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Ecco perché i numeri dell’Istat sono allarmanti

Un declino demografico iniziato nel 2015, continuo, ininterrotto, come non accadeva da 90 anni. Oggi sappiamo che assistiamo a domicilio meno di 3 anziani su 100. Tutti gli altri? Intasano i pronto soccorso, nella migliore delle ipotesi, oppure a casa, soccorsi dalle cure ‘fai da te’ di familiari e badanti, il più delle volte in nero, quando non abbandonati perché non hanno le risorse per farsi assistere. Alzate lo sguardo dalla gabbia del “contratto di governo” e abbassatelo sull’Italia vera.

05 LUG - Siamo un paese in cui sta diventando difficile individuare le priorità. Tutto ci sta arrivando addosso con livelli di emergenza e priorità diversi tra loro.
Bassa crescita, formazione ed istruzione inadeguate al livello di innovazione e competitività, economia sostenibile tutta da traguardare, un po’ meglio, secondo gli ultimi dati ISTAT, gli occupati ed il livello di disoccupazione.
 
Ma il 3 luglio scorso l’Istat ci consegna un campanello d’allarme enorme: il declino demografico. Un declino demografico iniziato nel 2015, continuo, ininterrotto, come non accadeva da 90 anni. L'Istat racconta, nel suo bilancio demografico nazionale, un paese in cerca di un futuro che, si preannuncia a tinte fosche. Inoltre l’ISTAT, al primo gennaio 2019 aveva già mostrato la crescita dell'indice di vecchiaia a quota 168,9: il rapporto tra gli anziani (65 anni e più) e i giovani (meno di 15 anni) registrava così un nuovo record nazionale.

 
"In ambito europeo, - sottolinea l’ISTAT - l'Italia si mantiene al primo posto nella graduatoria per l'indice di vecchiaia". Per il tasso di fecondità, invece, l'Italia è ultima in Europa insieme alla Spagna.  La stima nel 2018 del tasso di fecondità totale si è affermata a 1,32 figli per donna, in linea con il 2017, siamo molto più bassi della cosiddetta 'soglia di rimpiazzo' che garantirebbe il ricambio generazionale.   Al 31 dicembre 2018 la popolazione italiana era 60.359.546 residenti. Oltre 124 mila in meno rispetto al 2017, oltre 400 mila in meno rispetto al 2015. La perdita è stata in parte contenuta, in questi quattro anni, dall'aumento di cittadini stranieri (+241 mila). Nel 2018, rispetto all'anno precedente, l'aumento è stato del 2,2 per cento (+11 mila) e attualmente i cittadini stranieri residenti sono 5.255.503, l'8,7 per cento della popolazione. Il dato più allarmante, ovviamente, è quello che riguarda le nascite, che sono in calo dal 2008. Lo scorso anno si è registrato un nuovo record negativo con soli 439.747 bambini registrati all'anagrafe (18 mila in meno rispetto al 2017). Il minimo storico dall'Unità d'Italia. Alla base del problema ci sono quelli che l'Istat chiama “fattori strutturali” che si concretizzano principalmente in una progressiva riduzione delle potenziali madri. 

Nel 2018 il tasso di fecondità totale si è fermato a 1,32 figli per donna, in linea con il 2017, siamo molto più bassi della cosiddetta ”soglia di rimpiazzo” che garantirebbe il ricambio generazionale. Anche qui sono le donne straniere a compensare il calo. Eppure, negli ultimi anni, si è registrata una riduzione progressiva del numero di stranieri nati in Italia che, nel 2018, sono stati 65.444 (il 14,9 per cento del totale dei nati).
 
Tra le cause l'Istituto indica “la diminuzione dei flussi femminili in entrata nel nostro paese, il progressivo invecchiamento della popolazione straniera, nonché l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di molte donne straniere”. Sono diminuiti anche i decessi: 633 mila (-15 mila), anche se, sottolinea l'Istat, “in una popolazione che invecchia è naturale attendersi un aumento tendenziale del numero dei decessi. Le oscillazioni che si verificano di anno in anno sono spesso di natura congiunturale” come le “condizioni climatiche e le maggiori o minori virulenze delle epidemie influenzali stagionali”.
Ultimo dato da evidenziare è quello che riguarda il calo degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana: nel 2018 sono meno di 113 mila, 22 ogni mille stranieri, il 23 per cento in meno rispetto al 2017. 

Che si deve fare per richiamare l’attenzione di chi ci governa su questioni che sono davvero le mine vaganti, che incombono come macigni sul futuro del paese? Il patto tra cittadini e lo Stato si sta logorando. Siete davvero convinti che agli italiani interessi chi è più sovranista del re? Che l’autonomia differenziata e la flat tax non ci fanno dormire la notte?

Il popolo, la gente, quella che si incontra ogni giorno sul luogo di lavoro, al mercato, in treno o in autobus di che parla? Perché ha l’aria preoccupata? Quali tormenti attraversa? Perché è sfiduciata? 
 
Credete davvero che si possa andare avanti con la caccia all’untore, seminando paura e odio per ora verso i diversi e poi? Chi sarà il colpevole?
Io che sono abituata a lavorare sui numeri e a cercare di studiare le tendenze economiche e sociali in atto, dico che ciò che l’ISTAT ci consegna assieme ad altri dati ed analisi sull’invecchiamento della nostra popolazione non sono “numerini” da sottovalutare ma da prendere molto, molto sul serio per riorientare politiche e priorità di intervento.

Oltre all’indice di vecchiaia andiamo a vedere la speranza di vita. Dal rapporto Health at a Glance: Europe 2018 elaborato dall’OCSE è emerso che l’aspettativa di vita in Italia continua a essere la seconda più alta tra tutti i paesi dell’Unione Europea, subito dopo la Spagna. L’aspettativa di vita in Italia ha raggiunto gli 83,4 anni (81 anni gli uomini, 85,6 le donne) , quasi 2 anni e mezzo in più rispetto alla media europea (81 anni). 

Ma dopo i 75 anni gli anziani in Italia vivono in condizioni di salute peggiori. L’indagine europea sulle condizioni di salute del 2017 rileva che: per le patologie croniche, nel confronto con i dati europei, emergono in generale migliori condizioni degli italiani tra i meno anziani (65-74 anni), con prevalenze più basse per quasi tutte le patologie e, all’opposto, condizioni peggiori oltre i 75 anni. Circa un anziano su due soffre di almeno una malattia cronica grave o è multicronico, con quote tra gli ultraottantenni rispettivamente di 59,0% e 64,0%.

Il 23,1% degli anziani ha gravi limitazioni motorie, con uno svantaggio di soli 2 punti percentuali sulla media Ue, principalmente dovuto alla maggiore quota di donne molto anziane in Italia.
Le donne riportano meno frequentemente malattie croniche gravi ma più multicronicità e limitazioni motorie o sensoriali.
Tra le ultraottantenni la percentuale arriva al 58,6% a fronte del 39,2% degli uomini.
 
La cura a lungo termine degli anziani fragili o con patologie croniche ad oggi è pressoché un privilegio: ne gode infatti solo il 2,7% degli ultrasessantacinquenni residenti in Italia.

In alcuni Paesi del Nord Europa sono assistiti in casa il 20% degli anziani, e le prestazioni, le ore dedicate a ciascun assistito, sono più di 20 a settimana. La natura pubblica o privata degli operatori, dei servizi e delle prestazioni, non è questione che interessa ossessivamente il dibattito pubblico, se lo stato è capace di proteggere il più bisognoso e colui che può compartecipare a seconda del proprio reddito. Il costo pro capite dei servizi è differente e variegato, a seconda dei sistemi di protezione sociale e soprattutto fra chi negli anni ha ampliato i mix di protezione perché il cittadino non si trovasse da solo a dover far fronte alla non autosufficienza con l’out of pocket.
 
I dati del Ministero della Salute e una survey effettuata da Italia Longeva, network scientifico dello stesso Ministero, dedicato all’invecchiamento attivo e in buona salute parlano chiaro: dedichiamo all’assistenza domiciliare sforzi e risorse pressoché risibili, dedichiamo 20 ore di assistenza domiciliare ogni anno mentre in quasi tutte le nazioni europee si garantiscono le stesse ore di assistenza mediamente in una settimana o al massimo in un mese.      
 
Oggi sappiamo che assistiamo a domicilio meno di 3 anziani su 100. Tutti gli altri? Intasano i pronto soccorso, nella migliore delle ipotesi, oppure a casa, soccorsi dalle cure ‘fai da te’ di familiari e badanti, il più delle volte in nero, quando non abbandonati perché non hanno le risorse per farsi assistere. I dati Istat ci dicono che quasi un italiano su 4 ha più di 65 anni, e che questo rapporto salirà a 1 su 3 nel 2050.  Accanto, e forse più dei numeri sugli anziani assistiti, sorprendono i dati dai quali traspare un’organizzazione dell’assistenza domiciliare del tutto disomogenea nelle diverse aree d’Italia. Non mancano aree del Paese in cui l’assistenza domiciliare non esiste affatto.

Ci sono poi differenze macroscopiche nel numero di ore dedicate dalle ASL a ciascun paziente: si va, per esempio, dalle oltre 40 ore annuali della ASL di Potenza alle 9 ore di Torino. Altra differenza non trascurabile è l’apporto degli enti privati nell’erogazione dei servizi a domicilio, che va dal 97% di Milano allo 0%, ad esempio, di Reggio Emilia o della Provincia Autonoma di Bolzano.  L’Italia non ha ancora dato una risposta univoca, né ha individuato un modello condiviso, per la gestione della più grande emergenza demografica ed epidemiologica del presente e del futuro. E ora invece stiamo perdendoci in una discussione senza fine, sull’autonomia differenziata? Da chi, tra chi, su che cosa, visto che lo sport principale è prima gli italiani.
Quali Italiani? I Padani, I Centrali, quelli del Sud e da quelli nel resto del mondo?

Questi dati reali dovrebbero rappresentare non solo per i professionisti della statistica, della ricerca economica e sociale, per gli addetti ai lavori di settore, ma anche e soprattutto per la politica, per tutti i cittadini un campanello di allarme non più trascurabile. Lo Stivale continua ad avere dunque sempre più capelli bianchi, ma se l’invecchiamento procede, e si arresta la natalità, come facciamo a curare bene i nostri vecchi e a ridare fiato alle funzioni familiari di accudimento e cura, liberando le donne dal carosello di compiti costosi ed impossibili da affrontare, se lo stato non mette in campo provvidenze serie per la famiglia. I dati non fanno sconti chiamano alla dura legge del governo del reale e del possibile, qui ed ora: sennò come può funzionare la flat tax a vantaggio di tutti e non dei più ricchi?

In realtà, per la prima volta nella storia d’Italia, negli ultimi 10 anni la copertura dei servizi per anziani non autosufficienti presenta tutti segni negativi. Diminuiscono infatti gli anziani presi in carico nei servizi, gli ospiti di strutture residenziali, quelli che hanno l’indennità di accompagnamento, la spesa per servizi sociali per anziani di regioni e comuni.

Alla luce di fenomeni sociali come l’atomizzazione dei nuclei familiari, e la longevità con pluripatologie cronicizzate non bisognerebbe aprire un dibattito pubblico serio? Da nazione civile e coesa siamo in grado di confrontarci oggi con le diverse esperienze di protezione della long term care dei diversi paesi europei, per trovare una soluzione di tipo collettivo di grande valenza sociale, volta a garantire a prezzi accessibili, e dunque democratica, non discriminante, rispetto alle capacità economiche dell’anziano e della sua famiglia la copertura necessaria di prestazioni e servizi rispetto ai diversi “profili di rischio” del soggetto?  

Bene la pensione di cittadinanza, ma senza una politica per la non autosufficienza e le cure domiciliari garantite e coperte per almeno un numero sufficiente di ore settimanali e mensili è difficile pensare che 780 euro ti facciano vivere e non sopravvivere.

Il Ministro Di Maio e la Ministra Grillo sono in grado di mettere a punto una politica di integrazione socio-sanitaria, riunificando obiettivi e risorse, non monetizzato bisogni, ma programmando un Piano nazionale di assistenza e servizi per la terza età, che oltretutto aprirebbe la strada a centinaia di migliaia di posti di lavoro, coprendo migliaia e migliaia di bisogni e prestazioni, spesso più efficaci, meno costose dell’ospedale e più congrue.

Di questo il popolo italiano ha bisogno di sentir parlare e ricevere risposte: come facciamo studiare all’altezza delle odierne conoscenze i nostri figli, come possono trovare un lavoro, non dico da subito gratificante, ma degno di questo nome, come tuteliamo i nostri anziani che tanto hanno fatto non solo per noi, ma per questo paese.
 
Alzate lo sguardo dalla gabbia del “contratto di governo” e abbassatelo sull’Italia vera, quella che i dati reali, purtroppo ci consegnano. Non è solleticando la rabbia, l’odio di un popolo, che aspetta da troppo tempo risposte, che la crisi rischia di far incancrenire, che si consolida consenso e potere.  
 
Gli esiti potrebbero essere infausti per la libertà e la democrazia. Occorre costruire pazientemente il puzzle delle priorità e individuare a partire dal lavoro il tragitto di una società che si ricompone solidarmente nel traguardare un’obiettivo comune: vivere a lungo si, ma con maggior qualità di vita, dalle Alpi alle Piramidi, ricca nelle sue differenze culturali, nelle tradizioni, nei suoi usi e costumi, ma non differenziata per potere e ricchezza, unita nell’appartenere ad un paese grande nella storia e nella sua cultura, fiero di poter far ancora grande l’Italia del terzo millennio.
 
Rubando un bello slogan che ha visto tanti colleghi economisti lavorare strenuamente contro fake news e affrontare i fatti e non la propaganda, mi piace affermare con forza che non possiamo rinunciare ad essere ”liberi oltre le illusioni” .

Grazia Labate
Ricercatrice in economia sanitaria già sottosegretaria alla sanità 

05 luglio 2019
© Riproduzione riservata


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