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Endometriosi. Uno studio italiano ne descrive i diversi tipi. E indirizza sulla cura

A seconda del tipo di patologia può essere più o meno consigliabile un intervento chirurgico che rimuova le cisti all’ovaio derivanti dall’endometriosi. Oggi uno studio della Cattolica di Roma suddivide i tipi di malattia indicando le cure più adatte.

05 FEB - Quali sono le cisti dell’ovaio dovute a endometriosi che si possono asportare? Quali quelle la cui rimozione potrebbe comportare rischi per la fertilità? A rispondere a queste domande ci pensa una ricerca pubblicata sulla rivista Fertility and Sterility e condotta dai ricercatori dell’Università Cattolica di Roma. Gli scienziati, hanno infatti tracciato una sorta di identikit delle cisti dell’ovaio, in modo che sia possibile riconoscere più facilmente quelle operabili senza rischi per le pazienti.

L’endometriosi è una malattia cronica dell’endometrio, la parete che riveste internamente l’utero, e  interessa un numero decisamente significativo di pazienti in età fertile: dalle stime emerge che tra il 15% e il 45% della popolazione femminile presenti questa condizione. Tra queste, la maggior parte dei casi dimostra anche un interessamento ovarico della malattia (il cosiddetto endometrioma).
Spesso è però difficile capire quando sia meglio asportare una cisti ovarica endometriosica, poiché in alcuni casi questo intervento può compromettere la capacità riproduttiva della donna. Talvolta sarebbe infatti consigliabile aspettare o provare un trattamento farmacologico. I ricercatori del Policlinico Gemelli di Roma hanno dunque tentato di definire le caratteristiche delle cisti ovariche endometriosiche da operare, in modo da esplicitare a quali rischi e controindicazioni per la paziente siano associate.


I ricercatori hanno riscontrato che l’asportazione chirurgica delle cisti di minori dimensioni provoca una maggiore perdita di “follicoli” (e quindi di ovociti): asportarle, dunque, lede almeno in parte la fertilità della donna. Al contrario, la numerosità dei follicoli presenti nelle cisti di maggiori dimensioni è minore, quindi la loro rimozione è meno rischiosa per la fertilità. “La prassi abituale era quella di procedere alla rimozione chirurgica delle cisti, dato che finora non era ancora chiaro quali potessero essere le conseguenze di questo intervento per la fertilità delle pazienti”, ha spiegato Maurizio Guido, docente dell’Istituto di Clinica Ostetrica e Ginecologica della Cattolica di Roma che ha coordinato lo studio. “Ma dal nostro studio è emerso  che soprattutto nelle donne giovani (under-32 anni) rimuovere le cisti endometriosiche di piccole dimensioni può causare un danno molto più importante, arrecando un rischio alla fertilità della paziente che non rimuovere, invece, le cisti di più grandi dimensioni”.

Inoltre, i ricercatori del Gemelli, attraverso un’indagine istologica dell’endometrioma, hanno individuato una differenza a seconda della tipologia di patologia. L’esito dipendeva infatti dal tipo di capsula cistica riscontrata: se questa era fibroblastica, la configurazione più frequente nelle pazienti under 32 anni, si notava genericamente una maggiore perdita di follicoli dopo la chirurgia; se invece la capsula era fibrocitica, meno. “Alla luce dei nostri risultati per le donne desiderose di avere figli e con cisti endometriosiche di piccole dimensioni – ha continuato Guido – potrebbe non essere necessario l’intervento chirurgico o comunque potrebbe essere utile procrastinarlo, qualora la priorità della paziente sia la ricerca di una gravidanza. In questo caso è utile che il ginecologo tenga sotto controllo le cisti per valutare eventuali modificazioni o incremento di dimensioni”.
Dalla valutazione dei risultati emerge dunque la necessità che le pazienti con endometriosi ovarica siano informate, attraverso un counseling adeguato, prima di decidere se sottoporsi o meno all’intervento di asportazione, al fine di considerare il ricorso a tecniche di preservazione della fertilità. “Auspichiamo che grazie a questi studi possa essere più chiaro chi trattare chirurgicamente e chi no e che si possa personalizzare l’assistenza alle pazienti”, ha concluso il docente.

 

05 febbraio 2012
© Riproduzione riservata


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