono il Friuli Venezia Giulia (che non raggiunge la sufficienza solo sull’attività di prevenzione) e il Lazio (insufficiente solo nell’attività distrettuale). Regioni, queste, dove da tempo si è fatta una politica ospedalocentrica dimenticandosi della specialistica territoriale. Addirittura nel Lazio non si fa un accordo Regionale per la specialistica convenzionata pubblica da ben 12 anni, l’ultimo è del 2006. Scendendo la graduatoria troviamo poi l’Abruzzo (appena sotto la sufficienza per l’attività distrettuale e ospedaliera), cui segue la Puglia (che è appena sotto la sufficienza in tutte e tre le aree).
 
A seguire poi c’è un altro sottogruppo di 3 regioni che si collocano tra il 4 e il 5 come valutazione complessiva e parliamo di Basilicata, Calabria (che nella griglia Lea 2016 era invece penultima) e Sicilia.
 
Infine ci sono le 5 peggiori regioni che hanno i dati più negativi soprattutto per l'assistenza territoriale con punteggi molto bassi: Valle d’Aosta e Pa Bolzano (sufficienti entrambe solo per l'ospedaliera), Molise e Sardegna (sufficienti solo per la prevenzione).
C’è poi la Campania, che non riesce a conquistare la sufficienza in nessuna delle tre aree nonostante sia la regione con il maggior numero di specialisti ambulatoriali, ma in ospedale invece che nel territorio. Vado a memoria, ma non mi sembra abbia mai fatto un accordo regionale della specialistica convenzionata pubblica. E che dire della Sardegna che ha addirittura emanato un decreto regionale che vieta il turn over ma solo per gli specialisti ambulatoriali convenzionati pubblici? Questi sono i risultati.
 
Il nuovo sistema di valutazione fa notare come sono molte di più le Regioni sotto il livello minimo di erogazione. Altro fattore che emerge è quello che vede la maggioranza di insufficienze nell’area distrettuale andando a confermare il problema cronico della carenza dell’assistenza territoriale.
 
È indubbio che questi risultati (che come riferisce Quotidiano Sanità sono ancora da prendere con le molle e su cui i tecnici di Ministero e Regioni sono al lavoro) offrono un quadro disarmante rispetto alla auspicata uniformità dei servizi erogati nelle diverse realtà territoriali. Ma cosa potrebbe accadere qualora si confermasse l’intenzione, da parte di alcune regioni, di procedere verso una maggiore autonomia regionale anche in sanità? la domanda è quantomeno legittima.
 
 
Antonio Magi
Segretario Generale SUMAI Assoprof

04 marzo 2019
© Riproduzione riservata


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