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Politiche sanitarie e non sanitarie nelle diseguaglianze di salute. Il convegno dell’ASviS e dell’Iss

Nonostante la sanità italiana si collochi ai primi posti in Italia e in Europa rispetto al raggiungimento di molti dei target dell’Obiettivo 3 dell’Agenda Onu (Salute e benessere per tutti), il permanere e l’accentuarsi di situazioni e processi di diseguaglianza mostrano che è ancora molta la strada da fare

02 GIU - Le diseguaglianze di salute sono interamente riconducibili a politiche sanitarie? Che ruolo hanno le politiche non sanitarie nell’accesso al benessere sanitario? E a che punto sono l’Italia e l’Europa nell’adozione di pratiche adeguate? A queste e altre domande hanno tentato di rispondere i molti relatori intervenuti al Convegno organizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) e dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del terzo Festival italiano dello Sviluppo Sostenibile, una grande manifestazione di sensibilizzazione alla cultura della sostenibilità che si svolge da fine maggio a inizio giugno in tutta Italia con oltre mille eventi.
 
In linea con l’orientamento integrato delle analisi condotte dall’ASviS, incentrate sullo sviluppo socioeconomico, territoriale e culturale, in apertura del convegno è stata rimarcata la forte interdisciplinarietà del tema delle diseguaglianze.
 
È stato in particolare sottolineato come l’interconnessione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile si manifesti proprio in relazione al problema dell’equità e dell’accesso ai servizi e alle risorse da parte dei cittadini. La lotta alle diseguaglianze costituisce una sfida cruciale nel perseguimento di quattro dei diciassette Obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu: povertà (Obiettivo 1), parità di genere (Obiettivo 5), Salute e benessere (Obiettivo 3) e Diseguaglianze all’interno di e fra le Nazioni (Obiettivo 10).

 
La trasversalità del tema della lotta alle disparità riflette la pluralità dei livelli e dei fattori che concorrono al benessere complessivo della persona, come ad esempio la qualità dell’ambiente, l’inclusione sociale, l’educazione e il reddito.
 
Tra gli ambiti in cui si registrano notevoli disparità si è ricordato anzitutto quello della speranza di vita. Se negli ultimi 40 anni l’Italia è riuscita a guadagnare 10 anni, arrivando a 80,8 anni per gli uomini e a 85,2 per le donne (Istat 2019), e se miglioramenti molto significativi si osservano nella speranza di vita in buona salute, aumentata da 58,3 anni nel 2015 a 58,7 nel 2017, è tuttavia vero che continuano a persistere forti disparità territoriali e sociali.
 
Tra Milano e Napoli, ad esempio, la differenza di aspettativa di vita, di circa tre anni, arriva fino a dieci anni se si considerano le fasce sociali più povere del sud e quelle più ricche del nord, come mostrato in particolare dagli studi del Prof. Giuseppe Costa, presente al convegno con una relazione sulle principali sfide per la ricerca nel campo delle disuguaglianze di salute.
 
Anche nella mortalità evitabile, che pure ha visto un miglioramento in generale, permangono importanti differenze territoriali e per genere. Gli studi mostrano una media di 21,4 anni per i maschi e di 21,92 per le femmine in termini di anni perduti per cause per le quali “non bisognerebbe morire”. Per i maschi si va dai 16,61 anni di Savona ai 25,21 di Catania, e per le femmine tra i 17,83 anni di Grosseto ed i 29,87 di Olbia (MEV(i) 2017).
 
L’Atlante 2019 dell’INMP (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà) registra differenze tra -15% e +30% per le donne, e tra -13% e +16% tra gli uomini. Il basso livello di istruzione determina il 18,3% della mortalità generale per gli uomini ed il 13,4% per le donne.
 
Una differenza notevole si riscontra nell’offerta di servizi e nell’ammontare delle risorse destinate alla salute. La spesa sanitaria pubblica pro capite, per esempio, pari in media a 1.838 euro annui, è molto più elevata al Nord rispetto al Sud (2.255 euro a Bolzano e 1.725 euro in Calabria).
 
L’analisi condotta su dati 2018 dal Ministero della Salute sulla attuazione dei LEA (Livelli essenziali di Assistenza) ha mostrato differenze notevoli per la prevenzione, per l’attività ospedaliera e per quella territoriale, con punteggi che oscillano tra il 92,4 della Provincia di Trento per il settore ospedaliero e il 29,5 della Campania per l’attività distrettuale.
 
Una serie di Regioni risultano non garantire i LEA (Campania per distrettuale e ospedaliera, Sardegna per distrettuale, Molise per ospedaliera). Non sorprende quindi che anche la situazione delle liste di attesa presenti differenze notevoli tra territori, come emerge dalle due indagini condotte da CREA-Sanità sul tema presentate dal prof. Federico Spandonaro.
 
La Dott.ssa Roberta Crialesi dell’Istat ha evidenziato le differenze territoriali in merito alla soddisfazione per il proprio stato di salute: nel 2018 sono molto o abbastanza soddisfatti, l’82,3% dei cittadini del nord, l’81,5% nel centro e il 78,2% nel sud. Per quanto riguarda l’offerta per le disabilità, una situazione positiva si riscontra nelle Regioni del centro-nord, mentre valori inferiori alla media nazionale si registrano nelle Regioni del sud e nelle isole.
 
La dimensione territoriale incide inoltre sull’adozione dei comportamenti importanti per la salute, come per esempio la pratica continuativa di sport. A questo proposito, nelle regioni del sud e delle isole la quota di persone che svolge attività sportiva risulta pari al 15%, di contro a quasi il 27% del Nord- Est e a valori superiori al 23% nel Centro e nel Nord-Ovest (Istat 2014). Nel 2017 la percentuale di consumatori di alcol a rischio resta invariata rispetto all’anno precedente (16,3%).
 
Diminuisce in misura lieve la quota dei fumatori (19,7%) mentre cresce di poco l’incidenza di persone obese (10,5%). Nel Centro-nord è più alta la quota di consumatori di alcol, nel Mezzogiorno quella di persone obese, nel Nord-ovest la percentuale di fumatori. Fumo, alcol e obesità riguardano più gli uomini che le donne (Istat 2019).
 
Questi e altri dati presentati nel corso del convegno confermano la necessità di sensibilizzare sul tema cittadini e operatori, facendo leva non solo sulle politiche sanitarie, ma anche e soprattutto su quelle non sanitarie, come ha voluto sottolineare Raffaella Bucciardini dell’Istituto Superiore di Sanità.
 
Sotto il coordinamento del prof. Giuseppe Costa dell’Università di Torino e con il coinvolgimento del prof. Michael Marmot dell’University College di Londra, entrambi presenti all’evento, nel 2017 l’INMP (Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà) ha avviato un Programma di analisi delle difformità e del mancato rispetto del principio dell’equità, con la collaborazione di tutti gli stakeholder istituzionali presenti all’evento (Agenas, Istat, Inmp, ISS).
 
L’urgenza di passare dai dati e dalle analisi alle soluzioni concrete e alle azioni, in uno scenario in cui l’Agenda 2030 diventi la priorità strategica dell’Italia e dell’Europa, è stata sottolineata in particolare nell’intervento dell’ASviS (svolto da Carla Collicelli), ma anche dalla relazione sui determinanti sociali di salute tra ricerche, analisi e politiche concrete tenuta dal prof. Marmot.
 
L’incontro ha sancito l’avvio di una collaborazione multi-settoriale tra tutti gli stakeholder, nella condivisione del fine comune di realizzare azioni pratiche a livello nazionale, regionale e locale, per combattere le disuguaglianze di salute e di accesso ai servizi sanitari. Le proposte emerse nel corso dell’evento verranno raccolte ed elaborate dal Gruppo di Lavoro sul Goal 3 dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, e condivise nel Tavolo Intersettoriale che l’Istituto Superiore di Sanità intende promuovere su questo tema.
 
Nonostante la sanità italiana si collochi ai primi posti in Italia e in Europa rispetto al raggiungimento di molti dei target dell’Obiettivo 3 dell’Agenda Onu (Salute e benessere per tutti), come segnalato da ASviS (nel Rapporto 2018 e nella Lettura Critica della Legge di Bilancio), dal MEF (Ministero Economia e Finanza) con il suo Rapporto 2019 sugli indicatori del BES (Benessere equo e sostenibile), dall’Istat e dalle altre istituzioni, il permanere e l’accentuarsi di situazioni e processi di diseguaglianza mostrano che è ancora molta la strada da fare. In ottemperanza alle linee guida e alle buone pratiche suggerite dall’Agenda 2030 si è convenuto che la presa di coscienza non è sufficiente.
 
È necessario agire promuovendo l’educazione dei cittadini e degli operatori sanitari allo sviluppo sostenibile, avanzando proposte sulla prevenzione e predisponendo strumenti di monitoraggio per il conseguimento degli obiettivi, nel rispetto del benessere complessivo della persona e nella valorizzazione dei fattori che concorrono a determinarne la salute (educazione, accesso alle risorse, lavoro).
 
La specificità delle diseguaglianze sanitarie da paese a paese, nonché il loro accrescimento in Europa in ragione delle disparità socio economiche tra paesi e all’interno degli stessi, suggerisce che gli interventi da realizzare non riguardano semplicemente le politiche sanitarie.
 
Accanto alle politiche di prevenzione e all’organizzazione dell’assistenza, che riguardano in modo specifico i target dell’Obiettivo 3 dell’Agenda, vanno quindi realizzati quegli interventi di politiche non specificamente sanitarie, che perseguano il comune obiettivo dell’equità.
 
Carla Collicelli
Cnr-Itb
 
Mariaflavia Cascelli
ASviS

02 giugno 2019
© Riproduzione riservata


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